• EFFETTI COLLATERALI

Olanda, il virus frena l'eutanasia di Stato

Un'organizzazione di 140 medici e infermieri che praticano l'eutanasia ha sospeso temporaneamente i suoi servizi riconoscendo che in questo momento la priorità è la lotta al Covid-19. Ma attenzione: cosa potrebbero fare quei 140 sanitari così ben motivati, tra i malati di coronavirus?

Su queste colonne a più riprese la Nuova Bussola Quotidiana ha raccontato di alcuni episodi, avvenuti in giro per il mondo, in cui la pandemia di Coronavirus, nonostante la sua drammaticità, non è stata una emergenza capace di impedire o almeno rallentare le pratiche abortive ed eutanasiche, ma, a volte, le abbia addirittura rese più semplici.

Ma non sta accadendo così ovunque. Inaspettatamente nei Paesi Bassi c’è qualcuno che, pur occupandosi di eutanasia, ha dovuto ammettere che oggi le priorità sono altre. La forza dei fatti, verrebbe da commentare.

L’Expertisecentrum Euthanasie, costola della Associazione olandese “Diritto a morire”, è una organizzazione di medici e infermieri la quale – come leggiamo sul loro sito - «consiglia e supporta i medici che aiutano i pazienti con richiesta di eutanasia e si occupano di quei pazienti che, per qualsiasi motivo, non possono essere aiutati dal proprio medico». Consta di 140 operatori sanitari sparsi in tutta la nazione.

Allo scatenarsi anche in Olanda della pandemia, il centro per l’eutanasia – pratica legale in quel Paese dal 2002 – ha reso noto quanto segue: «Nell'interesse della salute pubblica, dei nostri pazienti, dei loro cari e dei dipendenti del centro, non sarebbe più responsabile continuare l’assistenza. L’Expertisecentrum Euthanasie temporaneamente non accetta più nuovi pazienti; gli utenti sono invitati a presentare la loro richiesta in un secondo momento. Inoltre, le cure per gli attuali pazienti del Expertisecentrum Euthanasie sono sospese. Le pratiche in itinere vengono sospese e verranno riprese in un secondo momento».

Poi viene la parte più interessante di questo comunicato: «Per quanto duro sia, l'assistenza all'eutanasia non può essere identificata come una priorità assoluta nell'assistenza sanitaria. Il rischio di infezione è elevato e l’Expertisecentrum Euthanasie impiega medici e infermieri ambulatoriali che lavorano anche altrove. Ad esempio, sono medici generici o lavorano nelle unità di terapia intensiva degli ospedali. Altri operatori sanitari sono pensionati e rientrano nella definizione “gruppo vulnerabile"».

Dunque la motivazione per l’interruzione del “servizio” eutanasico è duplice. Da una parte è bene evitare occasioni di contagio, sia per il personale sanitario sia per i pazienti, e dunque appare consigliabile sospendere visite e procedure finalizzate ad uccidere i pazienti. La cautela verso i pazienti appare quasi paradossale, dato che questi sono in lista di attesa per essere uccisi. Ma, qualcuno potrebbe obiettare, costoro non vogliono morire per insufficienza respiratoria, bensì con tutti i confort promessi dalla struttura olandese. Passando alla seconda motivazione per cui l’Expertisecentrum Euthanasie ha abbassato la serranda, appare prioritario concentrare gli sforzi degli operatori sanitari nella lotta contro il Coronavirus. Distrarre risorse di personale e mezzi dall’eutanasia al letto dei pazienti Covid è attualmente di fondamentale importanza.

La frase del comunicato che più balza all’occhio è quella appena citata: «l'assistenza all'eutanasia non può essere identificata come una priorità assoluta nell'assistenza sanitaria». Dunque anche in Olanda, uno dei paesi più filo eutanasici che esista, l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo è riuscita in una impresa che pareva impossibile fino ad una manciata di giorni or sono: far comprendere ai pro-choice che vivere val più che uccidere. Certo, questa conclusione di carattere morale non è per niente corretta, infatti dovremmo affermare che vivere è un valore e uccidere un disvalore. La tutela della vita non deve essere azione prioritaria sull’assassinio, bensì la prima condotta deve essere privilegiata e assicurata collettivamente e la seconda vietata.

Però, al netto di queste riflessioni, appare indubitabile che anche per i fan della “dolce morte” l’ordine delle priorità sia cambiato. Come si diceva in apertura di articolo, la realtà a volte disarciona da cavallo anche i cavalieri più esperti del pensiero unico, sradica consuetudini e modi di pensare propri anche delle ideologie più consolidate e riduce in macerie enormi cattedrali fatte di puri sofismi. A volte la forza bruta dei fatti apre gli occhi anche ai ciechi.

Detto ciò, la notizia che il centro per l’eutanasia, di cui sopra, abbia per un po’ chiuso i battenti non ci tranquillizza del tutto. Infatti sarà pur vero che quei bravi 140 operatori sanitari per ora non praticheranno più l’eutanasia secondo le pratiche ormai consolidate indicate dal loro centro e nel rispetto della legge, però, forse, la praticheranno in altri modi dato che, comunque, rimangono favorevoli alla “dolce morte”. E dunque se si trovassero a scegliere tra dare un respiratore ad un paziente anziano arrivato in ospedale o ad uno giovane che in ospedale non è ancora arrivato ma potrebbe arrivare, ecco che potrebbero optare, come suggerito dalla nostrana Società Italiana di Anestesia Analgesia Rianimazione e Terapia Intensiva, per quello giovane. Non solo, ma intubare un paziente affetto da plurime patologie gravi, che però potrebbe salvarsi, a molti di questi medici pro-eutanasia potrebbe apparire come accanimento terapeutico e, vista la penuria di mezzi e personale provocata dall’emergenza, parrebbe uno spreco di risorse e tempo.

In breve, nell’attuale emergenza, un certo favor mortis coltivato per decenni nelle corsie di ospedale olandesi potrebbe spingere più di un medico ad andare non troppo per il sottile.  E così la mentalità eutanasica degli operatori del Expertisecentrum Euthanasie potrebbe spostare il baricentro dell’assistenza medica dalla terapia all’abbandono terapeutico. In definitiva e allargando lo sguardo oltre i confini olandesi, non si può escludere che in quei Paesi in cui l’eutanasia è ormai portato culturale di una buona fetta della classe medica, ne ucciderà più l’eutanasia omissiva che il Covid-19.