• EDITORIALE

Nomine, donne e rilancio: una strategia alla rovescia

L’impressione è che Renzi stia cercando più i colpi ad effetto che strategie concretamente costruttive, più risultati eclatanti che non la rimozione delle cause che hanno determinato in Italia una crisi più forte che altrove.

Matteo Renzi

C’è una strana e pericolosa similitudine nella strategia che Mattei Renzi e il suo governo hanno finora attuato da una parte nelle misure per il promesso rilancio economico e dall’altra nella formazione del Governo prima e nelle nomine nelle imprese pubbliche dopo. In poche parole l’impressione è quella che Renzi abbia cercato più i colpi ad effetto che strategie concretamente costruttive, più risultati eclatanti che non la rimozione delle cause che hanno determinato in Italia una crisi più forte che negli altri paesi e tassi di disoccupazione enormemente più preoccupanti.

Partiamo dalle nomine con una premessa. Sono sempre stato e resto convinto che nel mondo del lavoro non vi debbano essere discriminazioni di genere, per intenderci tra uomo e donna, e che una significativa presenza femminile non è solo utile, ma indispensabile nella gestione delle aziende. Questo perché uomini e donne sono diversi, hanno differenti sensibilità, possono portare sul lavoro competenze diversificate e positivamente integrabili. C’è quindi l’esigenza di rimuovere gli ostacoli che possono frapporsi innanzitutto al fatto che le donne possano accedere al mondo del lavoro e poi che possono avere le stesse opportunità di muoversi e di fare carriera.

In un’economia libera, dinamica e creativa è doverosa una sola uguaglianza, quella dei punti di partenza. All’inizio, nella scuola come nel mondo del lavoro, ogni persona, ogni uomo e ogni donna, deve poter accedere con pari opportunità, ma poi deve essere lasciata libera di esprimere le proprie capacità. 

Se in Italia c’è un problema femminile non è perché ci sono poche donne ai vertici delle imprese o della politica, ma perché c’è la più bassa partecipazione femminile al lavoro, la più bassa scolarità superiore, il più alto tasso di abbandoni del lavoro in caso di maternità. Allora il problema non è quello di definire le quote rose tra i ministri o i dirigenti delle grandi imprese (magari dovendo andare a pescare persone di scarsa competenza), ma quello di garantire dal basso una vera uguaglianza.

Un ministro donna o una donna alla presidenza di una grande impresa pubblica non spostano di una virgola la vera questione femminile per affrontare la quale occorrerebbero concrete misure per la famiglia, asili nido, supporti anche economici alla maternità, coraggiose politiche di rilancio demografico. Ma non volendo fare tutto questo allora si mette l’etichetta delle quote rosa sulla bottiglia vuota delle politiche per le pari opportunità.

Ma il mondo alla rovescia continua anche nelle misure per il rilancio. Il Governo ha puntato gran parte delle sue carte sugli 80 euro in più in busta paga per i lavoratori che hanno meno di 1.500 euro di salario netto. In sé una misura largamente positiva, ma che sarebbe stata ancora più efficace se fosse stata varata non come intervento isolato, ma come risultato di una riforma strutturale del sistema fiscale.

Gli 80 euro infatti non fanno che consolidare quella pesante divisione tra chi è garantito e ha un lavoro a tempo indeterminato, e chi garantito non è, perché ha un lavoro autonomo o precario oppure è pensionato. E comunque se l’obiettivo è quello del rilancio dei consumi, e quindi in qualche modo anche della produzione o dei posti di lavoro, non si potrà ottenere che un risultato modesto. Il perché è presto detto: parte dei soldi aggiuntivi andranno a coprire dei debiti e parte andranno agli acquisti di beni importati. La quota che potrà essere destinata a rilanciare l’economia interna rischia di essere poco significativa.

Ben diverso, ma forse meno eclatante, sarebbe stato fare una politica fiscale più selettiva aiutando la competitività delle aziende da una parte e le famiglie (soprattutto se numerose) dall’altra. E nello stesso tempo sarebbe necessaria una vera politica di sostegno al credito: e invece con una mano si aiutano le banche e con l’altra si impongono loro nuove tasse.

L’impressione complessiva è purtroppo deludente. Le donne che faticano a conciliare la famiglia e il lavoro non miglioreranno la loro condizione con le quote rosa ai vertici delle aziende. E i giovani che faticano a trovare lavoro potranno forse vivere qualche giorno in più sulle spalle dei loro padri.