• LA DATA SIMBOLO

Putin, 9 maggio tra successi militari e insuccessi politici

Il 9 maggio, giorno simbolico per i russi per la vittoria nella II guerra mondiale, segna per Putin un bilancio positivo in termini militari anche se non decisivo, ma è ancora lontano dal raggiungere gli obiettivi politici: la neutralità dell'Ucraina si allontana e si avvicina il suo ingresso nella Nato. 

Vladimir Putin ha anticipato il tenore con cui si terranno quest’anno i festeggiamenti per la ricorrenza del 9 maggio, giorno della vittoria nella grande Guerra Patriottica che per i russi è la Seconda Guerra Mondiale combattuta sul fronte europeo. La Germania nazista si arrese in realtà agli alleati l’8 maggio e infatti ieri Putin ha ringraziato i militari, la popolazione e i governi delle repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk (in Ucraina) assimilando la lotta di ieri contro il nazismo con quella di oggi.

"I nostri militari, proprio come i loro antenati, stanno combattendo insieme per liberare il loro suolo dalla feccia nazista" ha scritto il presidente russo in un comunicato di congratulazioni inviato ai leader e ai popoli delle repubbliche che componevano l’Unione Sovietica, incluse quelle di Donetsk e Lugansk nel 77esimo anniversario della vittoria. 

Come riporta il sito del Cremlino, sottolineando che il leader russo ha "espresso la certezza che la vittoria sarà nostra, proprio come nel 1945", Putin ha ricordato che è un dovere comune prevenire la restaurazione del nazismo rivolgendosi con un comunicato ai veterani ucraini della Grande Guerra Patriottica  

Sul piano della spettacolarizzazione dell’evento la parata militare a Mosca si preannuncia imponente come sempre, con centinaia di mezzi ruotati e cingolati, migliaia di militari e ben 77 aerei ed elicotteri (uno per ogni anno trascorso dal 1945) che voleranno sulla Piazza Rossa. Tra questi 8 caccia MiG-29SMT sorvoleranno la Piazza Rossa formando la lettera "Z", a sostegno del "personale militare che partecipa all’operazione speciale in Ucraina".

Più difficile invece valutare quanto possano essere credibili le ipotesi e illazioni circolate in questi giorni intorno alle decisioni che Putin potrebbe secondo alcuni assumere oggi in occasione della ricorrenza. Il Cremlino stesso aveva auspicato a marzo che le operazioni in Ucraina potessero avviarsi alla conclusione entro il 9 maggio e anche se così non è stato è probabile che Putin ne approfitti per tirare le somme delle operazioni in Ucraina.

Un bilancio positivo in termini militari anche se non decisivo ma ancora lontano dal raggiungere gli obiettivi politici.

I russi hanno assunto il controllo di ampie aree del Donbass ma non di tutte le regioni di Donetsk e Luhansk dove ancora combattono duramente contro il grosso delle forze ucraine.

Successo pieno è stato invece conseguito nella regione di Kherson, a nord della Crimea e lungo le coste del Mare d’Azov dove la caduta di Mariupol ha permesso di unire il Donbass alla Crimea: regioni dove già comincia a circolare il rublo in vista, se non di una annessione alla Russia, almeno alle repubbliche popolari ucraine filo-russe.

Più lontano invece il raggiungimento degli obiettivi politici che Putin sperava forse di raggiungere senza un impiego così ampio della forza militare ma convincendo il governo ucraino ad accettare uno status di neutralità, rinunciando all’ingresso nella NATO e ad ospitare truppe e armi anglo-americane.

Del resto le recenti aperture di Volodymyr Zelenski alla trattativa, con l’annunciata disponibilità a riconoscere a Mosca il controllo della Crimea e dei territori del Donbass controllati dai filo russi il 23 febbraio (cioè alla vigilia dell’offensiva russa), costituirebbero una buona base su cui imbastire seri negoziati ma sono state immediatamente stroncate sul nascere dal segretario generale della NATO, che parla solitamente più a nome degli anglo-americani che degli altri partner dell’Alleanza.

L'Ucraina sarebbe disposta ad accettare un accordo di pace di compromesso con la Russia se le forze di Mosca si ritirassero “sulle posizioni del 23 febbraio” ha detto il 6 maggio il presidente Volodymyr Zelensky, intervenendo in video al think tank britannico Chatham House, lasciando intendere che almeno per ora Kiev non pretenderebbe la restituzione della Crimea, annessa dai russi nel 2014. «Da parte nostra non tutti i ponti diplomatici sono stati bruciati», ha poi precisato, evitando di avanzare richieste pure su quella parte del Donbass fra Donetsk e Luhansk sottratta al controllo di Kiev dal 2014. 

"I membri della Nato – ha risposto indirettamente il giorno dopo il segretario generale della NATO Lens Stoltenberg - non accetteranno mai l'annessione illegale della Crimea” aggiungendo che “ci siamo sempre opposti al controllo russo su parti dell'Ucraina orientale". Stoltenberg ha poi aggiunto che “saranno però il governo e il popolo ucraino a decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace" ma dopo aver stabilito i limiti in cui il governo ucraino potrà muoversi in una eventuale trattativa con Mosca.

Annunciando che la NATO non accetterà mai la sovranità russa sulla Crimea, Stoltenberg ha sgombrato il campo dai residui dubbi su chi governi realmente l’Ucraina e chi piloti Zelenski confermando il pieno sostegno dell’Occidente a una guerra prolungata che devasterà l’Ucraina e impoverirà l’Europa pur di logorare la Russia impedendo a Putin di raggiungere i suoi obiettivi e di proclamare la vittoria.

Se su questo aspetto sembrano esserci pochi dubbi, più difficile risulta valutare le indiscrezioni pubblicate nei giorni scorsi dal quotidiano on line britannico “The Independent” che svelavano a volontà di Putin di annunciare oggi la “guerra totale” all’Ucraina, cioè la mobilitazione generale e la militarizzazione dell’economia e della società russa. Anticipazioni giornalistiche attribuite a fonti anonime che hanno tenuto a lungo banco nei dibattiti politici e mediatici ma da prendere con le molle innanzitutto perché The Independent è di proprietà di un oligarca russo acerrimo nemico di Putin, Aleksandr Lebedev, che a quanto sembra è uno dei pochi a non aver subito la confisca dei beni in Occidente.

Inoltre Putin gode di un ampio sostegno politico e popolare anche rispetto alle operazioni militari in Ucraina che sembra in grado di poter sostenere nel tempo la guerra evitando accelerazioni che aumenterebbero le perdite tra le truppe ma anche tra i civili ucraini che, nelle zone in cui si combatte, sono in gran parte russofoni e probabilmente non ostili a Mosca.

Proclamare lo “stato di guerra” quindi non aiuterebbe Putin a cementare il consenso interno e, almeno al momento, non sembrerebbe neppure un’azione necessaria per alimentare lo sforzo bellico. A meno che il Cremlino non voglia puntare a indurre nei russi una psicosi di guerra in cui la percezione del nemico venga estesa dai “nazisti ucraini” agli USA e alla NATO.

Resta però il fatto che, come confermano anche molti analisti e osservatori occidentali incluso l’Economist, l’economia russa sta reggendo bene (a differenza di quelle italiana ed europea) alle sanzioni economiche poste dall’Occidente, segno che Mosca si era preparata per tempo a sostenere l’impatto del conflitto.

Il rublo è forte e del resto “l’isolamento” della Federazione Russa è solo parziale tenuto conto che viene praticato solo da Europa e Nord America mentre Asia, Medio Oriente, Africa e America del Sud continuano a mantenere (e in alcuni casi a rafforzare) i rapporti economici e commerciali con Mosca.

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