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via al board of peace

Nuova Gaza, i rischi di una gestione esterna

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Nella visione americana, la "nuova Gaza" dovrebbe essere governata, controllata e ricostruita sotto una supervisione esterna. Un sistema pensato per costringere gli abitanti di quel luogo ad una scelta senza alternative.

Esteri 21_02_2026

La Casa Bianca ha fatto da cornice, giovedì scorso, alla sessione inaugurale del nuovo Consiglio di Pace (Board of Peace), iniziativa internazionale promossa da Donald Trump, con l’obiettivo dichiarato di coordinare la fase di ricostruzione, riorganizzazione amministrativa e stabilizzazione della Striscia di Gaza, duramente provata da oltre due anni di conflitto, con oltre 75mila vittime e da una crisi umanitaria di portata devastante.

Il progetto ha l’ambizione di proporsi come un nuovo modello multilaterale di riferimento, alternativo ai tradizionali strumenti delle Nazioni Unite, aprendo, al tempo stesso, grossi interrogativi sulla sua legittimità politica e sull’equilibrio tra esigenze di sicurezza e autodeterminazione dei popoli. Nel suo intervento di apertura, il presidente degli Stati Uniti ha presentato il Board come un organismo senza precedenti per peso politico e ambizione strategica, alternando considerazioni di politica estera a riferimenti sulla solidità economica degli Stati Uniti e ai rapporti personali con alcuni dei leader coinvolti.

Il tono dell’evento ha talvolta ricordato quello di un grande vertice politico, ma le linee operative illustrate indicano una scelta precisa: Washington intende assumere un ruolo guida nella fase postbellica facendo leva soprattutto su strumenti finanziari, diplomatici e di coordinamento internazionale, lasciando sullo sfondo l’ipotesi di un impegno militare diretto.

La nascita del Consiglio potrebbe incidere in modo significativo sugli equilibri del Medio Oriente. Da un lato, si delinea un’iniziativa a forte impronta americana, sostenuta da ingenti risorse finanziarie e accompagnata da segnali di dialogo anche verso potenze come Cina e Russia; dall’altro emerge una coalizione ancora eterogenea, con posizioni non sempre concordi e con il delicato dossier della sicurezza che rischia di tradursi in una presenza internazionale prolungata.

Il Consiglio è composto, tra l’altro, da Israele, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Turchia, Egitto, Marocco, Pakistan, Ungheria, Kosovo e dagli Stati Uniti. Oltre ai membri effettivi, partecipano alle attività del Consiglio, in qualità di osservatori o invitati, anche diversi altri Paesi, come Italia, Grecia, Finlandia, Repubblica Ceca, Romania, Messico, Giappone, oltre all’Unione Europea. La Santa Sede, attraverso il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin ha dichiarato che non ha partecipato: «Ci sono punti che lasciano un po’ perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni».

L’adesione avviene esclusivamente su invito e pochissimi Paesi africani ne hanno fatto parte. La composizione variegata del tavolo pone in rilievo la dimensione globale della questione e il tentativo di costruire un quadro di cooperazione che travalichi le tradizionali alleanze regionali, coinvolgendo attori con interessi e sensibilità differenti.

“Fare la pace”: questo il messaggio politico emerso dall’incontro, formula semplice solo in apparenza, che però nasconde tante insidie. Il “mattatore” Trump ha sottolineato la portata storica dell’iniziativa, sostenendo che raramente la diplomazia degli ultimi tempi abbia prodotto un progetto di tale ampiezza. Dal canto suo, l’Italia ha ribadito la disponibilità a sostenere ogni percorso plausibile orientato alla stabilità del Medio Oriente, pur mantenendo un profilo prudente, coerente con il proprio ruolo di osservatore. Il nodo centrale resta la ricostruzione di Gaza, dove infrastrutture, sistema amministrativo e tessuto economico risultano profondamente compromessi.

La transizione politica, accompagnata dal supporto di organismi internazionali, si presenta come un processo complesso e carico di incognite, ma indispensabile per garantire prospettive di sviluppo e sicurezza durature. L’avvio del Consiglio di Pace dovrebbe segnare dunque un momento sicuramente decisivo per il futuro della Striscia. Le dichiarazioni del presidente americano e la presenza di attori internazionali importanti conferiscono all’evento un carattere di straordinarietà, mentre resta da verificare se l’iniziativa saprà tradursi in risultati concreti e in un modello di cooperazione, valido per il futuro e in grado di incidere stabilmente sulla diplomazia internazionale.

Dopo la prima convocazione del cosiddetto "Consiglio per la Pace", tra le macerie e sotto le tende della parte centrale e meridionale della Striscia di Gaza, dove centinaia di migliaia di palestinesi sfollati cercano di sopravvivere ogni giorno, gli abitanti si ponevano una domanda semplice ma pressante: la dura realtà che viviamo cambierà davvero? Anche le fazioni della resistenza si trovano di fronte ad una scelta che potrebbe segnare il loro futuro e quello di Gaza.

La domanda che aleggia è semplice, quanto drammatica: come rispondere? Da un lato, vi è la possibilità di respingere quanto sarà deciso dal Consiglio, rischiando però di finire vittime di una repressione ancora più violenta e di veder svanire ogni speranza di ricostruzione, dall’altro, c’è la prospettiva di parteciparvi, accettando però il pericolo di una lenta e graduale perdita della propria identità come movimento di lotta e resistenza. Il Consiglio della Pace, presentato come un organismo amministrativo, escludendo l’Autorità Palestinese, destinato a gestire il periodo postbellico, nasconde, in realtà, un intento ben più profondo: riorganizzare la vita politica palestinese a Gaza, sotto una supervisione esterna, imponendo uno stato permanente di dipendenza e sottomissione politica. Questa proposta, che dovrebbe chiudere il periodo delle ostilità e favorire la rinascita del territorio, comporta un grosso rischio per Gaza, da luogo di opposizione e resistenza anticoloniale, a spazio politicamente addomesticato, gestito da altri e privo di autonomia.

Nella visione americana, la "nuova Gaza" dovrebbe essere governata, controllata e ricostruita secondo una sincronia tra governo, sicurezza e gestione economica, tutto sotto una supervisione esterna. Si tratterebbe di un sistema pensato per costringere gli abitanti di quel luogo ad una scelta senza alternative, tra un rifiuto che comporterebbe conseguenze devastanti. È proprio questa scelta forzata che definisce il dramma politico al centro della questione: la legge del più forte, che al di là delle apparenze, mette a nudo le profonde contraddizioni e i rischi di una soluzione imposta, destinata più a neutralizzare il dissenso che a favorire una reale emancipazione della società.

Mentre a Washington si discuteva di possibili soluzioni di pace, a Gaza proseguivano le incursioni e i bombardamenti degli israeliani. Nelle ultime ore, l’esercito di Tel Aviv ha intensificato le operazioni militari, effettuando numerosi attacchi aerei uccidendo altre vittime innocenti. In particolare, la zona orientale di Khan Yunis, nel sud della Striscia, secondo fonti locali, è stata duramente colpita. Quest’area, già segnata da ripetuti scontri, ospita attualmente varie postazioni di truppe israeliane, contribuendo a rendere la situazione sempre più critica e instabile.

Ma non solo Khan Yunis. Un’incursione aerea israeliana ha colpito Rafah, città situata all’estremo sud della Striscia, al confine con l’Egitto, mentre un altro attacco aereo ha interessato la parte orientale della Città di Gaza. Azioni militari che alimentano i timori per la sicurezza della popolazione civile in un contesto già segnato da profonda instabilità e di una possibile estensione del conflitto.