• L'EDITORIALE

Non fate partire quei barconi

Non potremo mai abituarci a vedere morire in mare dei profughi alla ricerca di una vita più umana. Per questo bisogna impegnarsi a bloccare questi viaggi. Ecco due proposte.
- Mantovano rientra nel governo


Cinquantatré sopravvissuti, circa 250 tra morti e dispersi. E’ il bilancio della nuova tragedia accaduta due notti fa a 39 miglia dalle coste di Lampedusa, un barcone partito dal porto libico di Zuwarah, con somali, eritrei, altri africani di varie nazionalità. Motovedette italiane partite subito in soccorso dopo la segnalazione ricevuta dalle autorità maltesi, scene strazianti al loro arrivo con tentativo disperato di salvare quante più persone possibile. Tra le vittime, come è purtroppo scontato in queste circostanze, donne incinte e bambini.

Diciamolo subito: non possiamo mai abituarci a tragedie umane di questo genere, per quanto siano una tragica costante nella storia e nella cronaca. Persone che fuggono da situazioni difficili, a volte terribili, che sfidano coscientemente la morte pur di avere una prospettiva di vita, non possono lasciarci indifferenti. Quel desiderio di una possibilità diversa, più umana, che si traduce in rischiosissime avventure di mare; che porta a consegnare la propria vita nelle mani di trafficanti senza scrupoli, in Africa così come in Asia e America latina; che si spegne in fondo al mare, è anche una domanda su di noi, sul senso che diamo alla nostra esistenza. Ed è una richiesta di impegno perché certe tragedie non accadano più, perché il desiderio di libertà, di giustizia, di rispetto della propria dignità che è inscritto nel cuore di ogni uomo possa trovare un compimento senza bisogno di rischiare la morte.

Quanto è accaduto dovrebbe fare anche rispondere con urgenza i nostri politici alla domanda di come impedire o perlomeno, ridurre al minimo, il ripetersi di certe tragedie. Perché dobbiamo renderci conto che, con quanto sta accadendo, è già un miracolo che da gennaio ad oggi ci sia stato solo un grave incidente. Il ministro Maroni ieri ha fornito le cifre ufficiali: dal 1° gennaio sono arrivati 390 imbarcazioni, con quasi 30mila persone. Quattro barconi al giorno, di media, stanno attraversando il Mediterraneo e la tendenza è all’aumento. Per evitare queste morti è dunque necessario come prima cosa porre un freno immediato a questi viaggi.

Come è possibile? Alcuni in questi giorni hanno gridato che non si fa abbastanza per accogliere questi disperati. Con tutto il rispetto, se si muore nel Mediterraneo non è perché si viene ributtati in mare dall’Italia, bensì perché si lascia partire dalle coste nordafricane. In altre parole è necessario che non si facciano più partire questi barconi. E se il controllo di quelle coste richiede un discorso a parte, un modo certo per incentivare queste partenze è proprio quello di fare capire che c’è la speranza di restare in Italia e in Europa anche se la legge non lo permetterebbe. Lo abbiamo già detto in tempi non sospetti: se non si danno segnali chiari e inequivocabili sul rispetto delle norme internazionali e nazionali che prevedono il rimpatrio di quanti non hanno diritto allo status di rifugiato politico o al ricongiungimento familiare, si incentiva il traffico di esseri umani con conseguente aumento della probabilità di tragedie come quella di questi giorni. Non si deve mai dimenticare che la certezza del diritto è una forma di tutela dei diritti umani, e una garanzia per i soggetti più deboli.

In secondo luogo, non può passare inosservato che le vittime di questa tragedia siano partite dalla Libia, come conseguenza della guerra scatenata da francesi e inglesi con il sostegno di altri paesi, tra cui il nostro. Italia e Libia avevano infatti firmato un trattato che, tra le altre cose, prevedeva l’impegno libico a evitare la partenza di migranti africani dalle proprie coste. Un accordo che stava funzionando, ma il precipitare degli eventi ha fatto sì che il “tappo” saltasse e ora possiamo ragionevolmente aspettarci che la situazione peggiori. Era un fatto facilmente prevedibile, ma è stato colpevolmente ignorato da chi ha sostenuto che qualsiasi cambiamento sarebbe stato meglio di Gheddafi. Come se la protezione dei civili non si dovesse estendere anche a questi disperati.

Pensare di poter ripristinare ora la situazione precedente la guerra è ovviamente illusorio, c’è però forse la possibilità almeno di rigirare positivamente un’avventura militare nata male e condotta peggio. Se davvero si vogliono evitare altre tragedie in mare, le forze della Nato potrebbero almeno prendere il controllo dei porti libici per consentire alle agenzie specializzate dell’Onu, in collaborazione con i governi europei, di allestire in loco dei centri di raccolta e identificazione dei profughi, in modo da poter smistare poi gli aventi diritto all’asilo verso i paesi europei e rimpatriare in sicurezza gli altri. Questo sì che sarebbe un intervento che potrebbe andare sotto la voce “ingerenza umanitaria”.

C’è poi un’altra questione che richiede un impegno preciso, anche se più a lungo termine: se somali, eritrei, etiopi, nigeriani e tanti altri affrontano l’incredibile peso di attraversare per mesi l’Africa a piedi o con mezzi di fortuna alla ricerca di un approdo in un paese che li possa ospitare significa che nei loro paesi la situazione è insostenibile, e non certo da poco tempo. Certo, ogni paese ha una storia a sé, le cause di povertà e guerra sono diverse, ma i paesi europei devono impegnarsi sul serio per un’opera di pacificazione e sviluppo integrale dell’Africa: se non per senso di giustizia, almeno lo si faccia per convenienza.

Se poi non c’è la volontà politica di guardare alla realtà e risolvere i problemi alla radice, almeno ci si risparmi le lacrime di coccodrillo che puntualmente vengono versate a ogni tragedia come quella di questi giorni. Per non parlare dell’inverecondo cinismo di chi riesce a strumentalizzare qualsiasi tragedia per i propri fini politici.

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