• HAITI

Poveri e felici, contro ogni previsione

Il benessere occidentale non ha portato con sé la felicità. Abbiamo anche più di quel che veramente ci serve, ma ci siamo ingabbiati in una serie di regole, numeri e adempimenti che snervano e nevrotizzano. Eppure la felicità sembra regnare dove meno ce la si aspetta.

Bambini Haiti

Il benessere occidentale non ha portato con sé la felicità, e questo è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo anche più di quel che veramente ci serve, ma ci siamo ingabbiati in una serie di regole, numeri e adempimenti che snervano e nevrotizzano.
Il welfare, che doveva renderci la vita più comoda e sicura, ha come prezzo una vita in coda agli sportelli, scadenze da rispettare, balzelli da pagare codici da tenere a mente, bollette, canoni, permessi e divieti.

I media, riversandoci addosso ogni giorno, per le ventiquattr’ore, le disgrazie del pianeta (il bene “non fa notizia”) ci rendono e mantengono ansiosi. L’euforia artificiale dell’intrattenimento televisivo scatena in noi impulsi imitativi, competizione, fame di soldi e di “emergere” che tramuta il nostro quotidiano in un mini-inferno di cui ormai non ci rendiamo più conto. Solo chi va in missione nei posti più miserabili del pianeta avverte, in tutta la sua flagranza, la abissale differenza e di solito, quando rientra, non si adatta più alla vita cosidetto “civile” ma alla prima occasione torna nel cosidetto sottosviluppo.

Una conferma la si trova in una recente testimonianza del missionario laico Maurizio Barcaro, da vent’anni ad Haiti (intervista a Paul De Mayer dell’agenzia Zenit.org del 28 gennaio 2013). Haiti è stata colpita dallo spaventoso terremoto del 12 gennaio 2010, che ha provocato ecatombi e distrutto praticamente tutto in un Paese già molto povero. Poiché, come si suol dire, piove sul bagnato, anche l’uragano Sandy, che ha sconvolto New York alla fine del 2012, è passato su Haiti.

Come molti Paesi del terzomondo, l’indipendenza, che Haiti ha ottenuto nel 1804 (dunque, molto prima di tanti altri), non ha portato che «un susseguirsi di colpi di stato, regimi dittatoriali, morti misteriose di vari presidenti». Il terremoto del 2010 ha riempito le contrade di orfani che possono contare solo sulla carità internazionale; «povertà e miseria sono compagne di ogni giorno della maggior parte della popolazione, anche i bambini hanno molte privazioni». Eppure, ecco cosa dice il missionario: «Vivo in Haiti da 19 anni e devo dire che c'è qualcosa che mi ha sempre stupito. Malgrado la povertà estrema e la miseria in cui la maggior parte della gente è costretta a vivere, è raro vedere gente “depressa” o triste. I bambini sono sempre allegri e giocondi e hanno dei sorrisi bellissimi e veri, gli adulti sono sempre gioiosi e scherzosi e anche accoglienti. Non esistono praticamente i suicidi e gli psichiatri sarebbero sicuramente senza lavoro. Dopo il terremoto, c'erano anche squadre di psicologi e psichiatri che venivano “in aiuto alla popolazione”... e qui erano visti come gente strana, troppo curiosi, che facevano troppe domande».

Forse, dunque, vivere «come gli uccelli del cielo e i gigli del campo», secondo quel che dice il Vangelo, è il segreto se non della felicità almeno della contentezza, della cosidetta joje de vivre, che non ha bisogno di orpelli ma è semplicemente paga di essere al mondo, perché, sempre come dice il Vangelo, la vita vale più del vestito.

Un esempio a noi molto più vicino è costituito dai nomadi (zingari, rom o sinti che dir si vogliano), i quali vivono accanto a noi ma debitamente separati in auto-ghetti in cui continuano a seguire modus vivendi che noi definiamo da sottosviluppo. Eppure, i loro figli non sembrano soffrire dei mali “moderni” che affliggono i nostri: suicidi per futili motivi, anoressie, sballi sabatini. L’educazione che ricevono i figli dei nomadi è lontana le mille miglia da quella, accuratissima, che forniamo ai nostri. Anzi, non pare esagerato dire che non ne ricevono alcuna. Eppure, la “depressione” mai li coglie; anzi, la fanno venire agli altri, cioè a noi gadjos. Noi “civili” ci siamo intrappolati da soli in un sistema di vita che rasenta l’inumanità e che poliziotti e psichiatri non riescono quasi più a tenere insieme, tanto che ormai il welfare sembra ingolfato dai guasti e dai drop-out che esso stesso produce.

Si potrebbe utilmente cominciare da un dimagrimento dello Stato, dalla riduzione delle sue invadenza e pervasività. Secondo il famoso principio di sussidiarietà, cardine della dottrina sociale cattolica.

Non sembri, questa riflessione su Haiti, un elogio della decrescita felice, perché la penuria e l’esposizione alle malattie non danno affatto la felicità, anzi. No, ma si può benissimo essere nell’abbondanza e nella sicurezza senza rimetterci in serenità.
Basta rendere la vita meno nevrotica e ansiogena. Ma questo non dipende da noi, purtroppo, bensì da quella minoranza giacobina che, «per il nostro bene», ci impone regole su regole perfino l’autocensura in nome della cosidetta tolleranza. E pure la doverosa salvaguardia dell’ambiente, allo scopo di una vita più sana, diventa un’insopportabile caterva di obblighi e divieti quando alla dottrina sociale della Chiesa – libera e priva di sanzioni - si sostituisce quella, cogente e asfissiante, dei neogiacobini.