a cura di Stefano Fontana
  • IL PROBLEMA

Nota della Cei sul Ddl Zan: insufficiente

Se la Dottrina sociale della Chiesa fosse un’insegnante incaricata di valutare la recente Nota della Presidenza della Conferenza episcopale italiana sul disegno di legge Zan, cosiddetto contro l’omofobia, ne darebbe un voto di netta insufficienza e segnerebbe con la matita blu molti suoi passaggi. Inoltre inviterebbe gli autori a studiare di più, per esempio a leggersi il libro di autori vari e curato da Alfredo Mantovano (Cantagalli, Siena 2021) che esamina quella legge articolo per articolo e – ad ogni articolo – fa suonare un rumoroso allarme.

La prima cosa che manca nella Nota è un linguaggio adeguato. Come si sa bene, quando si parla di “questioni di genere” ormai le parole possono dire tutto e il contrario di tutto, dato che proprio sulla definizione di genere la lotta è in atto, ed è una lotta culturale profonda e senza esclusione di colpi. Dal punto di vista naturale e divino, il genere indica l’identità sessuata, dal punto di vista innaturale e ideologico il genere indica una intenzione dell’individuo originariamente asessuato. I vescovi, per esempio, parlano di “riconoscimento dell’originalità di ogni essere umano e del primato della sua coscienza”. Questa frase può essere benissimo intesa anche come conferma della scelta intenzionale soggettiva che sta alla base dell'ideologia del genere e omosessualista. L’“originalità di ogni essere umano” può venire concepita non come un progetto finalistico radicato nella natura umana, ma come la libera scelta di plasmarsi a piacere, senza tenere conto o in dispregio della propria natura oggettiva. Nella filosofia e teologia classica e cristiana, l’io come soggetto segue l’io come oggetto, sicché l'indubbia originalità di ognuno non significa la totale disponibilità di se stessi e la facoltà assoluta di fare di noi stessi quello che si vuole. Parlare di “originalità” di ogni essere umano è fortemente ambiguo e recepisce molte istanze inaccettabili della concezione moderna della persona.

Poi c’è l’aspetto del “primato della coscienza”. Non è corretto fare simili affermazioni senza le dovute precisazioni. Infatti il primato della coscienza può essere interpretato nel senso della sua originarietà, ossia del suo venire “prima” di ogni altra acquisizione di verità, e quindi di essere essa stessa fonte di verità. In questo modo però viene stravolta la concezione della coscienza propria della filosofia e della teologia classica e cristiana e, naturalmente, anche degli insegnamenti della Chiesa specialmente in materia morale. La frase concede troppo alla visione moderna della “coscienza pura” da intendersi come l’atto del porre la verità, anziché come l’atto del riconoscere la verità e il bene e di attuarli nella vita.

Ambigua è anche quest’altra affermazione: “L’atteggiamento che è stato di Gesù Buon Pastore ci impegna a raggiungere ogni persona, in qualunque situazione esistenziale si trovi, in particolare chi sperimenta l’emarginazione culturale e sociale”. La confusione qui riguarda il piano pastorale e il piano politico e legislativo. Certamente ogni persona va raggiunta dalla sollecitudine pastorale, ma non ogni “situazione esistenziale” va contemplata per legge. Inoltre non è chiaro di chi si stia parlando riferendosi alla “emarginazione culturale e sociale”. Si tratta delle persone omosessuali che secondo i sostenitori del Ddl Zan sarebbero vilipese (per altro contrariamente ai dati reali) o si tratta dei sostenitori dell’identità naturale uomo-donna che sarebbero discriminati dall’approvazione della legge? Simili frasi sembrano pensate accuratamente per non dire nulla o per essere interpretabili in vario modo. Lo stesso si deve dire per il periodo successivo: “Il pensiero va in particolare ai nostri fratelli e sorelle, alle nostre figlie e ai nostri figli, che sappiamo esposti anche in questo tempo a discriminazioni e violenze”.

La valutazione del disegno di legge è approssimativa e superficiale. Si parla di “dubbi” su di esso ma non si dice quali siano, non si espongono con chiarezza i principi etici sia di ordine naturale che divino, che la proposta di legge contraddice; non si indicano soglie non oltrepassabili dalla coscienza personale, si invita al dialogo quando ormai la legge sta per essere approvata, si auspica che in questo dialogo anche i cattolici posano dire la loro ma senza indicare dei punti fermi validi per tutti i cattolici, sicché i cattolici dicono mille cose diverse.

Infine bisogna sottolineare che la visione che sta dietro questa Nota dei Vescovi è quella cosiddetta delle leggi imperfette: non esistono leggi ingiuste, tutte le leggi sono perfettibili nel dialogo e nessuna va respinta in quanto tale. È una dottrina morale che si sta imponendo nella teologia cattolica, ma che è sbagliata. Il fatto che i Vescovi la facciano propria impensierisce molto. (Stefano Fontana)