Ogni Papa ha la sua croce, anche più di una
Non ci riferiamo alle croci metaforiche ma pesanti di ogni pontificato, bensì al pastorale. Quello più usato fu creato per papa Montini e ripreso (anche in alternanza ad altri) da tutti i successori, compreso Prevost, che però nel giorno dell'Epifania ha inaugurato il suo.
Dalla solennità dell'Epifania Leone XIV ha una nuova croce... Non ci riferiamo alle croci metaforiche ma pesanti che gravano su ogni Papa e su ogni uomo, bensì al pastorale realizzato appositamente per Prevost e inaugurato il 6 gennaio per la chiusura della Porta Santa – occasione probabilmente non casuale, dal momento che, spiega l'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, era questa una delle rare occasioni che in antico prevedevano l'uso della ferula pontificalis («un’asta che recava alla sua sommità una semplice croce»). Quest'ultima, così come il pastorale, di per sé non era parte della liturgia papale, ma i Papi se ne servivano «in alcune occasioni come l’apertura della Porta Santa per bussare tre volte sui battenti, oppure nella consacrazione delle chiese, per disegnare sul pavimento l’alfabeto latino e greco, previsto dal rito»). Risale a san Paolo VI la prassi relativamente recente di un pastorale "papale", benché distinto da quello degli altri vescovi per la presenza della croce al posto del ricciolo sulla sommità.
Dal pontificato di san Paolo VI tutti i successivi pontefici hanno utilizzato il pastorale creato appositamente per papa Montini dallo scultore Lello Scorzelli e poi associato visivamente soprattutto a san Giovanni Paolo II che ne fece uso per l'intero suo pontificato – con la sola eccezione del Giubileo straordinario della Redenzione, nel 1983, quando si servì di una croce tripla per l'apertura della Porta Santa. Benedetto XVI se ne servì nei primi anni, per poi usare una ferula del beato Pio IX e dal 2009 «quello a lui donato recante al centro della croce il simbolo dell’Agnello pasquale e il monogramma di Cristo». Papa Francesco inizialmente alternò il pastorale di Benedetto XVI con quello di Scorzelli, utilizzandone poi numerosissimi nel corso del pontificato. Leone XIV, dopo aver utilizzato il pastorale di Benedetto XVI nella prima celebrazione nella Cappella Sistina, ha usato poi stabilmente quello di Scorzelli, fino al 1° gennaio.
«Il pastorale di Leone XIV, che richiama nello stile quello scorzelliano, presenta il Cristo non più vincolato dai chiodi della Passione, ma con il suo corpo glorificato nell’atto di ascendere al Padre. Come nelle apparizioni del Risorto, esso presenta ai suoi le piaghe della croce, come segni luminosi di vittoria che pur non cancellando il dolore umano, lo trasfigura in un’alba di vita divina» – una sorta di riedizione moderna del Christus triumphans che nell'iconografia medievale presentava il Crocifisso con gli occhi già aperti, rappresentando visivamente le parole di Ap 1,17: «Ero morto, ma ora vivo per sempre». Alla base del Cristo vi è poi inciso il motto di papa Prevost: «In illo uno unum» (citazione agostiniana: «Nell’unico Cristo siamo uno»).
«In conclusione, sebbene questa insegna non facesse parte della liturgia del Romano Pontefice», spiega ancora l'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche, «tuttavia la scelta avviata da san Paolo VI di utilizzare il pastorale papale porta in sé un profondo significato simbolico: nella sua unicità che lo differenzia dal pastorale episcopale, esprime la missione propria del Successore di Pietro di confermare i fratelli nella fede e di presiedere la Chiesa nella carità».


