• GRAZIE ALLA NUOVA LEGGE

Prima vittima delle Dat: stop al respiro e funerali in Chiesa

Ricordate il clamore intorno al caso Welby e la posizione dei cattolici? Dimenticateli. Da quando la legge sulle Dat è in vigore si verrà uccisi prima del tempo come se fosse normale e la Chiesa, più preoccupata di piacere al mondo che di salvarlo, non batterà ciglio.

-L'EUTANASIA A UNA DEPRESSA E IL VERO RIMEDIO AL DOLORE- di Benedetta Frigerio

Si chiamava Patrizia Cocco ed è la prima vittima della legge sulle Dat che ha introdotto l’eutanasia di Stato nel nostro ordinamento. Patrizia, 49 anni di Nuoro, era affetta da sclerosi laterale amiotrofica sin dal 2012. Nell’ultimo periodo non riusciva più a respirare in modo autonomo e dunque le era stata applicata la ventilazione assistita. Poi la decisione di morire. Per quattro volte ha chiesto ai medici di staccare il respiratore finchè hanno assecondato la sua scelta dopo averla sedata profondamente.

Secondo la recente legge “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento” entrata in vigore lo scorso 31 gennaio, il paziente può chiedere l’interruzione di idratazione e nutrizione assistita, ma non della ventilazione assistita. A marzo dello scorso anno su queste stesse colonne commentavamo il testo del disegno di legge che sarebbe stato poi approvato a dicembre e in merito alla ventilazione assistita così appuntavamo: “il Ddl non parla di rifiuto della ventilazione (fame di ossigeno), ma crediamo che sia solo questione di tempo ed anche essa potrà venire rifiutata”.

Abbiamo peccato di ottimismo. Infatti il primo caso di applicazione della legge riguarda proprio il rifiuto della ventilazione meccanica, fattispecie non ricompresa nella disciplina normativa. Ovviamente nessuno farà una piega, infatti non si comprende il motivo per cui un paziente può rifiutare acqua e cibo, ma non può rifiutare di essere ventilato. Accettata la ratio  della legge che legittima l’omicidio del consenziente e impone ai medici il dovere di assecondare qualsiasi richiesta eutanasica proveniente dal paziente, è poi inutile fare sottili distinguo sulle varie modalità attraverso le quali procurare la morte.

Torniamo al caso di Patrizia. Per la prima volta si è uccisa una persona con il beneplacito della legge. Il caso rimanda a quello di Piergiorgio Welby, anche lui malato di sla e anche lui ucciso con il suo consenso staccandogli il respiratore avendolo prima addormentato profondamente. Allora la fattispecie costituiva reato – reato di omicidio del consenziente - ed infatti il Gip Renato Laviola chiese l’incriminazione per il dott. Mario Riccio  che staccò il respiratore. Ma non si andò nemmeno a processo. Oggi invece, a motivo della neo legge sulle Dat, il distacco del respiratore è qualificato non certo come reato, bensì come dovere giuridico in capo al medico perché la richiesta di morire è un diritto soggettivo del paziente che deve essere assecondato.

Dal punto di vista morale si tratta di un caso esemplare di eutanasia attiva. Da notare che, in ossequio alla legge, la donna non ha dovuto indicare particolari motivazioni per poter accedere all’eutanasia dato che la norma non prevede nessun vincolo a riguardo: qualsiasi motivo è valido per poter morire. Viene da chiedersi – domanda forse retorica – quanti altri casi seguiranno a breve e se la legge, al pari di altre simili che fanno strame dei princìpi non negoziabili, provocherà una diffusione del fenomeno eutanasico nel nostro Paese. C’è poi da notare che i media hanno dato pochissimo risalto al caso, quasi fosse normale, scontato. Questo forse comprova che la legge varata dal Parlamento è stata intesa dai più, grazie alla complicità dei media, come una norma non che legittima l’eutanasia, ma che vieta l’accanimento terapeutico e tutela, in particolari zone grigie della prassi clinica non previste dalla legge, il consenso informato. In breve come è passata quasi sotto silenzio il varo della legge così si tace sulla prima vittima di questa norma.

Domenica si sono svolti i funerali di Patrizia nella chiesa dedicata a San Domenico Savio. Nel caso di Welby giustamente si sono rifiutati i funerali, oggi nessuno si sognerebbe mai di farlo perché verrebbe letto come gesto non misericordioso, poco cristiano. Se il parroco si arrischiasse ad emettere un simile divieto, questo sì farebbe accendere i riflettori sul caso di Patrizia. La decisione di celebrare i funerali non è permessa a dar retta al Codice di diritto canonico. Come avevamo già avuto modo di osservare in merito ai funerali di una coppia omosessuale, il Codice, al canone 1184 § 1 n. 3, così recita: «Se prima della morte non diedero alcun segno di pentimento, devono essere privati delle esequie ecclesiastiche: […] gli altri peccatori manifesti, ai quali non è possibile concedere le esequie senza pubblico scandalo dei fedeli».

Ora Patrizia ha chiesto di essere uccisa, quindi la sua scelta è assimilabile, nella sostanza, al suicidio. La categoria dei suicidi è considerata da sempre appartenente alla schiera dei peccatori manifesti, tanto più che Patrizia per quattro volte manifestò – e il verbo non è scelto a caso – la decisione di morire. Quasi impossibile poi ipotizzare un pentimento all’ultimo secondo, altrimenti Patrizia ci avrebbe ripensato e avrebbe chiesto di non morire. Inoltre concedere le esequie ad un suicida potrebbe ingenerare scandalo, ossia confusione: molti penserebbero che la Chiesa benedice il suicidio e le altre pratiche eutanasiche.  Aggiungiamo infine che si peccherebbe di coerenza: perché chiamare in causa la Chiesa con il rito del funerale per quelle persone che hanno rifiutato, volendo morire, un precetto fondamentale della Chiesa stessa? Le esequie religiose esprimono comunione con la Chiesa e quindi è contraddittorio concederle a coloro i quali volontariamente si sono posti fuori questa comunione (qui non ci riferiamo alla particolare sanzione della scomunica).

La notizia dell’eutanasia della donna di Nuoro è ferale per più motivi. Non solo perché ci informa dell’assassinio di una persona, ma perché indica l’avvenuto decesso della buona pratica medica, del diritto e della sana pastorale. Ed è indice sicuro del crepuscolo della civiltà di un popolo, della cultura italiana e del sentimento religioso diffuso. Requiem.