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Quando al cinema la famiglia torna protagonista

Due film usciti nelle sale questa estate mettono a fuoco l’ineliminabile centralità della famiglia: lo straziante Beautiful Boy che affronta il dramma di un figlio tossicodipendente di genitori separati e il divertente e commovente Mio fratello rincorre i dinosauri, dove una famiglia accoglie un figlio con sindrome di Down.

Una scena di Mio fratello rincorre i dinosauri

Due film usciti nelle sale questa estate mettono a fuoco l’ineliminabile centralità della famiglia e il dramma della sua dissoluzione: lo straziante Beautiful Boy del regista belga Felix Van Groeningen e il divertente e commovente Mio fratello rincorre i dinosauri diretto dall’esordiente Stefano Cipani.

Nella prima pellicola si racconta la storia vera di Nicolas Sheff, ragazzo bello, bravo, buono e intelligente, che diventa lentamente ma inesorabilmente un accanito tossicodipendente, dopo aver fatto sporadico uso di droghe nella sua dorata adolescenza californiana. La vicenda è basata sull’omonimo best seller del brillante giornalista David Sheff e sull’autobiografia del figlio Nic: ha dunque tutto il sapore dell’autenticità e intende mostrare il potere distruttivo della droga e la tenacia  di un padre che vuole a tutti i costi salvare il figlio, con tutta la forza del suo amore. Malgrado il finale aperto alla speranza (il figlio si riavvicina al padre e alla madre dopo un’overdose quasi fatale), allo spettatore resta l’amaro in bocca per l’angosciante susseguirsi di bugie, promesse tradite, ipocrisie e sfoghi rabbiosi del “bellissimo ragazzo”. Nicolas possedeva tutto per affermarsi nella vita (avrebbe potuto scegliere addirittura tra sei college universitari tanto era preparato e sveglio) e invece distrugge tragicamente se stesso e la sua famiglia entrando nel tunnel della droga.

Sfortuna? Dramma dei tempi in cui tutto è permesso? In realtà, anche se il film non lo sottolinea abbastanza, la condizione familiare di Nic non è poi così felice. I genitori infatti sono separati da quando era piccolo e lui è stato costretto a viaggiare tra l’idilliaco nord della California (dove vive col padre, la sua seconda moglie pittrice e i loro due bambini piccoli) e la frenetica Los Angeles, dove abita la madre, totalmente coinvolta nel suo lavoro. Il padre gli vuole bene “più di tutto” e cerca di comprenderlo, sostenerlo e recuperarlo in ogni modo, arrivando perfino ad assumere lui stesso sostanze stupefacenti per immedesimarsi nella condizione di dipendenza dell’amatissimo ragazzo; la madre assente e lontana solo alla fine lotta insieme all’ex marito per salvare il figlio. C’è poi la “matrigna” affettuosa e comprensiva, che tuttavia cerca con discrezione di tutelare i suoi due figli piccoli, a cui Nic è profondamente affezionato ma che non possono colmare il vuoto che lo pervade. Insomma, una famiglia distrutta (quella vera di Nic), una nuova famiglia apparentemente felice (quella di suo padre con nuova moglie e figli) e il fragilissimo e dipendente ragazzo perfetto, che ha perso l’equilibrio forse proprio per quella separazione, i continui strappi, i viaggi dall’una all’altra parte della California, l’affetto quasi soffocante del padre che però non scorge i segnali di allarme che pure lo spettatore intravede. David Sheff cerca con sincerità e onestà di comprendere le ragioni degli errori del figlio (quando sparisce e quando ritorna per scappare di nuovo, sballottato tra risse e ospedali), ma riconosce anche le proprie colpe, rimpiangendo inutilmente un passato apparentemente felice e pieno di promesse e speranze.

Solo una famiglia unita e vera, sembra suggerirci il finale del film di Van Groeningen, è l’unica possibilità per accompagnare un figlio nel suo tormentato cammino verso la maturità. Sembra che Nic abbia tutto - soldi, ottima istruzione e l’incondizionato affetto paterno - ma in realtà è segnato dal divorzio dei genitori e dall’arrivo di due fratellini amati ma che sono della “matrigna”, circostanze che lo fanno soffrire, anche se non sembra darlo a vedere: così il suo difficile equilibrio si spezza e cerca altre strade per “sentirsi bene”.  Paradossalmente proprio quando David, il padre,  deciderà di farsi da parte dopo aver tentato di tutto per aiutare Nic, riapparirà la madre, e insieme riabbracceranno in una clinica il ragazzo miracolosamente sopravvissuto alla sua ultima overdose. Padre e figlio hanno poi raccontato la loro drammatica esperienza nei due libri che sono il punto di partenza del film. E forse, aldilà del dramma di David e Nic, in cui colpe e abbandoni sono innegabili, resta ciò che per tutti i genitori costituisce un dramma vero: il mistero di un figlio. Mistero mai pienamente comprensibile e certamente più facile da affrontare in una famiglia che resta unita, cementata dall’alleanza amorosa di padre e madre.

La realtà della famiglia emerge in tutta la sua forza nel secondo bel film di fine estate, Mio fratello rincorre i dinosauri. Qui si affronta addirittura un tabù dei nostri tempi: la nascita di un figlio con la sindrome di Down. Tabù vero, in quanto oggi bambini Down non ne nascono più: vengono individuati prima con l’amniocentesi e quasi sempre “eliminati”. Invece la già numerosa famiglia Mazzariol quell’esame non lo fa neppure e, dopo l’iniziale sconcerto, accetta il nuovo venuto con coraggio e simpatia. Anche in questo caso si tratta di una storia vera - tratta dall’omonimo bestseller di Giacomo Mazzariol, il vero protagonista del film - raccontata in forma di commedia, con attori scintillanti come Alessandro Gassman e Isabella Ragonese, che hanno contribuito a ottenere il plauso del recente Festival di Venezia. Ma è la storia in sé che ci è piaciuta e ci ha commosso. Sono i genitori stessi ad annunciare con gioia ai tre figli (due ragazze e il piccolo Giacomo) l’arrivo di un fratellino, che spezzerà “la superiorità delle femmine” in famiglia; quando lo vedranno, decideranno di considerarlo come un dono “speciale” e così lo accoglierà in modo particolare il piccolo Giacomo (Jack), fratellino affettuoso che si compiace dei presunti poteri superiori del nuovo arrivato. Ma poi resterà deluso quando la realtà gli apparirà più difficile e imbarazzante e lui arriverà addirittura a nascondere ai compagni la presenza di Giò, soprattutto nel momento in cui, ormai adolescente, incontra una ragazza “impegnata” di cui si innamora.

Jack, incerto teenager di provincia, aggiunge all’imbarazzo per la sua stessa condizione esistenziale, il disagio e la vergogna per un fratello “diverso”, quasi impresentabile nel nuovo mondo di un liceo di città, in cui si immerge per amore della ragazza che lo ha affascinato. Neppure i richiami dell’amico sincero Vittorio detto Vitto (i due inseparabili amici amano farsi chiamare “Vitto e Alloggio”), sempre più sconcertato compagno d’infanzia, riescono ad arginare le malefatte di Jack, che arriverà a nascondere, dare per morto e poi rifiutare con toni razzisti, anche via social, la presenza del fratellino Down. Jack verrà puntualmente smascherato e il suo atteggiamento gli costerà il rifiuto di Arianna, la ragazza amata, e la delusione sgomenta della famiglia. Ma così come era iniziata la storia, nel parcheggio di un discount, dove i genitori Mazzariol hanno l’abitudine di comunicare e discutere le notizie importanti per tutta la famiglia, in quello stesso parcheggio Jack confessa la verità e si fa perdonare e riabbracciare dai suoi, regalandoci così una storia autentica di amore, ribellione, desiderio e cura, che con il sorriso e la commozione segnano la capacità di vivere con letizia la diversità. Giacomo può insomma esprimere apertamente al fratellino Giò il suo affetto, mai cancellato veramente. Quasi a dirci che se la famiglia c’è, è aperta, sincera e accogliente, anche la diversità di un bambino Down e le debolezze dei presunti “normali”, come quelle del tormentato Jack, possono essere affrontati con gioia e coraggio.