• CRISI ECONOMICA

Non sottovalutare "Io apro" (soprattutto la politica)

Sarebbe un grave errore sottovalutare l’entità del disagio sociale che sta emergendo con i movimenti "Io apro". Ad essere disperati sono milioni di italiani e questo segna un sentimento di protesta che si può canalizzare politicamente. La storia insegna che è da movimenti di protesta passeggeri che nascono esperienze politiche. 

Il governo prova a sedare gli animi delle categorie produttive, che moltiplicano le manifestazioni di protesta contro le prolungate chiusure. Preannuncia graduali riaperture in sicurezza a partire da maggio, confermando indirettamente che tanto tempo è andato perduto per mancanza di pianificazione. Se ci fossero stati già a settembre scorso i protocolli per le riaperture in sicurezza, centinaia di migliaia di imprese non avrebbero dovuto portare i libri in tribunale e i sussidi a pioggia non avrebbero contribuito a indebitare ulteriormente lo Stato italiano. Ora la gradualità nell’allentamento dei divieti non si concilia con la situazione disperata di tanti imprenditori, partite Iva, professionisti, e altre categorie che convivono con lo spettro del fallimento.

Lunedì a Roma è andata nuovamente in scena la protesta del movimento “Io Apro e ieri, sempre nella Capitale, ma anche in altre parti d’Italia, Fipe Confcommercio e diverse organizzazioni di commercianti, baristi, ristoratori, gestori di palestre, piscine, e l’elenco potrebbe ancora proseguire, hanno chiesto in modo esplicito e perentorio all’esecutivo di fissare date certe per i vari settori, affinchè le aziende possano pianificare per tempo le riaperture, accogliere le prenotazioni e intravvedere finalmente l’uscita in fondo al lunghissimo tunnel dei lockdown.

Da sempre nelle manifestazioni di piazza ci sono degli infiltrati, cioè estremisti che soffiano sul fuoco per esasperare lo scontro con le forze dell’ordine e sferrare offensive contro l’establishment. Non poteva non succedere la stessa cosa anche lunedì. Tanto più che si trattava di una manifestazione non autorizzata.

Ma sarebbe un grave errore se le forze politiche sottovalutassero l’entità del disagio sociale di questi mesi e catalogassero i recentissimi cortei come iniziative sporadiche ed estemporanee di minoranze incoscienti e disperate. In realtà ad essere disperati questa volta sono milioni di italiani. Il governo dovrebbe iniziare a preoccuparsi non tanto e non solo di quelli che c’erano in piazza, ma soprattutto di chi in piazza non è (ancora) andato ma presto resterà senza lavoro e senza mezzi di sostentamento.

La probabile revoca del blocco dei licenziamenti a partire dal 30 giugno è il preludio all’esplosione della disoccupazione, con almeno altri 500.000 italiani (stime prudenziali, perché potrebbero essere anche un milione o forse più) in procinto di infoltire l’esercito dei disoccupati. Il movimento “Io apro”, che dal 26 aprile potrebbe decidere di riaprire in tutt’Italia i ristoranti anche alla sera, forzando le regole attualmente in vigore, sembra destinato a fare proseliti in tutti i settori merceologici.

Sono tante le categorie stremate e che nelle ultime settimane hanno riempito le piazze di tutt’Italia: dai gestori di autobus privati, fermi da 14 mesi, ai titolari di palestre e piscine, che rischiano di perdere tantissimi clienti ormai organizzati in casa con tapis roulant e piccoli attrezzi per fare sport anche durante i lockdown; per non parlare degli albergatori, che hanno perso in alcuni casi fino al 90% del fatturato e ai quali un fisco vorace e oppressivo continua a chiedere tanti soldi anche per la tassa sui rifiuti, il che è assurdo visto che di rifiuti non ne hanno prodotti, essendo rimasti quasi sempre chiusi.

Saranno probabilmente queste palesi incongruenze a far precipitare la situazione socio-economica e a provocare la paralisi, sempre che il governo non si svegli in tempo utile riaprendo tutto in sicurezza e adottando soluzioni come quelle della Gran Bretagna, che quando ancora aveva 500 morti al giorno di Covid, pianificava già le riaperture e ora sta mantenendo fede agli impegni presi con i suoi cittadini-contribuenti.

Visto che l’emergenza socio-economica è destinata a durare anni, come anche le stime di Confindustria prevedono (si parla di una timida ripresa solo alla fine del 2022), non è detto che alle prossime elezioni politiche, l’anno prossimo o fra due anni, il movimento “Io apro” non possa raccogliere a mani basse il voto di protesta che si espande in modo esponenziale.

Le forze di centrodestra saranno in grado di intercettare queste istanze e di farle proprie, candidandosi a soddisfarle in un ipotetico governo politico dopo il voto, oppure in questo tempo di avvicinamento alla scadenza della legislatura nasceranno nuovi raggruppamenti anti-sistema?

La storia ci insegna che all’inizio queste nuove entità sembrano fenomeni passeggeri e circoscritti. Si pensi alla Lega Nord degli anni ottanta, che qualcuno considerava una patologia destinata a rientrare in breve tempo. Si pensi ai Cinque Stelle soltanto dieci anni fa, che secondo alcuni si sarebbero fermati al “Vaffa” senza riuscire a concludere nulla. Entrambe quelle forze politiche, nate come popolari e radicate in vasti strati di popolazione insoddisfatta, sono arrivate al governo del Paese e in pochi l’avevano previsto. Il movimento “Io apro” potrebbe diventare una componente innovativa nel centrodestra oppure rimanere autonomo e catturare nel tempo i consensi di chi ha perso tutto e non ha più niente da difendere dopo la pandemia o di chi, stufo degli attuali riferimenti politici, ne cerca degli altri. Presto la storia si incaricherà di dare risposta a questi interrogativi.