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Ora di dottrina / 219 – Il supplemento

La Corredentrice tra santi, teologi e papi: il senso di un percorso

Dai santi alla riflessione teologica fino al magistero dei papi, la comprensione della verità della corredenzione mariana è andata via via approfondendosi e chiarificandosi. Uno sviluppo rispetto a cui la nota Mater populi fidelis rappresenta una rottura senza fondamento.

Catechismo 26_07_2026

Ventisette supplementi domenicali (e questo è il ventottesimo) dedicati alla Corredentrice nell’insegnamento dei santi, dei teologi e dei pontefici. Qual è il senso di questo lungo percorso?

I lettori della Bussola ricorderanno gli articoli dedicati dal nostro quotidiano all’analisi della nota dottrinale Mater populi fidelis (2025) del Dicastero per la Dottrina della Fede. A contrariarci è stata l’impostazione di fondo della nota, che lasciava chiaramente intendere che la dottrina della corredenzione di Maria, come partecipazione immediata e attiva alla redenzione in atto primo, ossia all’acquisto delle grazie della salvezza, fosse una semplice opinione teologica contestata, e solo marginalmente presente nel magistero dei pontefici (cf. n. 18). Un solo misero paragrafo dedicato a quanto noi abbiamo cercato di sintetizzare in oltre venti articoli, mentre tre corposi paragrafi (19-21) spiegano come i papi recenti siano stati scettici, o addirittura contrari, come nel caso di Francesco. Quanto al titolo, esso sarebbe da bandire, perché andrebbe spiegato (cf. n. 22), come se tutti gli altri titoli e termini della dottrina cattolica non abbiano bisogno di spiegazione...

Una posizione ben misera e piuttosto imbarazzante per quel Dicastero che dovrebbe soppesare e documentare ogni parola che utilizza. Ma il modo migliore per rispondere a questa posizione non è la polemica (anche se ogni tanto può essere utile pure quella), ma la dimostrazione che le cose stanno diversamente. Il minimo che si possa dire è che gli estensori della Nota – tra i quali, curiosamente, non ritroviamo alcun mariologo – si sono persi almeno un secolo e mezzo di sviluppo della corredenzione nel sensus fidei, nella teologia e, soprattutto, nel magistero ordinario dei pontefici. Se lo sono perso o l’hanno scientemente ignorato.

È singolare che, mentre da ogni parte si invochi lo Spirito Santo come anima del progresso nella dottrina e nella disciplina della Chiesa per giustificare posizioni al limite dell’eresia (e anche oltre il limite), non si sia colto come questo Spirito abbia fatto maturare e approfondire nella sua Chiesa la conoscenza di come la sua Sposa, la Beata Vergine Maria, abbia contribuito in modo sostanziale alla redenzione, dandole una nota materna che, diversamente, sarebbe mancata. Noi che nel peccato siamo esuli figli di Adamo ed Eva, senza Maria Santissima nella rinascita saremmo stati orfani di madre. E la nota del DDF ci lascia infine sostanzialmente orfani perché, come abbiamo ampiamente dimostrato, non c’è vera maternità spirituale di Maria senza corredenzione.

La Santissima Trinità, però, non si contraddice; se nella creazione, essa ha voluto imprimere il proprio sigillo traendo dal principio creato (l’uomo) la donna, e facendo procedere da entrambi la stirpe umana, nella ri-creazione non è stato da meno: dal principio creato (quanto all’umanità) di Cristo, ha tratto la nuova Eva, e da entrambi fa procedere il popolo dei redenti. Il segno trinitario inconfondibile della generazione del Figlio dal Padre e della processione dello Spirito Santo dall’uno e dall’altro si manifesta allo sguardo di fede nella creazione come nella redenzione. E più nella redenzione che nella creazione, perché vale il principio espresso nella preghiera offertoriale, nel momento in cui il sacerdote versa una goccia d’acqua nel calice: Deus qui humánæ substántiæ dignitátem mirabíliter condidísti et mirabílius reformásti – O Dio che hai creato la dignità della sostanza umana in modo ammirabile e in modo ancora più ammirabile l’hai riformata.

La formula, che risale a san Leone Magno, mostra l’analogia tra la creazione e la redenzione, marcando però al contempo la superiorità di quest’ultima. L’avverbio e l’aggettivo comparativo utilizzati – mirabiliter, mirabilius – hanno la loro radice nel verbo miro, che indica lo stupore che proviene dalla contemplazione. E allora possiamo dire che se la creazione, nella sua struttura ternaria Adamo-Eva-umanità, aiuta noi poveri uomini a comprendere il mistero della struttura ternaria della ri-creazione, Gesù-Maria-cristiani, rimane però vero che il mistero della redenzione è più luminoso di quello della creazione, perché quest’ultimo è figura di quello, che è invece il compimento, la perfezione. E dunque, in ultimo, non è possibile cogliere lo splendore del ruolo di Maria nella redenzione senza che la nostra debole intelligenza venga illuminata dal dono dell’intelletto, perfezionatore della fede.

La carrellata che abbiamo fatto non è solo una ricostruzione storica, ma la testimonianza di come lo Spirito Santo abbia concesso questo dono alla sua Chiesa nei santi, nei teologi, nei sommi pontefici, perché potessero comprendere ed esprimere questo nuovo lato, fino a qualche secolo fa rimasto in ombra, del mistero di Maria.

I santi: tra loro abbiamo potuto presentarne alcuni che non erano pastori, come suor Lucia e Madre Zauli, che pure avevano bene davanti agli occhi della fede la realtà della corredenzione, quasi fosse un’evidenza. Altri, come san Massimiliano Kolbe, i beati Ildefonso Schuster, Columba Marmion, Giacomo Alberione e Gabriele Allegra, l’hanno contemplata e l’hanno offerta come dottrina luminosa e sicura a tutti i fedeli. Ancora, sant’Alfonso Maria de’ Liguori l’ha difesa in un clima di arido intellettualismo, dimostrando come già nel XVIII secolo la corredenzione mariana vantasse un’importante tradizione a sostegno. Tutti segni chiari di dove va quel sensus fidei, che, nella sua forma ancora più primaria della pietà, da tempo crede nella corredenzione mariana, ogni volta si rivolge in tutta verità a Maria come madre, o ancora la saluta con il titolo di Addolorata.

Anche in ambito teologico e magisteriale, la maturazione della comprensione della cooperazione di Maria alla redenzione è andata approfondendosi e chiarificandosi di anno in anno, in una virtuosa “contaminazione” che dalla riflessione teologica si riversava sul magistero dei papi e da quest’ultimo tornava a rafforzare l’indagine teologica. Facendo tesoro di tutte le acquisizioni raggiunte in questi mesi, dobbiamo ora andare a scrivere una pagina piuttosto triste, quella che racconterà la retromarcia teologica sulla corredenzione mariana, insistendo su argomentazioni già ampiamente superate e che il lettore non avrà difficoltà a riconoscere. Le presenteremo e, ancora una volta, cercheremo di confutarle. A Dio piacendo.