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a cura di Stefano Fontana
La questione

Pena di morte, incoerenze e negligenze in Vaticano

Dom Meiattini sottolinea in un articolo che nel nuovo testo del Catechismo sulla pena di morte è stato trascurato quanto era stato insegnato dalla Chiesa. Poi, è stato cambiato un secondo paragrafo, ma con quale mandato? E il Compendio non è stato aggiornato…

Dottrina sociale 03_07_2026

Merita molta attenzione l’articolo che dom Giulio Meiattini (nella foto) ha pubblicato nell’ultimo numero della rivista francese Catholica, diretta da Bernard Dumont: una lettura del cambiamento, voluto da Francesco, della dottrina della Chiesa sulla pena di morte, confluita nel 2018 addirittura nel cambiamento del testo del Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC). Meiattini è monaco benedettino, teologo e docente al Pontificio Ateneo Sant’Anselmo di Roma. Le sue osservazioni sulla questione della revisione della dottrina sulla pena di morte mettono in evidenza sorprendenti incoerenze e negligenze in Vaticano.

Con il rescritto dell’1 agosto 2018 Francesco ha completamente riformulato il paragrafo 2267 del CCC. Il nuovo testo dice che per molto tempo si era ritenuto che la pena di morte fosse un’adeguata risposta alla gravità di certi delitti ma oggi si è sempre più consapevoli che la persona non perde la propria dignità nemmeno se commette delitti molto gravi e del resto sono maturate nuove forme di detenzione più efficaci per assicurare la sicurezza. Conclude col dichiarare la pena di morte «inammissibile».  

Meiattini segnala che prima di tutto nel nuovo testo viene trascurato quanto era stato insegnato dalla Chiesa fino al Catechismo del 1992. Secondariamente, le motivazioni del cambiamento si fondano solo sui nuovi modi di pensare e sulle novità nell’organizzazione della detenzione, mentre sparisce il principio metafisico del danno arrecato all’ordine oggettivo della giustizia.

L’aspetto più problematico consiste però nella mancanza di qualsiasi riferimento alla Scrittura e alla tradizione della Chiesa. Il cambiamento di dottrina non deriva dalla Parola di Dio e, in effetti, sarebbe stato impossibile trovare nel Nuovo Testamento, nei Dottori o nel magistero ecclesiastico dei punti di appoggio per un cambiamento così netto. Il timore di Meiattini è condivisibile: «Se ciò venisse esteso a tutti i campi della morale e della dottrina cattolica, potrebbero essere cambiate molte cose sulla base della semplice considerazione che “oggi” si pensa diversamente» (p. 60).

Il nuovo magistero sulla pena di morte è confuso anche per altri importanti motivi. Il rescritto di Francesco del 2018 cambia solo il testo del paragrafo 2267, ma in realtà è stato cambiato anche quello del paragrafo 2266. Meiattini si chiede: «Chi ha modificato il n. 2266? Con quale autorità è stato fatto? Chi ha deciso la formulazione attuale?» (p. 61). Si potrebbe pensare che l’attuale n. 2266 sia abusivo e che la formulazione precedente sia tuttora valida: «la modifica fatta da una mano invisibile non sembra avere i caratteri della legittimità» (p. 62).

Infine, c’è un altro elemento di negligenza: Nel Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica pubblicato nel 2025, ossia 7 anni dopo il cambiamento, i paragrafi 468 e 469, corrispondenti ai numeri 2266 e 2267 del CCC, sono rimasti invariati. Non si può negare, quindi, che sul tema siano state accumulate incoerenze e negligenze importanti. Si tratta di un caso di magistero confuso.

Stefano Fontana