• NATALE 2014

Noi come i pastori di Betlemme

Natale, Dio che si è fatto uomo perché l’umanità trionfasse. Un miracolo che ha cambiato il mondo e segnato per sempre le radici della nostra civiltà. E allora guardiamo in volto il Mistero, questo avvenimento che compie la nostra attesa di felicità. Ci aiuta in questo la Natività dipinta da Federico Barocci, opera del 1597. 

Natività

Natività

 

Siamo presi come tra due fuochi nella stalla di Betlemme dipinta da Federico Barocci nel 1597: gli occhi sgranati del bue e dell’asino e quelli sorpresi dei due pastori che battono all’uscio. Nessuno ci aveva condotto così dentro il Mistero del Natale. E ci sentiamo quasi in imbarazzo non sapendo bene dove collocarci. A ben guardare questa Natività è tutta in movimento: la Vergine spalanca le braccia quasi per segnare i confini eterni del Mistero; Gesù sembra essersi liberato in quel momento dal tepore della coperta e volge gli occhi alla Madre; san Giuseppe corre alla porta ad accogliere i pastori e questi ultimi già si piegano in adorazione prima ancora d’essere entrati. E in tutto quest’andirivieni dove siamo noi? Noi che stentiamo a credere al miracolo che ha cambiato il mondo, all’evento che ha fondato le radici della nostra Europa?

Questa natività mi pare uno spaccato della Chiesa attuale: non sappiamo bene dove collocarci all’interno delle Verità di sempre, perché tutto è in movimento. Nella capanna del Barocci dominano i toni del marrone, i toni della terra con i suoi neri più profondi e le schiarite improvvise della terra di Siena o della cenere. È il trionfo dell’umano. E non siamo noi di fronte a un mondo dove l’umano trionfa? Dove tutto deve, per forza, essere livellato all’interno di un pensiero unico? Certo la capanna del Barocci è piena di attesa e lo dicono gli oggetti sparsi qua e là come per caso, ma che obbediscono invece a un disegno sapiente; lo dicono i fili di paglia dorata che incorniciano la mangiatoia; lo dice il berretto rosso del primo pastore. Sì, mi piace credere, sollecitata dal Barocci, che anche qui tra noi ci sia tanta attesa, forse timida silenziosa, un’attesa simile a quella dei pastori, che senza quel berretto rosso scomparirebbero dentro l’oscurità della notte dalla quale provengono. E penso alle Sentinelle in piedi, penso alla parola ancora autorevole di tanti uomini di Dio: sono loro il berretto rosso della nostra storia, sono loro la mano decisa di Giuseppe che apre l’uscio e permette alla luce che regna nella capanna di ferire l’oscurità della notte. 

La luce, nella capanna, è tutta nell’abito di Maria e nei panni che ricoprono Gesù. E che dignitosa beltà reca l’abito della Madonna! Non sembra davvero la fanciulla di Nazareth che ha appena dato alla luce un bimbo in un luogo di fortuna, sembra una regina, una sposa pronta per le nozze. Ma da dove viene tutta quella luce in un luogo così oscuro dove non si scorge alcuna fonte di luminosa? Federico Barocci lo rivela bagnando di luce gli oggetti abbandonati nella stalla: il cesto, il cappello di Giuseppe, la pietra e il sacco. Senza una luce che provenga da Cristo stesso non avremmo potuto scorgere questi elementi, senza il reverbero potente dell’abito di Maria i nostri occhi non avrebbero potuto incontrare il Mistero qui raccontato. Che sorprendente verità: le cose più grandi si rivelano ai nostri occhi mediante strumenti umili. 

Dio non usa la sua Onnipotenza per sbaragliare i nemici della sua Gloria, ma sceglie le piccole tracce della vita e della storia, scintille di luce in un mondo che brancola nel buio. Per questo ci è necessario lo sguardo. Lo sguardo e l’abbandono. Cose cui ci educano, dopo Maria, gli animali della stalla. È il polo opposto dei pastori. Loro sono dentro al Mistero più di noi. Sono bagnati dalla luce e i loro occhi scintillano. L’asino, portando la soma, è simbolo di chi porta il peso dei suoi peccati e attende d’esser liberato. Per questo significava i pagani i quali, non avendo la legge, non avevano neppure il sacrificio e il perdono. Il bue invece sta sotto il giogo collaborando al lavoro del padrone, perciò è segno del popolo di Israele, il quale sta sotto il giogo della legge perché collabora con Dio alla salvezza del mondo. I due animali sono allora simbolo dell’umanità che già vede. Che segnala con la sua presenza i confini del Mistero, come le braccia allargate di Maria come il dito puntato di Giuseppe. Sono i lavoratori dell’umile vigna del Signore, avrebbe detto Benedetto XVI. Sono i consacrati e le consacrate, sono i ministri di Dio degni del nome che portano. Come l’asino, essi sono consapevoli di aver sempre necessità della misericordia divina, ma nello stesso tempo, come il bue, accettano sopra di loro il giogo del Signore.

E qui il Barocci scrive la sua sorpresa! Non vediamo forse quell’anello scintillante d’oro, come la paglia, sotto l’orecchio del bue? E non è quello il luogo dove si aggancia il giogo? Ecco: il giogo è stato tolto, giace abbandonato proprio in primo piano, poggiato alla mangiatoia. Il giogo della legge è stato vinto. Moralismo e legalismo abbandonati. Il nuovo statuto del Signore è dettato dall’amore così potentemente significato dal rosa dell’abito di Maria: il rosso dell’amore trasfigurato! Ecco l’unica cosa ferma dentro a tanto movimento! Amore è il nome segreto di questo bambino, un Amore che è roccia eterna. Per questo la Madonna s’inginocchia sopra una roccia, per questo la cesta del pane e il cappello di Giuseppe sostano sicuri sopra alla roccia. 

Sì, il punto fermo della grotta, quell’atmosfera gravida di senso che si avverte, sta proprio in questo nome che impregna gli sguardi: Amore. Ma attenzione, non è un amore che può essere equivocato. Non è quell’amore camaleontico che cambia contenuti e significati a seconda di chi pronuncia il suo nome. No, quest’Amore è sicuro, certo come la pietra d’angolo della stalla, l’identità di questo amore la dichiara il terzo umile animale che fa capolino nella gotta. Anche di lui, come degli altri due, si vede un occhio solo, il bue forse sta guardando proprio nella sua direzione: è l’ariete che giungendo dalla notte del Natale già annuncia la Pasqua.

L’identità di quest’amore è sacrificio! Ecco la Verità che nella Chiesa non è mai cambiata e mai potrà cambiare! Siamo un popolo che segue un agnello sacrificale, il giogo della legge ha lasciato il posto al giogo dell’Amore sacrificale. Non l’amore a basso costo, non l’amore che sembra abbracciare indistintamente tutto e tutti senza condurre alla verità dell’essere, no. Quest’amore è quello che ci additano i martiri di oggi, le infinite Asia Bibi di cui non vedremo mai il volto. Sono loro che sbucando dalla notte di questo secolo ci additano il pertugio della Verità. Nel loro sacrificio additano una luce che non tramonta e una certezza che nessuna moda ideologica (o talvolta teologica) potrà offuscare.