• EDITORIALE

Per favore, un po' di chiarezza

Confusione è la definizione più ricorrente riguardo le prossime elezioni. Anche nel mondo cattolico: il Magistero proibisce di militare in partiti che contraddicono esplicitamente i princìpi non negoziabili, ma c'è chi fa e teorizza il contrario, senza che nessuno dica niente. Come è possibile?

Elezioni


Su una cosa si può essere tranquillamente tutti d’accordo: mai prima una confusione e un disorientamento generale hanno accompagnato una campagna elettorale come è quest’anno. Una confusione che va dai partiti (tutte le alleanze elettorali sono già pronte a sfasciarsi il giorno dopo le elezioni) fino all’ultimo elettore.

In questo clima generale di confusione anche molti cattolici sembrano aver perso l’orientamento, malgrado la Chiesa offra punti di riferimento oggettivi e immutabili. Non in quanto a indicazione di voto per i partiti, ma quanto ai criteri con cui giudicare persone e schieramenti. Eppure sembra che si vaghi nel nulla.

Indicativa a questo proposito è l’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 10 gennaio scorso a Natale Forlani, ex sindacalista e amministratore delegato di Italia Lavoro. Forlani è stato il portavoce del Forum di Todi – promosso dalle associazioni cattoliche del mondo del lavoro - ma si è dimesso in occasione di Todi 2 per dissensi sull’indirizzo da dare al Forum. In questa intervista Forlani oltre a spiegare i motivi del suo dissenso ed affermare ciò che a molti era già evidente – ovvero che Todi è servita a qualcuno per fare carriera politica con Monti – a un certo punto rivela un dettaglio molto interessante sulla strategia che i vertici di Todi avevano in mente: «(Il progetto comune) era quello di cercare di avere una forza effettiva di un centinaio di parlamentari presenti nei tre principali partiti, in grado al momento giusto di far valere trasversalmente le questioni che ci stanno a cuore, le questioni eticamente sensibili».

Non entriamo in merito all’improbabile ottimismo sulla possibilità di un centinaio di parlamentari legato alle associazioni cattoliche; soffermiamoci invece sull’idea di entrare «nei tre principali partiti», intendendosi Pd, coalizione Monti, e Pdl-Lega.

Ebbene, tale progetto lascia alquanto interdetti: è vero che in Italia non esiste più un partito che è punto di riferimento obbligato dei cattolici, ma ciò non significa che per la Chiesa una scelta valga l’altra, basta che poi in Parlamento tutti votino allo stesso modo su aborto e simili. Il Papa ha fatto in questi anni un grande sforzo di sintesi per rendere chiara e comprensiva quella che noi abbiamo chiamato “agenda Ratzinger”, ovvero la proposizione dei princìpi non negoziabili – vita, famiglia, libertà di educazione, uniti alla libertà religiosa - come base per ogni politica che miri al bene comune. Non sono negoziabili – e i lettori de La Nuova BQ lo sanno bene - perché sono princìpi legati alla natura della persona e qualsiasi scelta politica, economica, sociale che non si fondi su questi è destinata a produrre danni. Ciò non vale solo per l’Italia, ma per il mondo intero tanto è vero che papa Benedetto XVI ha rispiegato questi concetti nel suo discorso al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede lo scorso 7 gennaio.

Può benissimo darsi che nessun partito o schieramento che si presenti alle elezioni faccia propri questi criteri. L’Italia che va al voto il prossimo 24 febbraio ne è un esempio. In questo caso appare ovvio che si può comunque scegliere tra quelle formazioni che, almeno teoricamente, lasciano la possibilità di esprimere liberamente queste posizioni, pur non avendole inserite nel programma. Diverso è il caso di quei partiti che invece hanno programmi esplicitamente in contrasto con i princìpi non negoziabili.

A questo proposito è chiara la “Nota dottrinale (si badi bene: dottrinale) circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 24 novembre 2002. Dopo aver spiegato i princìpi a cui devono tenere i cattolici in politica, afferma così: «...La coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti». E ancora: «Vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana».

Traducendo nell’attuale situazione italiana: in linea di principio nulla osta a un impegno nella Lista Monti o nell’alleanza Pdl-Lega, che lasciano libertà di coscienza. Problemi grossi ci sono invece per il Pd, perché questo partito nega programmaticamente – e non soltanto in qualche suo rappresentante - i princìpi non negoziabili. Se nella nostra cultura non è stato ancora abolito il principio di non contraddizione, allora è incompatibile affermare il diritto alla vita e militare in un partito che considera l’aborto una conquista civile; è inconcepibile affermare che la famiglia è solo quella  fondata sul matrimonio tra uomo e donna e poi fare campagna elettorale per chi sostiene il riconoscimento dei matrimoni gay. Nulla vieta che una volta in Parlamento si possa collaborare su tante materie, ma è cosa ben diversa dall’adesione a un programma.

E allora ci si chiede: come è possibile che i vertici delle principali associazioni cattoliche impegnate nel sociale teorizzino la possibilità di militare nel Pd (e lo provano i candidati messi in lista da questo partito)? E se questa strategia di Todi era sostenuta o addirittura suggerita da alcuni vescovi, che cosa dobbiamo dedurne?

Rispondere a queste domande è importante perché le implicazioni sono enormi. La dottrina della Chiesa è chiara: non è che l’arena politica sia una zona franca in cui ognuno fa quel che gli pare, una sorta di “liberi tutti” in cui contano e bastano le buone intenzioni.
La Dottrina sociale della Chiesa è parte integrante dell’insegnamento morale: se i criteri dettati sono opzionali per quanto riguarda la politica perché dovrebbero essere obbliganti per altri aspetti morali? Tanto per scendere nel concreto: se nello scegliere un partito posso tranquillamente infischiarmene della Nota dottrinale appositamente elaborata, perché non dovrei fare lo stesso per quanto riguarda il divorzio, l’uso degli anticoncezionali, i rapporti pre-matrimoniali, il furto, la falsa testimonianza e via di questo passo?

Se un aspetto della dottrina morale è opinabile è ovvio che lo possano essere tutti gli altri. E non è una questione ideologica, di semplice e ottusa affermazione di una dottrina: quello che c’è in ballo è la grandezza e irriducibilità della persona umana o, per citare ancora la Nota dottrinale di cui sopra, si tratta di operare «perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana».

E’ bene che su questo punto chi di dovere si pronunci. C’è già molta confusione in giro, almeno in casa cerchiamo di chiarirci le idee.

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