• UN SEGNO DEI TEMPI

Próspera, la città dove il servizio precederà il diritto

In Honduras, nelle Islas de la Bahía, sta per sorgere Próspera, una città che sarà governata di fatto da investitori privati, con leggi e forze di polizia proprie. Un’entità extra-statale, per ricchi, figlia di un progressismo sincretico, “aperta” a chiunque rivendichi sostenibilità ambientale, digitalizzazione e (finto) egualitarismo.

Roatan-Prospera-housing-Zaha-Hadid-architects

Nelle Islas de la Bahía, arcipelago al largo della costa atlantica dell’Honduras, sta per sorgere Próspera, progetto edilizio e sociale che sta solleticando le pance e le tasche di una serie di interessanti attori internazionali volti a vedere cosa potrebbe portare la creazione di piccole isole di potere nelle mani dei più disparati imprenditori. È di poche settimane fa la visita dell’ambasciatore del Regno Unito nell’Honduras, Nick Whittingham, alle porte della nuova città di Próspera, costituita da edifici futuristici progettati dallo studio “Zaha Hadid Architects”, legato all’omonima fondatrice, Zaha Hadid (†2016), che in Italia conosciamo per la creazione del MAXXI di Roma e del Messner Mountain Museum. Significa che il progetto, oltre ad avere solide base economiche, sta avendo anche una potente eco mediatica.

Il progetto di Próspera nasce dalla visione distopica e lungimirante di due rampolli dell’imprenditoria mesoamericana, Erick Brimen, già partner della startup NeWay Capital, e del guatemalteco Gabriel Delgado Ayau, presidente di Interactua Movil. I due hanno studiato negli Stati Uniti, si sono fatti le ossa in multinazionali e in startup, alcune proprie, per poi convertire il proprio interesse verso la creazione di una città nuovissima, che si affaccia sulla barriera corallina, con uno statuto autonomo. La città di Próspera, infatti, sarà considerata come una vera e propria entità extra-statale, governata di fatto da investitori privati che, pur nella cornice del diritto internazionale, potranno scrivere le proprie leggi e progettare il proprio sistema giudiziario, gestendo perfino le forze di polizia.

Próspera si esprime nel più ampio contesto del “Prosperous Zede”, un comparto statale che destina risorse economiche e manageriali a progetti di sviluppo economico di alcune delle zone più periferiche e povere dell’Honduras. Da qui nasce Próspera, una nuova zona abitabile alimentata da una piattaforma di governance di nuova generazione che lascia ampio spazio negli ambiti legali e normativi ai dirigenti dei progetti. L’isola di Roatán, la più ampia tra le Islas de la Bahía, è una di queste. Non per nulla, nelle Islas de la Bahía la lingua principale non è tanto lo spagnolo quanto l’inglese, e ciò renderà la vita molto più facile a quella cricca di illuminati che da ogni parte del mondo occidentale atterrerà su Roatán. Tuttavia, questa iniziativa vuole generare più di diecimila posti di lavoro entro il 2025, andando a riabilitare l’economia di un Paese che oggi occupa il 106° posto su scala mondiale, con un tasso di criminalità e violenza fuori da ogni logica (più di 160 omicidi ogni 100 mila abitanti all’anno, perlopiù dovuti al traffico di droghe) e un presidente, Juan Orlando Hernandez, che a tutt’oggi pare sia stato eletto con un voto fraudolento.

Poco si sa di quello che sarà Próspera, se non una cosa: sarà una città per ricchi, élite di persone all’avanguardia capaci di delocalizzare il proprio mestiere sulla bellissima isola caraibica, grazie anche a una sovrastruttura digitale all’avanguardia e case-uffici costruite in materiale assolutamente ecosostenibile, alimentate con energia rinnovabile e con un impatto minimo sul delicato ecosistema dell’atollo. Ecco che si avvia un’ideologia sincretica del progressismo contemporaneo: zone di lavoro condiviso, una prona “apertura” a chiunque rivendichi diritti ma anche sostenibilità ambientale, digitalizzazione della burocrazia e velocità nella gestione dei disservizi.

Próspera è un test per valutare la possibilità di creare enclave governate dagli imprenditori e nasce da un miscuglio di trasformazioni sociali assolutamente interessanti. Da una parte, lo sfruttamento - seppur statale - di territori forniti ad associazioni e società per la rivalutazione economica, che più che un esempio di sussidiarietà pare una vera e propria denuncia di arrendevolezza. Dall’altra, e con il Covid-19 ne siamo ancora più consci, un’evoluzione digitale senza precedenti, che consente - grazie alle connessioni superveloci - di poter rinunciare alla presenza fisica per gestire affari e mantenere relazioni. Allontanamento dalle città, smart working, digitalizzazione: tutti passi per una società più omogenea, dove le ricchezze non si centralizzeranno in città-hub ma sarà possibile lavorare da qualunque parte del mondo.

E, a capo di queste nuove città, chi ci sarà? Secondo un’analisi congiunta di Advertising Week e Morning Consult del 2020, che analizza il rapporto tra utenti e brand che manifestano una militanza politica, i giovani statunitensi vorrebbero che le aziende e le multinazionali giocassero un ruolo importante nelle scelte politiche degli Usa. E non è un caso che ormai da anni l’Edelman Trust Barometer manifesti un’inversione dell’influenza dai vecchi fautori della conoscenza democratica, giornalisti e politici, verso attori nuovi e più credibili, come gli influencer e i brand.

Se da una parte possiamo scandalizzarci e attenderci un possibile contropiede da quei Ceo che mettono al primo posto i soldi e al secondo il bene, dall’altra parte ricordiamoci che, per esempio, se vogliamo evitare trafile burocratiche inutili, pesanti e spesso dovute all’inefficienza di un sistema elefantiaco e stanco, preferiamo rivolgerci a esperti esterni che previo pagamento ci risolvono un problema. Se vediamo nella burocrazia l’autorità politica e nell’esperto la risposta dei brand, lo scandalo inizia ad allievarsi.

Quel che sarà Próspera nessuno lo sa. È però vero che quella che sembra una deriva distopica altro non è che un segno dei tempi: una cultura elitaria, dove i ricchi si adagiano nel lusso e muovono sonanti dollaroni, che si sciacquano la coscienza con un mecenatismo spicciolo e fintamente egualitario. Un segno dei tempi, dove i potenti non sono più scelti da una democrazia che è tutto fuorché rappresentativa e dove gli utenti preferiscono il servizio al diritto.

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