Pasqua di guerra a Gerusalemme, ma l'odio non ha l'ultima parola
La Città Santa si prepara ai riti pasquali sotto le restrizioni imposte dal conflitto. Ma se la Terra Santa è la terra di contraddizioni e divisioni, è anche quella della vittoria della Risurrezione sulla morte, ricorda mons. Ilario Antoniazzi, intervenuto con Nicola Scopelliti nella diretta di venerdì 27 marzo.
Cancellata la processione della Domenica delle Palme, rinviata la Messa crismale, anche nei riti religiosi Gerusalemme si prepara a vivere una Pasqua sotto le restrizioni imposte dalla guerra. «È una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto», ha scritto il patriarca Pierbattista Pizzaballa il 22 marzo, esortando a mantenere viva la tensione spirituale e a non perdere la speranza.
Alla Pasqua di guerra a Gerusalemme è stata dedicata la diretta dei Venerdì della Bussola del 27 marzo, con mons. Ilario Antoniazzi e Nicola Scopelliti. Non una sola guerra ma ben tre, ha ricordato Scopelliti – quella di Gaza, dove «si continua a morire anche se è stato firmato un accordo», quella contro l’Iran e quella contro Hezbollah nel sud del Libano. Nella Città Santa in particolare, la gente vive questa fase «con grande difficoltà, anche se abituata a convivere con le guerre da circa ottant’anni». Direttamente da Gerusalemme interviene mons. Antoniozzi, che nel Patriarcato ha vissuto tutta la sua vita sacerdotale e vi è tornato dopo essere stato arcivescovo di Tunisi dal 2013 al 2024: «Anche nei momenti più duri, più bui come quello attuale, sappiamo che il Signore della storia è Lui, che l’ultima parola non è del male ma del bene, che non è della morte ma della vittoria sulla morte, della Risurrezione». La lettera del Patriarca, racconta, ha dato speranza ha molti fedeli che erano un po’ disperati. È una Pasqua di contraddizione, oltre che di Risurrezione, che del resto è insita nella contrasto fra il nome stesso di Gerusalemme, città della pace, e le tensioni che la attraversano. L’equilibrio seguito alla Guerra dei sei giorni (1967) è diventato sempre più fragile, osserva ancora Scopelliti, e ancora di più negli ultimi quattro anni. Alla convivenza tra arabi e israeliani è subentrato l’odio – «e l’odio bisogna cancellarlo: bisogna essere realisti, israeliani e palestinesi sono destinati a vivere assieme». E anche se il cristianesimo è nato qui, «siamo divisi, anche i cristiani a volte sono in lotta tra loro, ma non è qui che bisogna fermarsi», dice mons. Antoniazzi, altrimenti «ci si fermerebbe al sepolcro vuoto». Invece non bisogna dimenticare che la Terra Santa è, sì, terra di contraddizioni, ma è soprattutto «la Terra della vittoria della Risurrezione sulla morte e dell’amore sull’odio».

