Onu, la fame nel mondo diminuisce ancora. Ma il quadro resta serio
Ascolta la versione audio dell'articolo
Per il terzo anno consecutivo, come spiega il rapporto di cinque agenzie delle Nazioni Unite, il numero delle persone che soffrono la fame è diminuito: sono 645 milioni. Una quantità comunque enorme. I malnutriti: 2,69 miliardi. I progressi di Asia e America Latina, le difficoltà dell’Africa.
È stato presentato a Roma lo scorso 21 luglio un rapporto dal titolo Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo 2026 (SOFI), frutto del lavoro di cinque agenzie delle Nazioni Unite: Fao (Organizzazione Onu per l’alimentazione e l’agricoltura), Ifad (Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo), Unicef (Fondo Onu per l’infanzia), Pam (Programma alimentare mondiale) e Oms (Organizzazione mondiale della sanità).
I dati, relativi al 2025, indicano che per il terzo anno consecutivo il numero delle persone che soffrono la fame è diminuito: sono 645 milioni, su una popolazione mondiale di 8,2 miliardi, quasi 14 milioni in meno rispetto al 2024. In termini relativi, la percentuale è scesa dall’8,1% del 2024 al 7,8%. Si tratta comunque di una quantità enorme di persone e, ancora e di gran lunga maggiore, rimane il numero di quelle malnutrite, che cioè mangiano a sufficienza, ma non sono in grado di procurarsi un’alimentazione sana, equilibrata e varia, contenente tutti i macro e micro nutrienti necessari: sono 2,69 miliardi, pari al 32,7% del totale, in calo però anch’esse rispetto al 2024 quando ne erano state calcolate 2,97 miliardi ovvero il 37,4%. A completare il quadro complessivo della situazione mondiale, il rapporto riporta i dati relativi alle persone che nel 2025 hanno patito condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave. Sono 2,1 miliardi, il 25,8% della popolazione mondiale: anche in questo caso, diminuite rispetto al 27,1% del 2024; in valori assoluti, 86 milioni di persone in meno.
Alla riduzione delle persone affamate hanno contribuito i costanti progressi registrati nel corso degli anni in Asia, in America Latina e nella regione dei Caraibi. In Asia 15 anni fa le persone affamate erano 369 milioni, nel 2025 sono scese a 292 milioni. Molto di questo risultato si deve all’India dove vive un quinto della popolazione mondiale e dove gli affamati sono diminuiti del 10%.
Invece in Africa i progressi sono stati più lenti e limitati. In termini relativi, nel 2025 si è registrata una riduzione degli affamati rispetto al 2024, dal 20,3% al 20%. Ma, considerando l’arco di tempo di 15 anni, il loro numero è salito da 171 milioni a 309 milioni. Nel 2010 quasi due terzi delle persone affamate erano asiatiche, adesso la percentuale è scesa al 45%, per la prima volta inferiore a quella africana, salita al 48%. Per valutare il significato di questi dati comparati, bisogna ricordare che in Asia vivono quasi 4,9 miliardi di persone (delle quali 1,47 in India e 1,41 miliardi in Cina) mentre gli africani sono complessivamente 1,59 miliardi.
I dati relativi all’insicurezza alimentare, moderata o grave, confermano il divario tra i continenti e le difficoltà del continente africano. Nel 2025 in Africa il 56,6% della popolazione ha sofferto di insicurezza alimentare, in India la percentuale è stata del 20,3%, in America Latina e nei Caraibi del 22,9%; elemento di comparazione ulteriore, in America Settentrionale e in Europa è stata dell’8,7%.
Una parte interessante del rapporto SOFI 2026 è dedicata a valutare i costi di una dieta sana, quella che tuttora un terzo circa della popolazione mondiale non riesce a garantirsi. Nel 2025 il costo medio globale di un’alimentazione sana è stato di 4,28 dollari al giorno, a parità di potere d’acquisto: un aumento notevole rispetto ai 3,44 dollari del 2021 e ai 2,94 del 2017. Gli importi più elevati sono stati registrati in America Latina e nei Caraibi, con 4,81 dollari. Tuttavia è soprattutto in Africa che l’accessibilità a una dieta sana è peggiorata notevolmente. Il 66% della popolazione non ha i mezzi economici per permettersela, più del doppio rispetto ad Asia, America Latina e Caraibi.
Il rapporto SOFI spiega che i costi di una dieta sana variano notevolmente tra le regioni a causa delle differenze strutturali nei sistemi agroalimentari. Gli alimenti di origine animale, la frutta e la verdura rappresentano la quota maggiore dei costi, mentre gli alimenti amidacei di base contribuiscono in misura relativamente minore. Le filiere alimentari sono un fattore determinante per i prezzi. Le attività successive alla raccolta rappresentano dal 70 al 75% di quanto pagano i consumatori, con fino al 40% dei costi totali derivanti dalla trasformazione, dalla logistica e dalla vendita all’ingrosso.
Migliorare l'efficienza in questi segmenti è quindi fondamentale, soprattutto per ridurre il costo degli alimenti deperibili e ricchi di nutrienti. Ridurre il costo di una dieta sana richiede risposte politiche specifiche per ogni contesto, che amplino l'offerta di alimenti nutrienti riducendo al contempo i costi strutturali lungo le filiere agroalimentari. Ciò include investimenti in infrastrutture, ricerca e sviluppo, irrigazione e catene del freddo, oltre a riforme in materia di sussidi, agevolazioni commerciali e quadri normativi. Alcuni esempi illustrano l’incidenza dei vari fattori sul costo dei generi alimentari. In Indonesia, ad esempio, una ricerca ha dimostrato che il miglioramento anche solo dell’1% della condizione delle strade, rendendo meno difficile portare i raccolti ai mercati, riduce i prezzi degli alimenti deperibili quasi di altrettanto. In Nepal il prezzo di frutta, verdura e proteine animali è sceso significativamente grazie a investimenti che hanno permesso di collegare i piccoli produttori delle aree montane occidentali a mercati cittadini.
La situazione e le prospettive dell’Africa in generale sono particolarmente problematiche a causa delle infrastrutture inadeguate, delle limitate strutture di stoccaggio a freddo e della carenza delle reti di trasporto che fanno lievitare il costo degli alimenti altamente deperibili. Ulteriori gravi ostacoli sono l’insicurezza dovuta a conflitti, gruppi armati, organizzazioni criminali e le normative e le barriere che limitano il commercio di prodotti alimentari tra Paesi limitrofi.
Per tutti i continenti il rapporto evidenzia le incognite per il futuro derivanti da altri ordini di fattori, quali ad esempio il conflitto in Medio Oriente. A seconda della durata e degli sviluppi del conflitto e del suo impatto sull’inflazione alimentare, nel 2030, anno in cui l’Onu si era prefissata il traguardo ormai rimandato della sconfitta della fame, potrebbero essere circa 510-520 milioni le persone affamate mentre prima dello scoppio della guerra si era prevista una riduzione di circa il 20% che porterebbe il numero degli affamati a 503 milioni.
