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Qatargate e Maroccogate: sinistra garantista per gli amici

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Le indagini continuano ma stampa e politica tacciono. Una autocensura dovuta al rispetto della appartenenza politica e ideologica e non certo per riaffermare lo Stato di diritto.

Politica 29_11_2023

Il “Qatargate” è tutt’altro che finito, gli italiani coinvolti nelle indagini in corso sono personaggi di primo piano ma nel nostro bel paese, politica, stampa e programmi investigativi pubblici e privati tacciono. Siamo alla censura garantista per ora e solo per gli amici.  È una autocensura dovuta al rispetto della appartenenza politica e ideologica e non certo per riaffermare lo Stato di diritto: innocenza sino a prova contraria, beneficio del dubbio e colpevolezza solo dopo condanna al terzo grado di giudizio.

Tra sei mesi voteremo per le elezioni europee e dunque ogni polemica o gran cassa sulle indagini e scoperte, apparentemente importanti, che i magistrati belgi stanno compiendo, non deve esser nemmeno accennata dai Robespierre di casa nostra, solo poche notizie sulle pagine milanesi del Corriere e su Il Dubbio. Fatto vuole che all’estero invece le cose vanno diversamente. Nei giorni scorsi, per esempio, tre quotidiani di nazioni diverse hanno voluto riferire di un nuovo rapporto nelle mani degli investigatori belgi, nel quale si indicano le comunicazioni tra l'europarlamentare socialista Maria Arena e Antonio Panzeri, il principale sospettato e reo confesso nell'inchiesta sulla corruzione.  

Il rapporto di polizia trapelato e pubblicato sul quotidiano belga Sudinfo suggerisce non solo l’importante ruolo dell'europarlamentare socialista belga Maria Arena nel Qatargate, ma riporta in luce anche il ruolo degli italiani.  Tutti innocenti, lo scrivo con assoluta consapevolezza e per esperienza personale, sino a prova contraria. Il documento di 11 pagine rivelerebbe telefonate e messaggi tra Arena e Antonio Panzeri e dalle quali la donna emerge come figura essenziale, sia per aver «raccolto» denari, sia per i suoi contatti con l’ambasciatore marocchino in Polonia, Abderrahim Atmoun. Giuseppe Meroni, ex assistente parlamentare di Panzeri, ha descritto la socialista Arena come parte di un «quadrunvirato», insieme agli eurodeputati Andrea Cozzolino, Alessandra Moretti e al belga Marc Tarabella. 

Gli investigatori hanno anche concluso che «Marie Arena era coinvolta nei calcoli dei compensi ricevuti dal Qatar per il lavoro svolto da Panzeri e Giorgi per suo conto». Inoltre, sembra che Arena abbia svolto compiti e progetti direttamente per conto del ministro del Lavoro del Qatar, oltre all’altro scandaloso conflitto di interessi di cui è più che sospettata: la legalizzazione della cannabis a livello europeo, inclusa la fondazione della lobby “Alleanza europea per la cannabis medicinale” e gli interessi del figlio nel mercato della cannabis. Il principale giudice istruttore del caso “Qatargate”, Michel Claise, era stato costretto a dimettersi lo scorso giugno dal suo incarico, a seguito di accuse di parzialità e conflitto di interessi, dopo la rivelazione giornalistica che aveva portato alla luce come suo figlio era socio in affari con il figlio di Maria Arena, proprio in una società di cannabis terapeutica.  

L’altro filone dell’indagine sullo scandalo “Qatargate” su cui invece punta Politico di ieri, forse per non disturbare la eccellete e inquietante azione diplomatica in corso per il rilascio di innocenti uomini e donne israeliane ancora nelle mani dei tagliagole di Hamas, è quello del Marocco e della trame intessute dal suo Ambasciatore in Polonia Abderrahim Atmoun. Secondo Politico avrebbe ricevuto una richiesta di mandato d'arresto europeo per i fondi ricevuti «dalle autorità marocchine per corrompere i membri del Parlamento europeo al fine di impedire il voto di risoluzioni contrarie agli interessi del Marocco, oppure per far passare risoluzioni favorevoli al Marocco, contribuendo così a migliorare l'immagine di questo Paese».  

Come per il Qatar, così per il Marocco, nonostante le indagini in corso che potrebbero portare ad assoluzioni, tranne che per il reo confesso Panzeri, ma anche a condanne gravi, a Bruxelles hanno già messo a tacere tutto. Lo scorso ottobre, per esempio, il primo ministro del Marocco, Aziz Akhannouch, ha incontrato a Bruxelles il presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, per rafforzare il partenariato strategico su cambiamenti climatici, sicurezza, migrazioni e sviluppo economico. Dopo lo scoppio dello scandalo dello scorso gennaio e le conseguenti reazioni dell’emirato del Qatar che avvertiva come le indagini avrebbero potuto aver conseguenze ed un impatto significativo sui legami economici tra l'Europa e il Qatar, un orgoglioso e felice Alto Rappresentante europeo per la politica estera, Josep Borrell, proprio nei giorni scorsi ha confermato l’apprezzamento per il «partenariato» e il desiderio di «svilupparlo» ulteriormente.

Tutto ciò fa apparire ancor più ridicolo lo sforzo dei parlamentari europei che lo scorso 13 settembre avevano approvato un pacchetto di modifiche al proprio regolamento, nell’illusione di evitare che si possano ripetere casi simili, vietandosi di interagire con ex colleghi il cui mandato sia terminato meno di sei mesi prima. Inoltre, tutti gli incontri dei deputati, o dei loro assistenti, quando li rappresentano, con lobbisti o autorità pubbliche di Paesi terzi, debbano essere resi pubblici online. I relatori di atti parlamentari devono elencare chi ha contribuito al loro lavoro, la definizione di conflitto di interessi è allargata anche ai famigliari.

Lo scandalo non basta, cogliamo il positivo dell’intera vicenda: la sinistra politica, mass mediatica e forcaiola anche italica, censurando Quatargate e Maroccogate di fatto taglia le radici del proprio passato ed, implicitamente, si mette l’elmetto per combattere le gogne politiche, giudiziarie e mediatiche di cui è stata sobillatrice sino ad oggi. Sarà vero?



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