• INTERVISTA

Norquist: le tasse frenano l'economia

Grover Norquist, presidente di Americans for Tax Reform, non usa giri di parole: "C'è un certo livello di tassazione che è necessario per garantire servizi. Ma quando supera quel livello, la tassazione distrugge la libertà individuale". 

Grover Norquist

"Tutta la tassazione rallenta la crescita economica. C’è un certo livello di tassazione che è necessario per garantire servizi come la difesa comune o assicurare i criminali alla giustizia. Ma quando supera quel livello minimo, la tassazione finisce col distruggere la libertá individuale”. Non usa giri di parole, Grover Norquist, fondatore e presidente di Americans for Tax Reform (ATR), il think tank ispirato dal Presidente Reagan in persona per sostenere l’implementazione della riforma fiscale che a metá degli anni Ottanta diminuí drasticamente le tasse e rilanció la crescita economica statunitense, in una conversazione con La Nuova Bussola Quotidiana su tassazione e dintorni. Considerato  dal Wall Street Journal uno dei 50 uomini più influenti di Washington, Norquist è intervenuto recentemente a Roma in un incontro organizzato dal Columbia Insitute (www.columbiainstitute.info), con la collaborazione dei Tea Party Italia (TPI). 

Signor Norquist, quando la tassazione è immorale?

Come accennavo,  la battaglia sulla moralità della tassazione si svolge a livello di limiti alle competenze del governo. Ci sono molti pensatori e autori liberali che hanno messo fortemente in guardia contro il potere dello Stato: “il governo migliore è quello che governa di meno”, diceva Thomas Jefferson e  George Wallace diceva che lo Stato è come il fuoco: “un servo pericoloso e un padrone temibile”, perché anche quando pensi di tenerlo sotto controllo, è pericoloso. Dobbiamo quindi avere una sana paura dello Stato come l’abbiamo del fuoco, che anche se usato per scopi specifici, va sempre tenuto d’occhio perché vuole espandersi e bruciare tutto ció che lo circonda andando al di lá dei motivi per cui è stato acceso. Quindi quando lo Stato va oltre le sue funzioni legittime, cioè quando la tassazione non è imposta in nome di una posizione garantita e difendibile sotto il profilo costituzionale che va a beneficio di tutti, allora la tassazione é davvero un furto.

Signor Norquist, cosa pensa dell’attuale crisi dello stato sociale in Europa?

C’è una buona notizia: in Europa si è giunti a un punto in cui le spese fuori controllo, i costi delle pensioni e l’insostenibilitá del loro finanziamento, nonché la dimensione del debito pubblico sono diventati talmente ingenti proprio nel momento in cui è aumentato il numero delle persone lavorativamente non attive (perché pensionati, giovani o senza lavoro), che anche quelli che sino ad ora hanno ignorato le sfide poste dallo stato sociale non possono più fare finta di niente. Capiscono, cioè, che bisogna fare qualcosa per invertire la rotta. Negli Stati Uniti ci sono alcuni segnali incoraggianti in questo senso, che possono essere presi a esempio anche dall’Europa, anche se bisogna ammettere che il nostro Paese ha problemi meno grossi dei vostri: perché il problema del sistema pensionistico è minore, siamo un paese più giovane dal punto di vista demografico, possiamo permetterci di avere tutta l’immigrazione che vogliamo e poi perché da noi si è giá lavorato alacremente per risolvere il problema. Infatti diversi Stati hanno introdotto importanti riforme dei sistemi pensionistici: nello Utah, ad esempio, tutti gli impiegati statali neo-assunti  d’ora in avanti godranno di un sistema contributivo non a fondo perduto con conti pensionistici individuali (il 10% dello stipendio verrá versato direttamente su di un conto di risparmio personale), per cui non esisteranno più passivitá di spesa prive di copertura. Sulla stessa strada si stanno muovendo la Louisiana,  l’Arizona e il Michigan. Nel New Jersey è stata approvata una legislazione by-partisan che ha fatto risparmiare 30 miliardi di dollari, riformando le pensioni. Anche a livello federale il sistema è già in larga parte analogo. Certo, altri Stati quali la California e l’Illinois, stanno al contrario andando nella direzione sbagliata, ma prima o poi dovranno fare qualcosa anche loro. Quello americano può diventare un modello per l’Europa per capire come reagire e alcuni Stati europei dovrebbero farlo senza esitazione, anzi, saranno costretti a farlo. A differenza dell’Europa, però, noi siamo fortunati perché abbiamo 50 Stati che sono in concorrenza fra loro per offrire il miglior modello di governo al costo più basso. Ci si può quindi accorgere subito di chi fa meglio e chi peggio e le persone scelgono di conseguenza, decidendo di spostarsi nello Stato che preferiscono: e di solito vanno dove le tasse sono più basse e dove la spesa per i servizi è più bassa – perché le persone non sono, infatti, interessate a servizi che non hanno chiesto. L’Unione Europea dovrebbe quindi consentire più concorrenza fiscale e fra governi, nonché più sperimentazione di soluzioni creative.

Cosa deve fare il governo italiano per sostenere le imprese, in un Paese come il nostro a forte vocazione imprenditoriale?  

La prima cosa che deve fare è riformare il sistema fiscale, eliminando le tasse che uccidono la piccola impresa e le aziende che cercano di crescere ed espandersi. Ci sono molte tasse, e sono le più dannose, che colpiscono non i ricchi, ma quelli che si trovano ai primi gradini della scala del successo imprenditoriale, perché stanno avviando un’attivitá individuale o d’impresa che creeranno presumibilmente nuovi posti di lavoro e opportunità per sé e per gli altri. Quindi credo sarebbe molto efficace se alcuni politici eletti e anche persone “esterne” facessero un elenco di quelle tasse che, pur non generando necessariamente introiti cospicui per il fisco, interferiscono con la capacità delle persone di iniziare un’attività imprenditoriale. Questo perché se nel caso di una grande azienda già avviata, un pò di regolamentazione non è un grosso problema dato che esistono le risorse aziendali per affrontarla, al contrario nel caso di un’azienda in fase di start-up o di un libero professionista, ogni pietra lanciata sul loro cammino può affossare tutto. Ed è assolutamente imperativo che il governo non si occupi di “uccidere” i posti di lavoro.

Negli Stati Uniti il movimento dei Tea Party ha avuto un ruolo fondamentale nello scuotere il Congresso e rinnovare l’intero partito repubblicano: crede che questo possa accadere anche in Italia?

Il ruolo principale di un gruppo non strutturato come quello dei Tea Party è di mettere in testa  alle persone, in questo caso gli italiani, un’idea su qualcosa che ritiene importante. Se si tratta di una buona idea, allora le persone reagiscono e iniziano a chiedere quella stessa cosa ai politici. Loro sono costretti a prenderla in considerazione, accogliendola o respingendola, dando vita a un dibattito. Questo è il ruolo dei Tea Party: fare scorrere idee, stimolare il pensiero al di fuori di ciò che sembra ovvio senza chiedere il permesso di farlo ai politici o ai partiti strutturati, senza preoccuparsi di come costoro reagiranno. Negli Stati Uniti è questo il modo in cui nascono le buone idee. Ovviamente se è vero che molte idee non portano poi da nessuna parte, tuttavia è necessario avere approcci diversificati e capire cosa vogliono le persone: infatti quando si ha la gente dalla propria parte, e questo vale anche per l’Italia, poi diventa molto facile parlare con i politici perché se capiscono che una certa istanza sta a cuore alle persone, allora si daranno da fare per soddisfarla.

Cosa sono i  Coalition Meetings e perché ATR pensa che sia importante sostenerli e promuoverli in Italia e nel mondo? 

I Coalition Meetings sono incontri a cadenza periodica che raggruppano esponenti di centro-destra, coinvolgendoli in una sorta di “brainstorming” informativo e creativo. Noi di ATR abbiamo da anni la nostra coalizione per la libertà che si chiama “Leave us alone coalition” (“Coalizione del Lasciateci stare”, ndr), a Washington e nei 50 Stati. Ci sono poi circa 10 Paesi al mondo, fra cui l’Italia con Milano e Roma, in cui si svolgono Coalition meetings. E questi sono importanti per un semplice fatto: perché i primi a lavorare in coalizione fra di loro sono proprio i sostenitori di una sempre maggiore pervasività dello Stato, del genere “io ti aiuteró a difendere il tuo programma di spesa, se tu mi aiuterai a sostenere il mio”  - troppo spesso i politici si lasciano, infatti, attrarre dall’interesse a spendere, persino se si tratta di spendere una cifra piccola. Di conseguenza, anche noi che paghiamo le tasse abbiamo bisogno di coalizioni per costruire la più solida posizione difensiva e opporci all’aumento delle tasse e della spesa. A Washington ai nostri incontri intervengono anche esponenti di diversa estrazione religiosa che collaborano attorno ai valori condivisi della libertà individuale e del conservatorismo sociale, cosa senz’altro degna di nota. Credo che i Coalition Meetings funzionino meglio quando i partecipanti capiscono qual è la posta in gioco: per esempio se sono cattolico, capisco in fretta che la libertà religiosa per tutte le fedi è importante anche per me; e se sono musulmano capisco che lasciare che vengano uccise persone senza dire nulla è non solo immorale, ma anche poco saggio dal punto di vista tattico, perché gli obiettivi dell’attacco domani potrebbero cambiare. Per questo, lo ribadisco, i Coalition Meetings sono importanti: perché cosí la gente capisce che se oggi il governo limita la libertà di una persona, anche se diversa da me, domani sarà la mia libertà a subire la stessa limitazione. Bisogna avere una visione a 360 gradi. Certo, molti lo capiscono intuitivamente, ma molti altri no.