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La questione

Perché scriviamo tanto della FSSPX

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Molti si chiedono perché dedichiamo tanto spazio alla questione lefebvriana quando nella Chiesa ci sono vari altri problemi. Due aspetti da mettere in luce: cos’è la Chiesa e quale pericolo comporta uno scisma; la gravità delle posizioni della Fraternità e quel giudizio di Lefebvre su san Giovanni Paolo II.
- Dossier: Il caso FSSPX

Editoriali 03_08_2026
Marcel Lefebvre negli anni Ottanta (LaPresse)

Perché la Bussola ha deciso di dedicare tanto spazio alla questione lefebvriana? È la comprensibile domanda che molti si sono posti, e che si accompagna solitamente alla considerazione che di fronte al profluvio di deviazioni in casa cattolica nell’ambito della morale, della liturgia e della dottrina, quello lefebvriano è tutto sommato un pericolo marginale (se mai possa essere ritenuto un pericolo).

Questa percezione della situazione è però un problema; anzi è il grave problema che ci ha fatto capire quanto sia importante restare sulla questione lefebvriana. È piuttosto evidente che molte persone, che hanno ben compreso l’impossibilità di accettare le deviazioni “a sinistra”, non hanno però altrettanto colto la medesima impossibilità di seguire le deviazioni “a destra”. Mi pare ci siano almeno due fattori che concorrono al risultato di una comprensione inadeguata del fenomeno FSSPX (Fraternità Sacerdotale San Pio X). Il primo è che non sappiamo più cosa sia la Chiesa cattolica, la sua dimensione gerarchica e visibile. In reazione ad una concezione assolutista del papato e arbitraria del diritto, esasperata durante il pontificato di Francesco, il pendolo è finito sul versante opposto della svalutazione di fatto del primato di Pietro e dell’incomprensione della dimensione giuridica della comunione della Chiesa.

Serve poco girarci intorno: l’adesione allo scisma lefebvriano minaccia molto concretamente la nostra salvezza eterna non meno dell’adesione all’omoeresia, delle dissacranti pagliacciate liturgiche, o del conformare le proprie azioni alla nuova ondata della morale della situazione che sta corrodendo quanto san Giovanni Paolo II e il compianto cardinale Carlo Caffarra avevano edificato. Non è una grande consolazione quella di essersi salvati dalle fiamme di un rogo, per poi finire morti affogati… Scriviamo dunque non per esprimere opinioni o per sollecitare un dibattito, ma perché l’autentica appartenenza alla Chiesa è necessaria per la salvezza, e il peccato di scisma ci separa da questa salvezza.

C’è poi un secondo aspetto: molte persone non hanno compreso la gravità delle posizioni della FSSPX, ritenendo che tutta la questione stia nel fatto che la Fraternità sollevi legittime obiezioni che Roma non vuole ascoltare. Nulla di più superficiale e fuorviante. Le cose non stanno affatto così. In verità, come vedremo, mons. Marcel Lefebvre è andato costruendo, passo dopo passo, una posizione che di fatto recide i legami con la Chiesa cattolica quale presente e viva oggi, e finisce per trasferire le promesse di Cristo sull’indefettibilità e l’inerranza della sua Chiesa alla stessa Fraternità. Ne risulta che la FSSPX si pone non solo come il criterio di giudizio ultimo delle posizioni e delle decisioni della Chiesa cattolica, e persino della cattolicità del papa stesso, ma in fondo come la permanenza della vera Chiesa di Cristo.

La FSSPX ha difeso e reiterato gli erronei insegnamenti di Lefebvre, edificando di fatto un sistema chiuso, in quanto si regge su premesse indimostrate e indimostrabili, infondate e non fondabili, divenendo così impermeabile a qualsiasi obiezione esterna. È una costruzione teologica nella quale Lefebvre ha rinchiuso la FSSPX, e della quale la FSSPX non è disposta a mettere in discussione nulla, pena il crollo del recinto che l’ha “protetta” per cinquant’anni, al prezzo della separazione dalla Chiesa cattolica. Per questa ragione la FSSPX non ha mai cercato un reale confronto con la Santa Sede e con alcuno dei suoi interlocutori, ma ha sempre utilizzato questi incontri da un lato per mostrare la propria “romanità”, dall’altro per testimoniare a Roma quella fede che essa avrebbe perduto.

Il fondamento della posizione della FSSPX di fronte all’attuale crisi della fede è la dichiarazione del 21 novembre 1974. Lì mons. Lefebvre gettò le basi di un’ecclesiologia incompatibile con quella cattolica. L’antitesi tra la «Roma eterna» (detta anche la “Chiesa di sempre”) e la «Roma di tendenza modernista e neo protestante, che si è manifestata chiaramente nel Concilio Vaticano II e, dopo il Concilio, in tutte le riforme che ne sono seguite» (o anche la “chiesa conciliare”), non è un semplice espediente retorico; si tratta piuttosto della teorizzazione che la Chiesa di Cristo non è più la Chiesa cattolica visibile, fondata sul successore vivente di Pietro e sui vescovi in comunione con lui. La «Roma eterna» di Lefebvre e della FSSPX diventa di fatto un’astrazione, qualcosa che non esiste nell’oggi concreto, ma si identifica con la Chiesa anteriore al Vaticano II, con i suoi documenti, con la sua liturgia (romana), con i suoi papi. Una Chiesa che oggi non c’è più (se non, come vedremo, nella FSSPX). E così, paradossalmente, la “Chiesa di sempre” diventa in realtà la Chiesa di ieri, da cui la necessità di una nuova definizione dell’obbedienza, che si presta ai papi di ieri: condizione sufficiente per ritenere che si è obbedienti anche al papa di oggi: «Noi siamo persuasi che restando fedeli a tutti i papi di ieri, a tutti i Concili di ieri, siamo fedeli al papa di oggi, al Concilio di oggi e al Concilio di domani e al papa di domani» (omelia del 2 settembre 1977, Poitiers). La disobbedienza al papa di oggi è dunque solo apparente se si rimane fedeli ai papi di ieri.

I cardinali Garrone, Wright e Tabera, nominati da Paolo VI per gestire la situazione critica della Fraternità, chiesero a Lefebvre di rivedere alcune espressioni della dichiarazione del ‘74, ma egli si rifiutò. Un’ostinazione che imprimerà questa impostazione dicotomica nel DNA della FSSPX. Nonostante oggi la Fraternità si lamenti quando la si accusa di essere scismatica, bisogna ricordare che fu proprio mons. Lefebvre ad usare la parola “scisma”, ovviamente puntando il dito contro la “Roma conciliare”: «Noi riteniamo di poter affermare […] che questo [il Vaticano II], girando le spalle alla Tradizione e rompendo con la Chiesa del passato, è un Concilio scismatico» (2 agosto 1976, Le Figaro). Da cui una “Chiesa conciliare” scismatica.

Un altro tassello importante è l’omelia della famosa Messa di Lilla (29 agosto 1976), celebrata davanti a più di seimila persone: «Se dovesse accadere che il papa non è più il servitore della verità, non sarebbe più il papa. Non dico che non lo è più […], ma se dovesse essere vero, noi non potremo seguire qualcuno che porta nell’errore». Da una parte, dunque, mons. Lefebvre, riconosceva in linea teorica il successore di Pietro, ma dall’altra proclamava che non lo si sarebbe più potuto seguire e, nei fatti, agendo nella più completa indipendenza da lui. Facciamo notare che non si intendono qui atti particolari di un pontefice, che potrebbero essere oggetto di discussione, ma di non seguire più abitualmente un papa, perché non cattolico.

Si potrebbe obiettare che per Lefebvre questa fosse una pura ipotesi; ma non è così. A dimostrarlo è un testo decisivo del 1983, intitolato À propos des décisions éventuelles futures (Riguardo a possibili decisioni future); si tratta della risposta all’importante studio, richiesto dallo stesso Lefebvre, del secondo assistente generale della FSSPX, don Josef Bisig (il quale lascerà la Fraternità per fondare la Fraternità San Pietro, in comunione con la Sede Apostolica), che concludeva l’impossibilità di ordinare dei vescovi contro la volontà del papa. La risposta di Lefebvre rivela la vera ragione che lo spinse alle consacrazioni del 1988, e che ha portato a ripetere questo atto scismatico qualche giorno fa.

Lefebvre esordisce con alcune domande eloquenti: «Questa Chiesa è ancora apostolica e cattolica? Fino a quale aberrazione il papa potrà giungere restando ancora cattolico? Senza essere giunto, forse, al sedevacantismo, non dobbiamo porci la questione se dobbiamo ancora considerare questo papa come cattolico?». La risposta è tristemente chiara; senza voler entrare nella questione del papa eretico e scismatico, il vescovo francese proclamò che «noi possiamo e dobbiamo in coscienza affermare oggi, dopo la promulgazione del nuovo diritto che afferma chiaramente la nuova Chiesa e dopo gli atti e le dichiarazioni scandalose su Lutero, che il papa Giovanni Paolo II non è cattolico».

A partire da questa dichiarazione di non cattolicità del papa, Lefebvre metterà a punto tutto un “armamentario teologico” assolutamente nuovo (a proposito di obbedienza alla Chiesa di ieri…), incompatibile con la dottrina cattolica. Come vedremo.

1.Continua