• FRUTTI DELL'ANTIRAZZISMO

Psichiatra indiana a Yale: "Sognai di uccidere i bianchi"

Lontani i tempi di Martin Luther King. Alla Yale University la dottoressa Aruna Khilanani ha affermato: «Avevo fantasie di scaricare un revolver nella testa di qualsiasi persona bianca...come se avessi fatto al mondo un fottuto favore». Per due mesi nessuno ha saputo dell'episodio rivelando l'indifferenza del mondo accademico, che predica tolleranza, evidentemente solo per alcune categorie.

Lontani i tempi dell’«I have a dream» di Martin Luther King, i sogni che deliziano le notti degli antirazzisti odierni sono di tutt’altro genere. Infatti, costoro non si fermano ad immaginare l’umanità seduta «insieme alla tavola della fraternità», come auspicava il pastore protestante ucciso nell’aprile del 1968, ma volano con la mente direttamente agli omicidi dei bianchi. Attenzione: non dei bianchi razzisti - aspetto che comunque non renderebbe morale il desiderio di compiere stragi -, ma di tutti i bianchi. A prescindere.

Esagerazioni? Purtroppo no, vedendo ciò che non già in qualche istituto di terz’ordine bensì in uno degli atenei più autorevoli dell’America e del mondo, la Yale University, è stato affermato nel corso di una conferenza avente come relatrice Aruna Khilanani, psichiatra forense di Manhattan di origine indiana. Sì, perché la dottoressa Khilanani ha condiviso esattamente questo: il suo sogno di crivellare di colpi persone ree solamente di essere bianche.

«Avevo fantasie di scaricare un revolver», sono state le sue esatte parole, «nella testa di qualsiasi persona bianca che si fosse messa sulla mia strada, seppellendone poi corpi e asciugandomi le mani insanguinate». Da notare come il sogno splatter non si sia affatto concluso con qualche forma di rimorso, anzi: la protagonista proseguiva per la sua strada più serena che mai, «come se avessi fatto al mondo un fottuto favore».

Raccontato l’accaduto, il giornale The Federalist ha provato a mettersi sulle tracce dell’aspirante serial killer, la quale, manco a dirlo, tutto è fuorché pentita: «Tutti hanno fantasie, sogni, incubi. Non essere in contatto con il tuo inconscio è ciò che causa problemi». Insomma, secondo la Khilanani non c’è nulla di grave nelle sue parole, per una piena comprensione delle quali ritiene che «Yale dovrebbe rilasciare il video completo dell’intervento». In realtà, simili rassicurazioni, chiamiamole così, non sembrano aver tranquillizzato proprio nessuno.

Di certo non hanno tranquillizzato giornali come il NewYork Post, che ha parlato di un «discorso incendiario». Il dato curioso è che perfino dei docenti di Yale sono scesi in campo per manifestare forti perplessità verso quell’incontro. «Il razzismo espresso dalla dottoressa Aruna Khilanani è profondamente preoccupante e controproducente», ha per esempio dichiarato il sociologo Nicholas Christakis, secondo cui la psichiatra è comunque da ritenersi «libera di parlare nel campus» anche se «le sue opinioni devono essere sonoramente respinte». A ben vedere, ci si poteva aspettare prese di distanza anche più nette, ma non è questo il punto.

L’aspetto più inquietante di tale già allarmante vicenda consiste nelle date. L’intervento della Khilanani, assai eloquente sin dal titolo - «The Psychopathic Problem of the White Mind» -, si è infatti tenuto, organizzato dal Yale School of Medicine’s Department of Child Study Center, in data 6 aprile. Significa che per oltre due mesi affermazioni deliranti come le sue sono passate serenamente in sordina. Chi le aveva ascoltate in diretta – per quanto esiguo, un pubblico ci sarà stato – non ha cioè avuto nulla da ridire. Viceversa, si può scommettere sul fatto che un sogno omicida contro qualsiasi minoranza sia etnica o sessuale sarebbe stato immediatamente – e giustamente – denunciato come istigazione a delinquere.

Ecco, è senza dubbio quest’ultimo l’aspetto più allarmante di tutta questa storia, vale a dire l’indifferenza con cui in seno al mondo accademico, per giunta il più titolato del pianeta, si accolgono esternazioni di odio viscerale. Rende l’intera vicenda ancor più grottesca e paradossale il fatto che essa avvenga in una fase storica in cui proprio gli atenei più chic sono in prima linea «contro l’odio». Se ne deve ricavare come sognare di uccidere le persone di pelle bianca non costituisca, secondo lorsignori, una forma d’odio, il che è drammaticamente istruttivo su quali siano la «tolleranza» e l’«inclusione» verso cui la cultura dominante, giorno dopo giorno, ci sta traghettando.

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