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Nord Irlanda e Scozia, scosse di assestamento della Brexit

La Brexit, nel 2016, è stata un vero terremoto politico le cui scosse di assestamento si sentono ancora oggi, soprattutto nelle periferie più irrequiete del Regno Unito: Irlanda del Nord e Scozia. A Londra il parlamento vota per modificare il protocollo con l'Ue sulla frontiera irlandese. Mentre la Scozia chiede ancora l'indipendenza.

Belfast, manifestazione a favore del protocollo con l'Ue

La Brexit, nel 2016, è stata un vero terremoto politico le cui scosse di assestamento si sentono ancora oggi, soprattutto nelle periferie più irrequiete del Regno Unito: Irlanda del Nord e Scozia. A Londra, ieri, la maggioranza conservatrice ha votato per cambiare unilateralmente il protocollo sulla frontiere dell’Irlanda del Nord, un provvedimento voluto soprattutto dagli Unionisti nord-irlandesi. Seguendo la spinta opposta, sempre ieri, invece, la Scozia ha di nuovo chiesto di indire un referendum per l’indipendenza.

Il voto per rivedere il protocollo nord-irlandese del 2019 è stato vinto dai Conservatori con 295 voti contro 221. Una defezione importante è stata quella dell’ex premier Theresa May, che fu contraria alla Brexit ma poi dovette succedere a Cameron per iniziare a gestirla, fino al 2018, anno delle sue dimissioni. Secondo la May, un cambiamento unilaterale del protocollo, che ha valore internazionale, screditerebbe il governo conservatore britannico agli occhi degli europei. “Sospetto che nell’Ue si stiano chiedendo: perché dovremmo negoziare i dettagli con un governo che si mostra propenso a firmare un accordo, considerarlo come una vittoria per poi cercare di cestinarlo meno di tre anni dopo?”. Al momento del voto, comunque, Theresa May si è astenuta, invece che votare contro. Un altro “remainer” (pro Ue) ritiene che la legge che autorizza la revisione del protocollo sia “non applicabile” in quanto dubbia sul piano della legalità internazionale. Suggeriva, piuttosto, di attivare l’articolo 16 del protocollo stesso, che prevede “misure di salvaguardia in caso di emergenza”. Ma non una modifica unilaterale. Tant’è che l’Ue sta passando alle vie legali.

Una volta che la legge sarà promulgata (l’iter non è concluso), il governo avrà il potere di eliminare quella parte del protocollo che prevede controlli sulle merci britanniche dirette, via mare, in Irlanda del Nord. Questo accordo con l’Ue era ritenuto necessario per evitare di istituire di nuovo le dogane sulla frontiera, di terra, fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda (ora frontiera dell’Ue). Per i Conservatori inglesi e per gli Unionisti nord-irlandesi è sempre stata una clausola umiliante, ai limiti dell’ingerenza dell’Ue nella sovranità nazionale del Regno, considerando che istituisce controlli in un confine interno (con le debite differenze, come se fosse istituito un controllo europeo al confine con l’Alto Adige dopo una eventuale Italexit). Dopo che le elezioni nell’Irlanda del Nord sono state vinte dal Sinn Fein, il partito repubblicano, ma senza che questo avesse una maggioranza sufficiente per governare da solo, gli Unionisti del Dup hanno posto come condizione per un governo in coabitazione la revoca di quella clausola sulle merci. La situazione, dunque, resta molto delicata, soprattutto considerando che la lunghissima guerra civile (i Troubles) è finita appena 24 anni fa, salvo attentati e piccoli recrudescenze. Dall’esito sulla diatriba sui confini, dunque, dipende anche la pace in Irlanda.

Se in questo caso sono stati gli unionisti la forza trainante, in Scozia è il separatismo che sta rialzando la testa. Nicola Sturgeon, leader del partito nazionalista, ha chiesto ieri (anche se non formalmente) di indire un nuovo referendum per l’indipendenza il 19 ottobre 2023. Nel settembre 2014, un referendum scozzese era stato ampiamente vinto dagli unionisti 55% a 45%. L’allora premier Cameron aveva concesso la possibilità di votare, ma con la chiara intenzione che si votasse “una sola volta nella vita”. Il nazionalismo scozzese ha però ripreso quota subito dopo la vittoria del Brexit, considerando che lo scenario è completamente cambiato. Nel 2014, infatti, se avesse vinto il Sì all’indipendenza, la Scozia avrebbe comunque continuato a riconoscere la corona di Londra (così come, formalmente, anche Canada, Australia e Nuova Zelanda, per fare gli esempi più celebri) e l’appartenenza all’Unione Europea. Dal 2016, questa seconda condizione è cambiata ed è importante soprattutto perché gli scozzesi, a gran maggioranza, avevano votato per il “remain” (dunque contro la Brexit).

Il governo Johnson ha comunque dato una risposta inequivocabile contro il referendum per l’indipendenza. Oggi, se si votasse in Scozia, vincerebbero ancora gli unionisti, ma il margine si è molto ridotto: appena 4 punti di stacco, entro l’errore statistico. Anche alla vigilia del referendum sull’Ue, ad esempio, la Brexit era data in minoranza di 4 punti.

errata corrige: il referendum scozzese è stato vinto dagli unionisti con il 55% dei voti e non con il 62%. Ci scusiamo con i lettori

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