• MEMORIA STRABICA

Palermo omaggia Arafat e dimentica le vittime (italiane)

Il lungomare di Palermo è stato dedicato dal sindaco Orlando ad Arafat. Si specifica che Arafat è “premio Nobel per la Pace nel 1994”. Ma non si ricorda la lunga lista di morti e di attentati, anche in Italia, che sono stati compiuti sotto l’ombrello della sua Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). 

Berlinguer e Arafat nel 1982

Palermo è una “città mediorientale”, secondo il sindaco Leoluca Orlando, come ha detto lui stesso il maggio scorso, “somiglia più a Beirut che a Francoforte, o meglio, Palermo è una città mediorientale che però si trova in Europa”. Sarà anche per questo motivo, che il sindaco ha deciso di dedicare il lungomare palermitano a Yasser Arafat, leader palestinese morto nel 2004. Il nuovo nome del lungomare specifica che Arafat è “premio Nobel per la Pace nel 1994”. Ma non ricorda la lunga lista di morti e di attentati che sono stati compiuti in nome e per conto di Arafat, sotto l’ombrello della sua Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp).

Il Nobel per la Pace Yasser Arafat, che nel 1993 accettò gli accordi di Oslo e divenne il leader politico dell’Autorità Palestinese (embrione del progettato Stato), sette anni dopo, nel 2000, ruppe unilateralmente gli accordi di pace di Camp David. Ne derivò un’ondata di attentati senza precedenti, con l’impiego massiccio di terroristi suicidi, che provocò più di 1000 morti fra i civili israeliani. Gran parte dei terroristi suicidi erano delle Brigate Martiri al Aqsa, braccio armato di Fatah, il partito politico di Arafat. Solo un anno dopo la morte dello storico leader palestinese, la Seconda Intifadah si spense rapidamente. La Prima Intifadah, durata dal 1987 al 1992 (alla vigilia di Oslo e del Nobel per la Pace ad Arafat e Rabin) era costata molto soprattutto ai palestinesi: più di 2000 morti. La metà dei quali, però, erano vittime della stessa repressione palestinese contro veri o presunti “collaborazionisti” di Israele. Le due Intifadah sono stati solo il culmine di una storia violentissima, iniziata con il terrorismo in Transgiordania, poi la guerriglia in Giordania, repressa nel settembre del 1970 (“settembre nero”), infine con la diaspora palestinese in Libano, causa principale, se non unica, dello scoppio della Guerra Civile libanese nel 1975. Fra questi grandi eventi c’è uno stillicidio di attentati.

Che Arafat non fosse propriamente un uomo di pace lo si è potuto giudicare anche dal suo storico discorso all’Onu, quando, nel 1974, brandì un ramoscello d’ulivo tenendo la pistola nella fondina. Il senso del discorso era riassumibile con: “voglio la pace, ma sono pronto alla guerra”. Un anno prima, il 17 dicembre del 1973, dunque due mesi dopo la fine della Guerra dello Yom Kippur, un commando palestinese dell’organizzazione Settembre Nero aveva fatto irruzione nell’aeroporto di Fiumicino, attaccando un aereo della Pan Am, con granate incendiarie. 30 passeggeri, di cui 4 italiani (l’ingegner Raffaele Narciso, il funzionario Alitalia Giuliano De Angelis, la moglie Emma Zanghi e la figlia Monica di 9 anni), morirono bruciati vivi o soffocati nell’incendio. I terroristi catturarono poi un vicino aereo della Lufthansa, assassinando l’agente della Guardia di Finanza Antonio Zara, ucciso a tradimento con un colpo alle spalle. La fuga sull’aereo tedesco riuscì, con una complessa mediazione il commando sfuggì alla caccia e venne “preso in custodia” proprio dall’Olp di Arafat. La responsabilità non ricadde mai direttamente su Arafat, ma Settembre Nero agiva negli interessi dell’Olp, per vendicare la sua cacciata dalla Giordania e proseguire la lotta armata contro Israele, tutti i suoi alleati occidentali e tutti i suoi interessi nel mondo. Era sempre Settembre Nero, un anno prima, ad aver sterminato la squadra olimpionica israeliana a Monaco.

L’attentato di Fiumicino del 1973 non fu l’unica azione armata palestinese in Italia. Proprio poco fa, il 9 ottobre, la comunità ebraica italiana commemorava il luttuoso evento del 1982, l’attacco alla sinagoga di Roma, in cui terroristi del gruppo di Abu Nidal, spararono a bruciapelo sugli ebrei all’ingresso del tempio e lanciarono granate. Un bambino di due anni, Stefano Gaj Tachè morì nell’attacco, altre 30 persone vennero ferite. Quando il sindaco Virginia Raggi volle dedicare un parco ad Arafat, a Roma la comunità ebraica protestò energicamente considerando il leader palestinese il “mandante morale” dell’attentato alla sinagoga. Solo “morale”, perché il gruppo di Abu Nidal era scissionista dall’Olp, ma stava agendo per vendicare l’attacco israeliano all’Organizzazione nella Guerra del Libano, dunque agiva nell’interesse dei palestinesi di Arafat.

Tre anni dopo, il 7 ottobre 1985, un altro commando del Fronte di Liberazione della Palestina (organizzazione armata parte dell’Olp) dirottò la nave da crociera Achille Lauro. La vicenda si concluse con la cattura dell’aereo su cui fuggivano i terroristi da parte dell’aviazione americana e con la loro consegna alle autorità italiane dopo un drammatico confronto fra le forze speciali Delta americane e i carabinieri italiani nella base di Sigonella. Si tende dunque a ricordare il braccio di ferro fra Italia e Usa per la detenzione dei terroristi che non il dirottamento stesso. Che fu invece molto drammatico. Un passeggero ebreo americano, il 69enne Leon Klinghoffer, in sedia a rotelle a seguito di un ictus, venne assassinato e gettato in mare da quattro membri del commando palestinese. Ed era soprattutto per questo motivo che gli Usa insistevano nel voler la consegna dei terroristi, una volta che li avevano fermati. L’Olp di Arafat, in tutto questo, svolse un ruolo ambiguo, sia di mediatore che di protettore. L’Flp, alla fine, era una sua emanazione e l’interesse principale dell’Olp era quello di salvare i terroristi e soprattutto il leader dell’organizzazione, Abu Abbas. Che infatti la fece franca: condannato all’ergastolo in contumacia in Italia, trovò rifugio prima in Libia e poi in Iraq. A Baghdad venne catturato dagli americani dopo la guerra del 2003 e nel 2004 morì mentre era in detenzione. L’Olp avrebbe voluto seppellirlo con tutti gli onori a Ramallah, ma l’ingresso della salma nei Territori venne vietato da Israele.

Nello stesso, sanguinoso, anno 1985, un altro gruppo palestinese, quello di Abu Nidal, già responsabile per l’attacco alla sinagoga di Roma, compì il 27 dicembre il secondo attacco all’aeroporto di Fiumicino. I terroristi non provarono a impossessarsi degli aerei, questa volta, ma spararono indiscriminatamente contro i passeggeri in coda agli sportelli del check-in della compagnia israeliana El Al e di quella americana Twa. I morti furono 16, inclusi 3 terroristi, i feriti 76. Il gruppo di Abu Nidal, come già detto, era scissionista dell’Olp, ma anche in questo caso agì nell’interesse dell’originaria Organizzazione palestinese. Per vendicare i massacri libanesi di Sabra e Shatila, due mesi prima, un altro palestinese del gruppo di Abu Nidal aveva lanciato due granate contro un locale di Via Veneto a Roma, il Café Paris. Aveva provocato 39 feriti e nessun morto. Per questo è un attentato meno conosciuto rispetto a quello di Fiumicino.

Ma in generale, quello del terrorismo palestinese in Italia è un capitolo di cui si ricorda poco, come se fosse coperto da una patina di imbarazzo. Secondo una storia ancora ufficiosa, l’allora ministro degli Esteri Aldo Moro, nel 1973, all’indomani della strage di Fiumicino, fece un patto con l’Olp e con tutte le sue organizzazioni armate collegate, fra cui il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Secondo il patto, detto Lodo Moro, i terroristi palestinesi avrebbero avuto libero accesso all’Italia, purché non colpissero obiettivi italiani. Questo spiegherebbe perché, dopo Fiumicino, gli attentati venissero compiuti soprattutto da gruppi scissionisti, fra cui quello di Abu Nidal. Secondo una delle tante teorie sulla strage di Bologna (2 agosto 1980) venne compiuta dai palestinesi, per una violazione del Lodo o a seguito di un incidente durante il trasporto di esplosivi. Non è una tesi confermata da prove certe, ma nella nebbia fitta che ancora circonda quel crimine di massa di 39 anni fa c’è ancora la “pista palestinese”. Eppure sono molte le forze politiche italiane, sia laiche che cattoliche, che amano Arafat, considerandolo un eroe delle lotte di liberazione nazionale. Fra questi, evidentemente, anche Leoluca Orlando, sindaco della “mediorientale” Palermo.