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Nozze gay, in Europa è scontro Chiesa-Stato

Duro scontro nel Regno Unito tra vescovi e governo, dopo la decisione del premier Cameron di aprire senza riserve al matrimonio tra omosessuali. È l'ultimo caso in ordine di tempo, ma lo scontro è aperto anche in Francia, Spagna e Portogallo. Seri timori che questi provvedimenti possano tradursi in ingerenze nell'insegnamento della Chiesa.

Ogni bambino ha bisogno di una madre e un padre

Negli ultimi mesi si registra in non pochi stati europei un’accelerazione in merito al riconoscimento giuridico delle cosiddette “nozze” gay.  In parallelo e sempre in questi stati il sismografo ecclesiale registra prese di posizioni assai decise sul tema delle Conferenze episcopali nazionali o di alti prelati ben in vista.

Ad esempio qualche giorno fa il premier inglese David Cameron insieme al sindaco di Londra ed altri 17 rappresentanti del partito Tory hanno pubblicato una lettera aperta al Sunday Telegraph aprendo senza riserve ai “matrimoni” omosessuali che pare diventeranno legittimi entro la primavera del 2014 e che proprio oggi, 13 dicembre, sono oggetto di una relazione da parte del Governo.

Joseph Devine, vescovo di Motherwell in Scozia, non è stato a guardare ed ha accusato il Primo Ministro, il quale in campagna elettorale si era schierato a favore di politiche per la famiglia, di non essere coerente e di “non essere all’altezza”. Mons. Devin non le manda a dire e in un’intervista, rivolgendosi a Cameron, così lo apostrofa: “Lei vacilla, ambivalente nel ruolo che vorrebbe avere, discepolo di David o di Nerone. Con una contraddizione tale fra le dichiarazioni e le azioni, su quale base si aspetta che chiunque e i cristiani in particolare la rispettino o abbiano fiducia in lei?”. L’uscita di Cameron sul Telegraph denota una “fretta indecente” nel voler riconoscere le unioni omosessuali secondo Devine. Infine il vescovo così chiude: “Sospetto che sia solo questione di tempo prima che lei faccia un passo in più e metta fuori legge l’insegnamento della dottrina della Chiesa sulla morale sessuale accusandolo di discriminazione”.

Sulla stessa lunghezza d'onda, anche se con toni più misurati, sono le parole di Mons. Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, e di Mons. Peter Smith, arcivescovo di Southwark e responsabile del Dipartimento di cittadinanza e responsabilità cristiana della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles, i quali hanno affermato che “il governo ha scelto di ignorare le opinioni di 600 mila persone che hanno firmato una petizione perché vogliono che l’attuale definizione di matrimonio rimanga. Non è ancora troppo tardi per fermare questa legge” e dunque “invitiamo chiunque abbia a cuore la difesa del significato del matrimonio nella legge civile a far conoscere il proprio punto di vista al proprio parlamentare con chiarezza, calma e convinzione”.

Ad ottobre i vescovi scozzesi avevano istituito la Commissione per il matrimonio e la famiglia al fine di contrastare la proposta di legge locale che anche in quel caso prevedeva la legittimazione delle “nozze” omosessuali. In quell’occasione l’arcivescovo di St. Andrews ed Edimburgo, cardinale Keith O’Brien, aveva rammentato che il 65% degli scozzesi era contrario a questa legge e aveva aggiunto che una simile normativa poteva aprire le porte anche alle unioni poligamiche, paventando infine il rischio che i ministri di culto un giorno avrebbero potuto persino essere obbligati a celebrare “nozze” tra omosessuali.

Anche la Francia sta marciando spedita verso il riconoscimento di questo tipo di unioni. Nel luglio del 2012 il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese, ha incontrato il neo-presidente della Repubblica François Hollande e gli ha rammentato che “il matrimonio non è un mezzo per riconoscere l’autenticità dei legami tra due persone che si amano. È un istituto sociale che assicura nel miglior modo possibile l’educazione dei bambini”. Ciò in risposta alla proposta di Hollande di permettere agli omosessuali uniti nei Pacs di poter adottare i bambini. Alle parole di mons. Vingt-Trois hanno fatto eco quelle del cardinale Philippe Barbarin, primate delle Gallie e membro della “Commissione sociale” della Conferenza Episcopale Francese, il quale ha detto che parlare di “matrimonio” omosessuale è parlare di “choc di civiltà”.

A fine settembre poi il ministro della giustizia, Christiane Taubira, annuncia che il governo francese sta lavorando ad una sostanziale modifica della definizione di matrimonio e di genitorialità. “Come vescovo non posso rimanere in silenzio”, fa sapere in una nota il vescovo di Versailles, Mons. Eric Aumonier. E in riferimento alla possibilità che le coppie gay accedano all’adozione, appunta: “In questo caso è il bene del bambino che ci preme far valere. Non c’è un diritto al figlio, ma un diritto del figlio da difendere e da promuovere”. Il 30 ottobre fa sentire la sua voce ancora una volta il presidente della Conferenza Episcopale francese invitando i politici cattolici che fanno parte dello schieramento di Hollande a smarcarsi decisamente da questo orientamento anti-familiare: “Sarebbe scioccante per la democrazia se nei dibattiti parlamentari sul matrimonio o sul fine della vita o sulla revisione delle leggi di bioetica, i parlamentari non avessero libertà di voto. La libertà si conquista e si difende anche di fronte alle lobby che saturano gli spazi di comunicazione. La libertà deve resistere al conformismo del pensiero ?prêt à porter’”. Il porporato ha chiesto perciò ai politici cattolici di avere quel necessario coraggio nel difendere idee controcorrente “quando si tratta di prendere le distanze dal proprio ambiente ideologico, dal proprio partito di riferimento ed esporsi al pubblico”. A inizio novembre poi il cardinale in un’omelia è ritornato sul punto: "Quando difendiamo il diritto dei bambini a crescere facendo riferimento a colui e a colei che hanno dato loro la vita, noi non difendiamo una posizione particolare. Noi riconosciamo ciò che viene espresso dalle pratiche e dalla saggezza di tutti i popoli fin dagli albori del tempo".

Spostiamoci in Spagna: nel 2005 passa la legge sul “matrimonio” omosessuale. In una nota la Conferenza Episcopale Spagnola fa sapere: “In questo modo, le leggi spagnole che regolano il matrimonio sono diventate radicalmente ingiuste. Non riconoscono la realtà antropologica e sociale dell’unione dell’uomo e della donna nella sua specificità e nel suo insostituibile valore per il bene comune, concretamente per la realizzazione personale dei coniugi e per la procreazione e l’educazione dei figli. Le nostre leggi hanno quindi smesso di tutelare adeguatamente i diritti dei genitori, dei bambini e degli educatori. Dall’altro lato, lasciando praticamente all’arbitrio della libertà individuale la continuità del patto coniugale, lasciano anche privo di protezione il vincolo matrimoniale ed aperta la strada legale all’imposizione dei diritti dell’altro coniuge e dei figli. E’ necessario opporsi a queste leggi ingiuste con tutti i mezzi legittimi che lo Stato di diritto pone a disposizione dei cittadini”.

Nell’ottobre del 2011, alla vigilia delle elezioni politiche, i vescovi scendono di nuovo in campo: “Sono pericolosi e nocivi per il bene comune quegli ordinamenti legislativi che non riconoscono il matrimonio in maniera specifica come unione tra uomo e donna ordinata al bene degli sposi e dei figli. È necessario promuovere […] il diritto degli spagnoli ad essere tratti per legge in maniera specifica come ‘sposo’ e ‘sposa’ in un matrimonio stabile, che non sia una semplice assecondare la volontà delle parti né, ancor meno, di una sola delle parti”.

La legge del 2005 subisce una verifica costituzionale, iter che dura ben 7 anni, ma alla fine i giudici costituzionali non la modificano. Pronta la risposta del Segretario generale della Conferenza Episcopale Spagnola, Mons. Juan Antonio Martínez Camino, il quale afferma che i bambini hanno il diritto di avere un padre e una madre, “al di là di quello che dicono i tribunali”. Il vescovo di San Sebastián, José Ignacio Munilla, rincara la dose e parla di “infedeltà alla Costituzione”. E aggiunge: “Mi sorprende constatare che il criterio per verificare se una legge è costituzionale o no non è data dalla fedeltà al testo costituzionale, ma dalla fedeltà al politicamente corretto”.


Infine accenniamo al Portogallo dove nel maggio del 2010 viene firmata la legge che disciplina i “matrimoni” gay. I vescovi portoghesi parlano di un “passo indietro” che “mina la costruzione della coesione sociale”. Già nel gennaio del 2010, alla vigilia del varo di questa norma, il portavoce della Conferenza Episcopale Portoghese, padre Manuel Morujão, aveva reso noto che “tutte le persone meritano di essere trattate con tutto il rispetto, ma anche la famiglia e il matrimonio devono essere trattati con tutto il rispetto”.