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No al reato d’opinione, Roma in piazza contro il Ddl Zan

Qualche centinaio di persone e la piccola Piazza Montecitorio, nel giro di pochi minuti, è già gremita. In una metà pomeriggio di un giorno feriale di metà luglio non era affatto scontato. Fino a ieri Roma era una delle poche grandi città che ancora non avevano ospitato il flash mob di #Restiamoliberi. La risposta è stata piuttosto incoraggiante: famiglie ma anche tanti giovani hanno colorato di rosso la piazza, il rosso dei bavagli, a simboleggiare la minaccia di una legge liberticida, il Ddl Zan, che il Parlamento si accinge a discutere entro la fine del mese. “Siamo in questa piazza per la libertà. Nel pieno di una crisi economica e sociale senza precedenti, milioni di famiglie alla fame e di imprese in difficoltà, in Parlamento c’è chi ritiene urgente far approvare una legge sulla cosiddetta omotransfobia”, ha ricordato ai presenti Jacopo Coghe, vicepresidente di Pro Vita & Famiglia e principale animatore della manifestazione romana, sottolineando quanto sia “inutile” ma soprattutto “pericolosa” una legge che “mira a istituire un nuovo reato, quello, appunto di omotransfobia”. Un reato che, “non viene definito dal legislatore, lasciando così enormi spazi a interpretazioni e derive liberticide che colpiranno chiunque esprimerà un pensiero non allineato al politicamente corretto”, ha aggiunto Coghe. 

Sparsi per la piazza, i manifestanti agitano cartelli con slogan emblematici: “Istituire un nuovo reato non serve ed è sbagliato”; “Libertà d’espressione per tutti”; “Restiamo liberi di pensare”. I principi che, fino a poco tempo fa, parevano scontati potrebbero non esserlo più tra non molto; forse già oggi non lo sono più e chi è sceso in piazza in questi giorni in decine di città italiane, ne è perfettamente consapevole.

Le situazioni paradossali e drammaticamente grottesche che una legge sull’omotransfobia rischierebbe di diffondere sono le più disparate. Al megafono Coghe ipotizza una serie di possibili scenari inquietanti: “Sarà possibile per chi gestisce una palestra vietare l’accesso agli spogliatoi e ai bagni femminili ai maschi transgender che si sentono donne? Sarà possibile escludere in una gara sportiva per donne un transgender maschio? Sarà possibile per un genitore che un figlio non partecipi ad attività scolastiche organizzate da realtà Lgbt? Sarà ancora possibile per un sacerdote citare la dottrina cristiana sul matrimonio e sulla sessualità e insegnarla? Sarà possibile dire ancora che la pratica dell’utero in affitto è un abominio o dirsi contrari alle adozioni omogenitoriali? Sarà ancora possibile contestare una legge come quella sulle unioni civili, senza rischiare di essere denunciati? Per tutte queste domande, il ddl sull’omotransfobia ha una risposta: no”.

L’esperienza negativa che ci arriva dai Paesi che già hanno adottato norme cosiddette “anti-omofobiche” dovrebbe essere di monito per il nostro Paese. Coghe menziona “il caso di Caroline Farrow, nel Regno Unito, che è stata accusata di transfobia per essersi rifiutata di usare pronomi transgender”. E quello di Jack Phillips, il pasticcere statunitense “processato più volte, perché in ragione della sua fede, non vuole preparare torte per i matrimoni gay”.

A finire sulla graticola dell’inquisizione arcobaleno sono stati anche numerosi ministri del culto, cattolici e non. Una persecuzione che assume connotazioni ecumeniche, se è vero che tra le vittime figurano personaggi come il cardinale arcivescovo di Valencia, Antonio Cañizares, in buona compagnia assieme a pastori protestanti tedeschi o finlandesi: tutti colpevoli di aver ricordato l’insegnamento della Chiesa o della Bibbia sull’omosessualità. L’accanimento Lgbt, ha ricordato Coghe, ha persino privato molte persone del lavoro: è il caso del pompiere Kelvin Cochran, il cui eroismo in occasione dell’uragano Katrina del 2005 era stato poi premiato con la nomina, da parte di Obama, a capo della sezione Vigili del fuoco all’interno del Dipartimento di sicurezza nazionale, prima di diventare capo del dipartimento della città di Atlanta. Onori e cariche improvvisamente vanificati da un marchio d’infamia: la realizzazione di un libro in cui menzionava l’insegnamento della Chiesa Evangelica sulla sessualità. Alla faccia della meritocrazia…

Nella drammatica sequela di ingiustizie commesse in nome dell’anti-omofobia, Coghe non lesina casi di “detenuti maschi” che, identificandosi come donne, hanno violentato un gran numero di detenute donne “a un ritmo scioccante”, mentre Julianne Phillips, autrice di bestseller per bambini, “è stata licenziata dalla casa editrice, per aver difeso le opinioni della Rowling sul transgenderismo”. Quando il vicepresidente di Pro Vita & Famiglia fa riferimento al recentissimo caso della parrocchia di Lizzano, tra i manifestanti qualcuno grida: “Dittatura, dittatura!”. “Di fatto, con questa legge, dire la verità sulla natura dell’uomo diventerà un reato”, ribadisce Coghe; eppure, “nessuna legge ci può zittire e non può zittire le nostre coscienze. C’è un popolo che si sta risvegliando e che non è disposto a restare indifferente, mentre le nostre libertà vengono minate”.

La folla grida “libertà, libertà!”, quando, verso la conclusione della manifestazione, Coghe ricorda il grande rischio dell’indottrinamento dei più piccoli: “Nelle scuole dei nostri figli e spiegare ai nostri bambini, fin dai sei anni, che cosa sia l’omosessualità, la bisessualità, la transessualità, è qualcosa che non rispetta la fondamentale libertà di educazione dei genitori”.

Un raduno breve, non oltre i tre quarti d’ora, ma intenso e partecipato. L’impegno, però, non può limitarsi alle piazze: “Siamo qui per testimoniare la verità e per testimoniare la libertà. Dobbiamo impegnarci con tutta la nostra forza per fermare questa legge. Informate i vostri amici, parenti e conoscenti. Dimostriamo di essere un popolo che ha a cuore la libertà”, è l’esortazione conclusiva di Jacopo Coghe.