• EDITORIALE

Onu: sguardo corto sulla immigrazione

Per la condizione degli immigrati tutta l'attenzione si concentra sull'arrivo a Lampedusa. Ma sarebbe molto più efficace guardare al fenomeno nella sua interezza, visto che il viaggio che porta a Lampedusa può durare anche anni attraverso molti paesi diversi.

Immigrazione

Stanno aumentando gli arrivi di immigranti irregolari a Lampedusa, sia che si tratti di persone a bordo di gommoni e altre imbarcazioni che vi approdano direttamente, sia che si tratti di persone ricuperate in mare aperto su natanti in difficoltà oppure sbarcate a Malta e poi trasferite nell’isola dalla Guardia Costiera. Ancora una volta tutta l’attenzione e tutte le telecamere sono concentrate sull’arrivo a Lampedusa e sull’ovvio dovere di pronto soccorso nei confronti di questi immigranti che viaggiano verso l’isola con mezzi precari, e che non di rado lasciano dietro di sé in mare i corpi di sventurati compagni di viaggio morti durante la traversata.

Sarebbe però il caso di tenere finalmente adeguato conto di un fatto ovvio, ma ciononostante finora senza fama: la traversata via mare dalle coste libiche o tunisine fino a Lampedusa è soltanto l’ultima tappa di un lungo viaggio intercontinentale che in genere dura alcuni mesi ma talvolta anche anni. Concentrarsi sulla questione dell’ultima tappa del drammatico viaggio è molto “televisivo”, ma se l’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati, UNHCR/ACNUR, e i governi coinvolti volessero davvero porre termine a questa odissea dovrebbero intervenire sull’intera catena della tratta (poiché in effetti siamo di fronte a una tratta), a partire dagli anelli iniziali, in Paesi anche molto lontani dalla meta. 

Prima di giungere sulle coste della Libia e della Tunisia questi immigranti attraversano tre-quattro Paesi diversi. Ramificate consorterie internazionali li assistono nel passaggio delle frontiere e danno loro protezione e alloggio. La somma che devono pagare per coprire la spesa dell’intero viaggio può anche ammontare a 5-6 mila euro: una cifra relativamente enorme e che comunque non sarebbe consigliabile che portassero con sé alla partenza. Non solo quindi il viaggio viene pagato a rate dalle famiglie tappa per tappa, ma avviene anche che immigranti che non dispongono di tale sostegno si fermino in un Paese che hanno raggiunto e vi restino a lavorare clandestinamente per tutto il tempo necessario per raggranellare ciò di cui hanno bisogno per pagare la tappa successiva. 

Ciò spiega perché per un certo numero di loro il viaggio può anche durare anni. Non si stenta a immaginare quale rete di connivenze, innanzitutto a livello di pubbliche amministrazioni, si richieda per mantenere in funzione un insieme di “piste” intercontinentali di questo genere, percorse stabilmente da migliaia di persone con tutto ciò che implica in termini sia di mezzi di trasporti che di alloggiamento fino ai campi di raccolta e attesa sulle coste libiche e tunisine nonché all’acquisto dei natanti per l’ultima tappa dell’itinerario.

Stando così le cose, come mai l’UNHCR/ACNUR vigila solo su Lampedusa e su quanto il governo di Roma fa o non fa per dare soccorso e accoglienza a coloro che raggiungono l’isola? Come mai non va anche a vedere che cosa succede in tutte le tappe precedenti? Come mai, così come a suo tempo si fece dopo il 1975 per coordinare i soccorsi e il reinsediamento dei “boat-people” in fuga dal Vietnam, l’ONU non organizza a Ginevra una bella conferenza diplomatica per prendere in considerazione il fenomeno nel suo insieme e quindi stroncare quella che in effetti non è un’epopea cui non si può negare un lieto fine, bensì una speculazione fatta sulla pelle di questi disperati. In tale prospettiva la certezza di una buona accoglienza in caso di arrivo a Lampedusa, pur doverosa, finisce per essere un favore fatto più agli sfruttatori che agli sfruttati. 

 

Ciò detto, quando questi disperati sono in vista delle nostre coste non si può fare altro che soccorrerli e accoglierli. Desta però sospetto il fatto che non si faccia nulla per fermarli e offrire loro più umane alternative molto prima che giungano in Libia e in Tunisia. E siamo sempre in attesa che l’UNHCR/ACNUR, che tanto si preoccupa di come questi immigranti vengono accolti in Italia, finalmente si preoccupi pure delle condizioni in cui vivono in Libia e Tunisia in attesa dell’imbarco.