• MEDIO ORIENTE

Pizzaballa: "speranza di Pasqua nel mondo violento"

«Nel mondo lacerato e violento di oggi, come si può parlare di speranza pasquale?» si chiede Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme. Non solo i nuovi scontri a Gerusalemme rischiano di precipitare il conflitto, ma anche la guerra in Ucraina divide le comunità ebraiche russe e ucraine in Israele. 

Pizzaballa (a destra)

Non si placa la tensione in Israele. Oggi, secondo venerdì di preghiera del Ramadan, a Gerusalemme, sulla Spianata delle moschee, sin dalle prime ore del mattino, si sono ripetuti violenti scontri tra manifestanti e forze di polizia israeliane. Dall'inizio del mese di digiuno per i musulmani, si è trattato del giorno più drammatico. Il bilancio, provvisorio, è di oltre 150 feriti, tra i palestinesi, otto dei quali in gravi condizioni. A riferirlo sono i responsabili della Mezzaluna Rossa. Tre, invece, sono i feriti tra i soldati israeliani.

I rivoltosi, che avevano il volto coperto e sventolavano le bandiere di Hamas e dell'Autorità Palestinese, hanno iniziato un massiccio lancio di pietre e di fuochi d’artificio contro le forze di polizia israeliane. Con una mossa a sorpresa, però, i militari ebrei sono entrati nella moschea di Al-Aqsa, ritenuto dai musulmani il terzo luogo più santo dell’islam, dove si erano barricati i rivoltosi, effettuando centinaia di arresti. La polizia ritiene che molti di loro abbiano cittadinanza israeliana e siano arrivati ​​dal Nord di Israele, con oltre quaranta corriere. Gli scontri sono proseguiti per tutta la mattinata, fino a quando le forze di sicurezza israeliane hanno riportato la calma, dando la possibilità, ad oltre sessantamila fedeli, di poter regolarmente seguire la preghiera di mezzogiorno. Alla luce degli eventi della mattinata, il primo ministro Naftali Bennett ha tenuto una riunione di sicurezza di emergenza sulla situazione a Gerusalemme.

Nel frattempo, ad Haifa, un quarantasettenne ebreo di origine russe è stato accoltellato da una ragazza araba di quindici anni. «Nel mondo lacerato e violento di oggi, come si può parlare di speranza pasquale? Dove e come vedere i segni della risurrezione quando vediamo in tutto il mondo le conseguenze di conflitti e ingiustizie?». È questa la domanda che mons. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, pone a sé stesso e, insieme, ai fedeli della Chiesa Madre, in occasione dell’imminente festività pasquale.

Il suo pensiero va alla violenza, che in questi ultimi mesi ha coinvolto palestinesi e israeliani e che ferisce, ancora una volta, la Terra Santa. Il patriarca non si volta dall'altra parte per non vedere o non udire. Il conflitto politico assorbe tante energie, ma nello stesso tempo, la popolazione deve trovare la forza per reagire. Si percepisce un grande e diffuso desiderio di poter vivere normalmente. Senza paura. Una vita all’insegna delle cose di tutti i giorni: spostamenti sicuri da una località all'altra, il lavoro, gli incontri tra persone, il gioco dei bambini fuori casa. E sono proprio loro che chiedono l'impegno di tutti a favore del bene prezioso della vita e dell'inviolabile dignità della persona umana. Il ritorno alla normalità si scontra, però, con una situazione logorante, faticosa, deteriorata da rapporti diffidenti e guardinghi tra le persone.

«Situazioni che creano sfiducia e rischiano di spegnere quella speranza che proprio a Pasqua annunciamo. Le conseguenze di tutto ciò - sottolinea il patriarca - affiorano spesso nei nostri discorsi e trovano spazio in molti cuori: risentimento, pregiudizi, incomprensioni, sospetti, paure, stanchezza sono parole che non mancano quasi mai nel nostro vocabolario».

E come non pensare anche alle migliaia di russi e ucraini che vivono in Terra Santa? L'invasione dell'Ucraina da parte della Russia è vissuta dal milione e duecentomila di israeliani approdati, negli ultimi trent’anni, dai paesi della ex Urss, come un avvenimento proprio, coinvolgente. La zona di Sprinzak, ad Haifa, è abitata da israeliani «russi», come sono chiamati gli ebrei giunti dalla Federazione russa, dall’Ucraina, dalla Bielorussia e in numero minore da altri Stati della scomparsa Unione Sovietica.

A Tel Aviv, quando i primi reparti russi hanno varcato il confine ucraino, centinaia di manifestanti si sono dati appuntamento davanti all'ambasciata moscovita, sventolando bandiere ucraine. "I russi stanno distruggendo il nostro paese", "Non si può restare in silenzio". È quanto riportavano i cartelli che venivano alzati durante la manifestazione.

Se gli ucraini manifestano, i russi non sventolano bandiere e tantomeno fanno raduni. Il sostegno a Putin affiora attraverso i social e nelle reti televisive, durante i programmi di approfondimento. Il più famoso degli israeliani «russi» pro-Putin è il comico quarantaseienne, Semion Grafman, con decine di migliaia di sostenitori su YouTube. Vive a Bat Yam, nel distretto di Tel Aviv, ma è nato Dnipro, città dell'Ucraina orientale, capoluogo dell'omonimo distretto. 

Intanto l’Agenzia ebraica Nativ, il National Center for Jewish Studies, Identity and Convertion, struttura di collegamento tra il Governo israeliano e gli ebrei della diaspora, che ha mantenuto i contatti con gli oriundi del blocco orientale, durante la Guerra fredda, favorendo la aliyah («risalita» in Israele), riferisce che sono molti gli ucraini ebrei pronti ad immigrare in Israele. Diversi l’hanno già fatto. Potenzialmente, ha aggiunto il vice primo ministro, Yair Lapid, sono centottantamila gli ebrei dell’Ucraina che avrebbero diritto, secondo la legge, ad immigrare e a diventare cittadini dello Stato ebraico.

Odessa è stata una delle "Nuove Gerusalemme" adottate dalla diaspora, nel corso dei due millenni in cui gli ebrei sono stati privati di un proprio territorio e ciò ha favorito l'aumento di una delle comunità chassidiche più vive ed influenti d’Europa, tanto che ancora oggi si registra un pellegrinaggio di migliaia di chassidim verso Uman, città situata nell’Ucraina centrale, dove è conservata la tomba di Rabbi Nachaman di Breslov, una tra le massime autorità spirituali ebraiche del XVIII Secolo. Teologo e rabbino ucraino, è stato fondatore della tradizione chassidica di Breslov e dell'omonima dinastia rabbinica.

Di fronte a questa cruda realtà, il patriarca Pizzaballa si pone ancora degli interrogativi: «È dunque davvero possibile, oggi, in questa nostra vita, vedere i segni della risurrezione di Cristo, ascoltarne le testimonianze, incontrare il Risorto? Si può credere ancora a questo annuncio oggi?». «Si, è possibile! Lo crediamo, e lo ribadiamo perché lo abbiamo sperimentato - sottolinea Pizzaballa -. La Pasqua non è solo una parola, non è uno slogan, ma è una realtà che possiamo ancora oggi toccare, farne esperienza. Dobbiamo crederci, vogliamo anche noi dire: «Credo, Signore; aiuta la mia incredulità!» (Mc 9,24)».

E conclude: «Perché non è vero che nel mondo ci sono solo tenebra e violenza e che facciamo esperienza solo di morte e dolore. Nel mondo c'è anche tanto amore, tante persone che donano la loro vita per gli altri, che lottano per la giustizia, che operano per la pace. Fare Pasqua significa riconoscere e celebrare Cristo che, attraverso testimoni coraggiosi, in Terra Santa e in tutto il mondo, ci mostra la forza dell'amore che davvero ancora oggi sa ribaltare pietre e portare luce nella vita di tante persone in tutto il mondo e anche nella nostra Terra Santa. "Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce" (Rom. 13,12). Sì, è a questo che ci chiama la Pasqua, anche quest'anno: diventare i testimoni che con la loro azione, la loro preghiera, il loro donare la vita, continuano a portare nel mondo la luce scaturita dal Sepolcro di Cristo».

Dona Ora