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Per Paglia "tutto si tiene", al di là del bene e del male

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La filosofia di Francesco secondo il suo più "autorevole" interprete non prevede contrapposizioni né tantomeno principi non negoziabili che arrechino disturbo a una visione naturalistica dell'esistenza che può fare a meno del cristianesimo.

Editoriali 10_04_2024
IMAGOECONOMICA - GIULIANO DEL GATTO

Chissà se monsignor Vincenzo Paglia esprime correttamente la “filosofia” di Francesco? Anche perché la filosofia di Francesco si presta poco ad essere espressa correttamente... È una filosofia esistenziale ed è proprio dell’esistenza, se separata dalle essenze che ci dicono cosa le cose sono e quali sono i loro fini, avere al proprio interno tutto e il contrario di tutto, come condannare il gender e lodare padre James Martin. Anche l’espressione «tutto si tiene», intesa in senso esistenziale e senza riferimento alle essenze, è solo la constatazione di plurime relazioni di fatto, prive di gerarchia e dentro le quali bisogna aprirsi a tutti, tutti, tutti. Però Paglia è stato confermato, promosso, collocato in posizioni chiave nell’organigramma degli implementatori della filosofia di Franceso, molte sue impertinenze dottrinali non sono state rettificate, sicché se oggi c’è uno che possa esprimere correttamente la filosofia di Francesco è proprio lui. Su questo possiamo considerarlo un’autorità.

Ora, in occasione dell’uscita della dichiarazione Dignitas infinita, Paglia ha concesso una intervista al Corriere della Sera (QUI) tutta incentrata sulla filosofia di Francesco. Il cuore dell’intervista è questa frase: «Quella di Francesco è un’esortazione a guardare alla vita in tutti i suoi risvolti, senza contrapposizioni. Non a caso, il Papa non usa più l’espressione principi non negoziabili, per evitare una gerarchia falsa, come se alcuni fossero più importanti di altri. Tutto si tiene, questioni bioetiche e questioni sociali».

Come risulta da questo passaggio, la filosofia di Francesco consisterebbe nell’accogliere tutto quanto esiste («Guardare la vita in tutti i suoi risvolti», dice Paglia), nell’integrare tutte le sfumature della vita, non sovrapporre alle situazioni esistenziali la visione di un qualche ordine, ma accostarsi ad ogni persona e ad ogni contesto con uno spirito di accoglienza, disponibilità e apertura. L’accostamento alla vita fatta nel rispetto di un ordine impedirebbe l’integrazione a cui tutti hanno invece diritto e comprometterebbe la possibilità dell’incontro reciproco, del dialogo, della collaborazione e della pace. Questa dimensione dell’esistenza che precede le visioni di un qualche ordine altro non è che il mondo, o se vogliamo la laicità, dove tutti si trovano a vivere prima di essere persone di un certo tipo. Prescindere dal fatto che siamo persone di un certo tipo rappresenta un apriori esistenziale laico particolarmente favorevole all’incontro e alla integrazione. Francesco lo ha detto anche nel discorso del 4 aprile ad un Convegno vaticano.

Si capisce così il giudizio negativo sulle «contrapposizioni» espresso nell’intervista a Paglia. Le contrapposizioni emergono davanti a delle visioni che gerarchizzano persone ed eventi. Vero e falso, bene e male, giusto e ingiusto, perdizione e salvezza… sono contrapposizioni che però vengono ridimensionate se si preferisce indirizzare lo sguardo a ciò che tutti ci accomuna, ossia al fatto di esistere, di essere in una certa situazione, di essere tutti esistenzialmente fratelli non solo tra di noi ma anche con gli altri esseri viventi, dai quali invece le contrapposizioni ci dividerebbero. Ognuno, spiega Paglia, è dentro una situazione ed è difficile dare un giudizio su di lui e sui suoi comportamenti a prescindere da quella situazione. Non esistono categorie universali, criteri di giudizio validi sempre o per tutti, non resta che esercitare in coscienza e nel dialogo un discernimento a partire dalla situazione di vita, discernimento capace di produrre, sempre provvisoriamente tuttavia, qualche umile criterio almeno minimamente condiviso.

Si comprende anche il rifiuto dei «principi non negoziabili» di cui pure parla Paglia. Dal discernimento che parte dalla situazione di vita e che non pretende di arrivare mai a qualcosa di certo o definitivo, non possono derivare degli imperativi morali irrinunciabili. Può essere che vi si rinunci, ma non in ossequio ad una norma assoluta bensì dopo una decisione presa in coscienza. In ogni caso, qualunque sia la scelta fatta, nel nostro giudizio deve prevalere non il contenuto della scelta, ma la comune appartenenza a quell’apriori esistenziale che tutti ci accomuna, ossia il fatto di «essere sulla stessa barca». Questo metterà in secondo piano le differenze di visione maturate nel discernimento, se atee o teiste, etero o omosessuali, abortiste o pro-life… e in questo modo si potrà includere veramente tutti, senza distinzioni. La dottrina divide, la prassi unisce. La Chiesa è un gruppo di “facilitatori”.

Questa visione delle cose impedisce già ora massicciamente e impedirà sempre di più in futuro una presenza nella vita di cattolici “visibili”, perché portatori di una “visione”. Se la dimensione della mondanità, della laicità, dell’esistenza è la più adatta ad accogliere e far dialogare le persone, liberandole da “contrapposizioni” artificiose, allora una scuola cattolica, un’associazione cattolica, un ospedale cattolico, una famiglia cattolica, un’educazione cattolica sono e saranno di disturbo. Si torna così al “naturalismo” per il quale il piano naturale – che qui diventa però quello esistenziale, laico e mondano – basta a se stesso e per esso il cristianesimo sarà magari utile ma non indispensabile. Proprio quello che Benedetto XVI negava nella Caritas in veritate (n. 4).