• ASIA

Pakistan, salviamo Sawan Masih, condannato perché cristiano

Lahore, Pakistan: Sawan Masih è nel braccio della morte, accusato da un ex amico di "blasfemia" nel corso di una lite patrimoniale. I musulmani che hanno assaltato e distrutto il suo quartiere, in compenso, sono tutti liberi.

Sawan Masih

«È l’ennesima beffa ai danni della comunità cristiana del Pakistan. I colpevoli dell’attacco a Joseph Colony sono liberi, mentre Sawan è stato condannato a morte». Così il prof. Shahid Mobeen, docente della Pontificia Università Lateranense e fondatore dell’Associazione Pakistani Cristiani in Italia, commenta la decisione del tribunale di primo grado di Lahore di infliggere la pena capitale a Sawan Masih, il 26enne cristiano accusato d’aver insultato il profeta Maometto.

Nel marzo 2013 la denuncia contro Masih scatenò l’ira di oltre tremila musulmani che si scagliarono contro il quartiere di Joseph Colony, dove l’uomo viveva, incendiando 178 abitazioni, oltre 20 negozi e due chiese. Più di 400 famiglie cristiane sono rimaste senza casa, eppure gli 83 uomini ritenuti colpevoli dell’attacco sono stati tutti rilasciati su cauzione. Mentre Sawan è stato condannato a morte.

L’Associazione Pakistani Cristiani in Italia, in collaborazione con alcuni parlamentari italiani rappresentati dall’on. Paola Binetti, ha indetto per oggi, 2 aprile, una conferenza stampa per denunciare e rendere noto il caso di Sawan e lanciare la campagna di raccolta-firme “Salviamo Sawan Masih”, a cui è già possibile aderire indicando il proprio nome e cognome all’indirizzo salviamosawanmasih@yahoo.it. «L’interesse dei parlamentari italiani è di grande conforto. I cristiani pachistani capiscono così di non essere soli, in un paese in cui le minoranze religiose sono discriminate e dove l’islam è assai radicalizzato». Un gesto di solidarietà, quello dei parlamentari italiani e dei cristiani pachistani in Italia, che per Mobeen dona maggior forza all’impegno della comunità internazionale per la tutela dei diritti cristiani in Pakistan. Qui alle minoranze è costituzionalmente negato l’accesso alle più alte cariche statali: prova tangibile della disparità cui sono soggetti i non musulmani. «Ogni nazione vuole avere piena autonomia all’interno dei propri confini, ma possiamo considerare i diritti umani materia di giurisdizione nazionale? Non dimentichiamoci che il Pakistan è un firmatario della Convenzione Onu e come tale deve garantire pari diritti a tutti i cittadini, di qualsiasi credo essi siano».

La sentenza di Sawan spegne le speranze che la comunità cristiana aveva nutrito in seguito all’assoluzione di Rimsha Masih. «Credevamo che non ci sarebbero stati altri casi simili, ma dopo questa condanna i cristiani hanno perfino più paura ed hanno capito che non possono fidarsi neanche di un loro amico musulmano». A denunciare Sawan Masih è stato infatti un suo amico, Imran Shahid, con il quale il giovane cristiano aveva avuto un’accesa discussione a causa di una proprietà immobiliare. Per vendicarsi l’uomo ha accusato Sawan di aver insultato Maometto. «È questa l’ennesima dimostrazione della facilità con cui la legge sulla blasfemia può essere usata impropriamente per scopi personali».

Mobeen spiega che dietro all’accusa di blasfemia vi era probabilmente l’intenzione di destinare ad altro uso il terreno occupato dai cristiani, lo stesso obiettivo che nell’agosto 2012 ha spinto l’imam Khalid Chishti a falsificare le prove per incastrare Rimsha Masih. Sembra vi siano organizzazioni che si servono della “legge nera” per liberarsi dei cristiani che abitano in zone di alto valore. Come nel quartiere di Joseph Colony, una zona centrale di Lahore, posta nei pressi della stazione ferroviaria. «Nel cuore della città vi era questa “macchia nera” costituita da case cristiane. E nella “terra dei puri” i non musulmani non possono abitare un terreno tanto prezioso. Il benessere deve essere appannaggio esclusivo dei fedeli islamici».

Non c’è pace per i cristiani del Pakistan e dopo la morte di Shahbaz Bhatti le difficili condizioni in cui viveva la minoranza religiosa sono addirittura peggiorate. Mobeen era un caro amico del ministro per le minoranze ucciso il 2 marzo 2011 e con lui aveva avviato la campagna per la liberazione di Asia Bibi. «Dopo la scomparsa di Shahbaz è venuta a mancare una figura di riferimento nella lotta al genocidio cristiano. Non solo tra gli accusati di blasfemia è aumentata la percentuale dei cristiani (nel 2013 circa il 40% delle denunce, in un paese in cui la minoranza cristiana rappresenta appena il 2% della popolazione, ndr), ma è cresciuto anche il numero delle nostre ragazze rapite e convertite con la forza all’islam». A proseguire la missione di Shahbaz Bhatti è suo fratello Paul, il cui intervento è stato decisivo per salvare Rimsha. «Peccato che il suo lavoro sia reso difficile dalle continue minacce di gruppi estremisti quali il Tehreek e Taliban (TTP) e Lashkar-e-Jhangvi (LeJ)».

Alla liberazione di Rimsha ha contribuito anche l’aiuto «di tanti amici italiani, politici e semplici cittadini. Speriamo di ottenere gli stessi risultati per Sawan e speriamo anche che Asia Bibi possa presto riabbracciare la sua famiglia», dice Mobeen.