• PROCESSO ALLA STORIA

Per una Norimberga del comunismo: l'appello in Senato

Per una Norimberga del comunismo. Non è una provocazione fine a se stessa, è una richiesta fatta dal dissidente russo Vladimir Bukovskij prima di morire. Tornano a chiedere con forza una Norimberga del comunismo i partiti del centrodestra, ieri in Senato: un processo alla storia di un crimine con 100 milioni di vittime.

FUGA DALLA DDR di Rino Cammilleri

Stella rossa su Mosca

Per una Norimberga del comunismo. Non è una provocazione fine a se stessa, è una richiesta fatta da Vladimir Bukovskij, da almeno due decenni. Il dissidente russo, morto il 27 ottobre scorso, ne aveva parlato per la prima volta nel 1992, all’indomani della dissoluzione dell’Urss. Non c’è mai stato alcun processo penale, ma neppure storico e culturale per comprendere la natura criminale del comunismo, un sistema che ha provocato 100 milioni di morti in tutto il mondo, ma che è stato assolto dalla storia.

Tornano a chiedere con forza una Norimberga del comunismo i partiti del centrodestra. Ieri, in Senato, nell’aula Nassirya, una conferenza stampa indetta dal senatore Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), assieme al senatore Lucio Malan (Forza Italia) e all’onorevole Vito Comencini (Lega) ha rilanciato l’appello, nel 102mo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre (presa del potere dei bolscevichi in Russia). Assieme ai politici dei tre partiti del centrodestra erano presenti anche tre studiosi del comunismo, il filosofo Renato Cristin (autore dell’appello), lo storico Roberto de Mattei e il giornalista e docente Dario Fertilio. Tra i firmatari italiani, vi sono anche Antonio Martino, Marcello Pera, Antonio Tajani, Giorgia Meloni, Lorenzo Fontana, Stefano Zecchi, Francesco Alberoni e Arturo Diaconale.

Una Norimberga del comunismo è, secondo Adolfo Urso “Una proposta provocatoria ma estremamente significativa. Non è un argomento del passato, alla luce delle notizie che da 35 settimane giungono da Hong Kong”. Secondo Urso, “Questo processo, che a breve sarà presentato anche in altre capitali europee, deve essere un processo storico, culturale e sociale – spiega Urso - per una condanna senza appello dei regimi comunisti per il danno che hanno arrecato, soprattutto sotto il profilo della cancellazione delle identità, e per le morti che hanno provocato”. Secondo il professor Cristin, l’iniziativa avrà tre dimensioni: una prettamente storica, volta a tener viva la memoria, una giuridica ancora tutta da elaborare (perché sono stati commessi reati, anche in Italia, i cui colpevoli non hanno mai pagato) e una politica.

Della dimensione giuridica parla il senatore Malan, con un esempio eclatante: “All’inizio degli anni Novanta, il procuratore generale russo, Valentin Stepankov, chiese la collaborazione della magistratura italiana. La ragione di questa richiesta: denaro dei contribuenti russi che affluiva in Occidente ai partiti comunisti occidentali, primo fra tutti (di gran lunga il primo!) il Partito Comunista Italiano. Già la documentazione inviata da Stepankov era notevole: c’erano ricevute, firme di noti esponenti politici, richieste di ulteriori fondi”. Di questa indagine si occupò anche Giovanni Falcone ed esiste tuttora un sospetto (non dimostrato) che l’ordine del suo omicidio possa essere partito anche da Mosca. L’indagine venne comunque archiviata. Malan ricorda anche un altro fatto gravissimo: dopo la repressione della rivolta d’Ungheria, la condanna a morte di Imre Nagy non venne firmata solo da sovietici, “portava anche un voto, una firma, di un italiano”

Per il crimine immenso del comunismo, Renato Cristin ricorre al termine di “genocidio”, anche se sono molte di più le specie di sterminio praticate da Lenin, Stalin e i loro successori: politicidio, sterminio per quota (decimazione, totalmente casuale, di intere aree), sterminio di classe e anche più di un genocidio (dei tatari, dei ceceni, dei tedeschi del Volga, degli italiani di Crimea, dei baltici…). Il termine “genocidio”, usato da Cristin, è quello impiegato anche da Bukovskij, per indicare “non i crimini noti, dunque i grandi massacri, ma in un’accezione molto più sottile: genocidio di un popolo, di tutti i popoli sottomessi ai regimi comunisti, di cui si è distrutta l’identità”. Non si poteva più essere russi o georgiani, lituani o tatari, armeni o kazaki: sotto la stessa stella rossa, tutti i cittadini erano numeri ugualmente sottomessi al potere, totalmente nelle mani dello Stato.

Vito Comencini, della Lega, è certamente filo-russo, ma evidentemente non è filo-sovietico. Nella sua testimonianza, riferisce di quanto sia forte la sensibilità per i crimini del comunismo nei popoli che lo hanno vissuto. Ha sposato una donna russa, a San Pietroburgo, nella basilica di Santa Caterina, “uno dei significati importanti è non solo nella città, che dopo essere stata Leningrado è fortunatamente tornata ad essere San Pietroburgo, ma anche nella chiesa stessa: i comunisti l’avevano saccheggiata e chiusa, trasformata in magazzino, poi bruciata e distrutta. Poter tornare a praticare la propria fede in un luogo in cui i cristiani erano stati privati della loro libertà, è un aspetto molto importante”. In Crimea, racconta Comencini, “un monumento a Kerch ricorda le vittime delle deportazioni sovietiche. Avvennero durante la guerra, ma ai danni di popoli che erano già visti come nemici dell’Unione Sovietica. Anche molti italiani di Crimea vi morirono, alcuni durante il viaggio, altri nei gulag, altri rimasero nei territori di destinazione, soprattutto in Kazakhstan. Il presidente Putin ha deciso di aggiungere all’elenco delle vittime, assieme ad altre minoranze, come i bulgari, come i tatari, anche gli italiani”.

Dario Fertilio ricorda la figura di Vladimir Bukovskij e l’iniziativa del Memento Gulag, per tener viva la memoria sui crimini del comunismo. Sulla Norimberga del comunismo, il dissidente russo “non suggeriva di mandare alla sbarra dei criminali, decenni dopo i loro crimini. Intendeva processare il comunismo, che non è riducibile al solo stalinismo. Anche su Wikipedia, alla voce ‘totalitarismo’ voi trovate nazismo e stalinismo. E’ il classico metodo usato dai comunisti per confinare gli orrori, decine di milioni di morti, in un periodo storico limitato. In realtà Stalin fu il diretto successore di Lenin, come sappiamo grazie a Bukovskij e allo storico Stephane Courtois. Fu Lenin a inventare il gulag”. Fertilio fa presente che “ancora oggi una sinistra non redenta preferisce usare il termine ‘socialismo reale’, per lasciare a ‘comunismo’ una bella speranza nel sol dell’avvenire. O addirittura si formano commissioni per combattere l’odio che, fra gli odiatori, non includono i persecutori di decine di milioni di persone, un’ideologia che dell’odio di classe ha fatto il suo fondamento”.

Anche perché, come fa presente lo storico Roberto de Mattei, il comunismo ancora oggi è dilagante. “Non c’è stato, nel Novecento, un crimine analogo al comunismo, per lo spazio temporale in cui si è esteso, per i territori che ha abbracciato, per la qualità dell’odio che ha saputo produrre. A qualcuno può sembrare anacronistica una proposta di questo genere”. Ma: “Negli ambienti che controllano i media, il comunismo non è mai stato sentito come un male, al pari del nazionalsocialismo. E oggi il comunismo prospera, non solo in Cina e in America latina, ma anche in Europa. Sono spariti i partiti (ufficialmente) comunisti, ma sopravvive l’ideologia. Basti pensare che Antonio Gramsci è uno dei cinque italiani più studiati e tradotti nel mondo dopo il XVI Secolo”. Inoltre “l’interdizione all’anticomunismo ha posto il veto ad ogni indagine e studio sul passato. Un passato che non è stato condannato, né discusso, né espiato. Solo agli ex e ai post comunisti è stato concesso di criticare quel che era successo nell’era sovietica”. L’ideologia comunista “continua a infettare la cultura, i media, la classe politica e perfino la classe ecclesiastica occidentale”.