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Preti che celebrano Messa: parte la caccia alle streghe

Parroco in Lomellina segnalato all'Arma dal sindaco: domenica ha celebrato Messa. Ma lui alla Nuova BQ spiega: «Ho scordato di disattivare il timer delle campane»; Nel varesotto il don celebra privatamente e si ritrova la chiesa piena di fedeli: «Non ce l'ho fatta a mandarli via. Sono un prete, non un portinaio». La curia ambrosiana lo rampogna; un altro in Bassa Lombardia celebra 5 Messe per "diluire" i fedeli: un confratello fa la spia. Cronache di ordinaria follia di preti che fanno i preti e non i funzionari del sacro. Ma sono testimoni di fede ai tempi del Coronavirus, non ribelli.

«Se non andiamo da Dio nel momento del bisogno quando andiamo?». Non sono preti ribelli, né barricaderi. È solo che non concepiscono l’idea di chiudere le chiese e celebrare messe clandestine. C’è da capirli e forse c’è da prendere esempio da loro. Loro che, nonostante tutto, resistono.

Invece per i preti che continuano a celebrare messa e per un motivo o per l’altro si ritrovano con uno sparuto gruppo di fedeli in chiesa è partita la caccia alle streghe. Uno di loro si è visto persino denunciato alla Procura di Pavia, l’altro invece ha ricevuto il rimbrotto del proprio vescovo. Colpevoli di aver celebrato Messa coi fedeli. Succede anche questo, diciamo che è una delle conseguenze della follia collettiva da Coronavirus dopo che le diocesi di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna hanno deciso di non celebrare messe cum populo almeno fino a sabato.

Un provvedimento assurdo, discutibile, coi bar ancora aperti e con l’ampio margine di misure precauzionali alternative mai considerate fino in fondo.

Le storie che vi raccontiamo sono diventate virali sui giornali locali e vedono come protagonisti un prete molto anziano e un confratello più giovane con i quali la Nuova BQ è entrata in contatto perché potessero spiegare le loro ragioni.  

Don Antonio Lunghi, 87 anni, parroco di Castello d'Agogna, è stato presentato dai giornali come un prete anziano, non pratico di posta elettronica e sbadato per via dell’età. Alla messa domenicale si è visto arrivare una decina di fedeli - ma a noi ha detto una ventina - e per lui sono arrivati i guai. Il sindaco ha chiamato i carabinieri, che a loro volta sono stati costretti a far partire una denuncia per aver disatteso un ordine. Ordine che però, come abbiamo già visto, non c’è. Quindi sarebbe interessante capire quali sono gli estremi del reato commesso. 

Il fatto è che don Antonio non è per niente un “rimbambito”, come i giornali hanno voluto far credere.

«È stata la sagrestana che per errore ha lasciato programmato il timer delle campane festive – spiega alla Nuova BQ il parroco del piccolo paesino -, d’altra parte non è mica frequente che non possa celebrare la messa domenicale». Una dimenticanza, dunque e non la precisa volontà di richiamare i fedeli alla Messa domenicale in spregio alle disposizioni dei vescovi.

È solo che, una volta arrivati alla spicciolata i fedeli, il don Antonio, 57 anni di Messa e da più di 40 parroco della località in Lomellina, non se l’è sentita di mandare via i fedeli.

«Ma certo che sapevo delle Messe private, dell’acquasantiera e della comunione in mano! È solo che quando sono arrivati i fedeli non ce l’ho fatta: dovevo cacciarli? E poi, perché?». Così, assicuratosi di tenere tutti a debita distanza, il don Antonio ha celebrato Messa e distribuito la comunione.

Qualcuno ha avvertito il sindaco William Grivel il quale a sua volta ha chiamato i carabinieri. Lui, sulla sua pagina Fb non parla di denuncia, ma di «doverosa segnalazione ai Carabinieri perché in questo momento di "follia collettiva" chi ricopre un ruolo istituzionale è costretto a non sbagliare e tutelarsi». In serata il primo cittadino ci ha scritto, specificando di non aver affatto denunciato il sacerdote, ma difendendo la decisione: «Se un sindaco viene a conoscenza della violazione di un ordinanza (si riferisce al decreto del 23 febbraio da cui scaturiscono le ordinanze regionali) ha il dovere di avvisare le forze dell'ordine perché possano svolgere il proprio compito di tutela dell'ordinanza o, nel caso, di indagine. Se non lo avessi fatto ed i cittadini avessero esposto direttamente al comando la cosa, magari dicendo che il sindaco era stato già allertato, io avrei potuto passare un bel guaio». Ma, come abbiamo visto, quella della sospensione delle Messe è una disposizione di natura ecclesiale e non un preciso obbligo del governo, tanto che la stessa Cei ha ammesso di aver interpretato (aggiungiamo noi: in senso restrittivo) l'ordinanza del governo. In sostanza: il sindaco non aveva alcun dovere nel denunciare una violazione che semmai riguardava un ordine ecclesiale. 

La follia collettiva però c’è e vira verso la caccia alle streghe andando oltre il caso di don Antonio. Un parroco della Bassa Lombardia ha fatto in silenzio quello che un buon padre di famiglia doveva fare: invece di chiudere la chiesa, domenica ha raddoppiato le Messe: da due a cinque, perché non si possono caricare di fardelli i fedeli quando per avere i fedeli distribuiti a distanza si può “far lavorare” di più i preti? Risultato? Qualcuno, con la complicità di un confratello, lo ha scritto su Facebook. Una delazione in piena regola. E i carabinieri sono arrivati subito: Tutto bene, qua?».

A quel punto il prete ha gettato la spugna. «Domenica, niente Messe nemmeno per me». Per forza: col clima da caccia alle streghe c’è da capirlo.

Subito dopo la Messa di Castello d'Agogna i Carabinieri si sono messi a rintracciare i partecipanti del pericoloso “rito clandestino”.

«Sono andati dalla sagrestana e da una fedele in carrozzina, ma non sono venuti da me – ci ha spiegato don Antonio – poi ho ricevuto una telefonata del sindaco che mi avvertiva della cosa. Ma io non ce l’ho con lui: è un bravo ragazzo, l’ho anche battezzato, ma tutta questa paura mi sembra una follia».

Andranno anche da lei? Chiediamo. «Non lo so, se verranno li accoglierò e spiegherò che si è trattato di un errore. Però – sia chiaro – io le Messe con le porte aperte le continuo a dire».

E a chi gli fa notare che potrebbe così disubbidire al vescovo risponde: «Io non disubbidisco proprio a nessuno, ma io non le faccio le Messe a porte chiuse. La gente sa che il precetto festivo è sospeso e che le Messe sono senza popolo, ma se capitano in chiesa perché vogliono pregare proprio all’orario della Messa che cosa devo fare? Cacciarli dalla casa del Signore? Ma ci rendiamo conto?».

E’ evidente che in Lomellina bisognerebbe ristabilire almeno un po’ di buonsenso. Lo stesso che servirebbe nell’alto varesotto dove un altro prete è sulla graticola. Non dell’autorità civile, ma di quella ecclesiale.

Don Nicolò Casoni di Cuasso al Monte, domenica aveva chiamato due chierichetti per la celebrazione della Messa privata in latino. Un’ora prima della Messa tabellare. Aveva esposto i cartelli con gli orari delle celebrazioni in televisione. Insomma: non ha trasgredito proprio nulla. Solo che si è ritrovato in chiesa i fedeli.

«Un bel numero, devo ammetterlo – ha spiegato don Nicolò alla Nuova BQ -. Sono entrati perché la chiesa era aperta, ma non era l’orario solito delle celebrazioni. Quel che è certo è che io li ho tutti avvertiti che quella era una Messa privata, letta e celebrata in Forma straordinaria (il sacerdote conosce la Missa Vetus ordo anche se non la celebra in parrocchia)».

Ed è andata così in scena la Messa “clandestina”. «E’ stato molto commovente: abbiamo cantato la Missa de Angelis».

Un giornalista presente ha fatto il resto. Così il giorno dopo il sacerdote è stato rampognato dalla curia ambrosiana che ha minacciato di prendere provvedimenti per questa disubbidienza.  

«Cacciarli? No, mi spiace, ma non me la sono sentita. Se la mia disubbidienza è quella di non aver cacciato i fedeli, allora mi assumo la responsabilità, ma non ce l’ho fatta. Non ho disubbidito, ho spiegato che la Messa era in forma privata, ma non ho fatto altro che accogliere nella casa del Signore alcuni fedeli che avevano bisogno di incontrare il Signore nel suo giorno».

Lodevole, adesso però per lui possono scattare dei provvedimenti. È preoccupato? Chiediamo. «No, non sono un funzionario del sacro, sono un prete, il mio compito non è quello di aprire e chiudere l’oratorio come un portinaio, ma di celebrare il santo sacrificio del Signore. Non posso smettere di essere quello che sono. E io sono un prete ambrosiano: Sant’Ambrogio ha cacciato Teodosio, San Carlo ha attraversato scalzo la Milano appestata e il cardinal Schuster è rimasto in città anche sotto i bombardamenti. Come faccio a mandare via chi mi sta chiedendo di pregare per la sua anima?».

Ecco la Chiesa in uscita senza direzione: Messe clandestine, preti che celebrano di nascosto e si fanno sgamare da delatori e giornalisti. Vescovi e sindaci col pugno duro. Se alcuni anni fa ci avessero detto che per colpa di un virus la Messa sarebbe diventata proibita e il prete un pericoloso sedizioso avremmo pensato a un romanzo distopico. E neanche dei più originali. Invece…