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PRESIDENZIALI

Nigeria, dopo il voto violenze nel nord islamico

Le elezioni si sono svolte in modo regolare, e già questa è un'ottima notizia. Ora Goodluck Jonathan deve ricostruire e riconciliare il Paese.

Attualità 19_04_2011
Goodluck Jonathan

Per il momento sembrano essere circoscritti allo stato di Kano i disordini che da ieri hanno interessato il nord della Nigeria - soprattutto, oltre a Kano, gli stati di Katsina, Kaduna e Zamfara - all’annuncio del risultato delle elezioni presidenziali del 16 aprile che hanno visto la riconferma del presidente in carica, Goodluck Jonathan [nella foto].

La vittoria di Jonathan era prevedibile dal momento che i candidati dell’opposizione - l’ex presidente Muhammadu Buhari, uomo del Nord, islamico, per il Congress of Progressive Change, e Nuhu Ribadu, un Fulani radicato nel sud ovest, per l’Action Congress of Nigeria - non sono riusciti a raggiungere un accordo per una coalizione. Altrettanto prevedibile era la reazione violenta del nord islamico. Jonathan infatti, leader del People’s Democratic Party, il partito al governo dal 1999, è cristiano ed è originario del Delta del Niger, la regione petrolifera del sud da cui dipende molta della ricchezza del paese. Così, il 18 aprile, mentre Buhari denunciava irregolarità in 22 stati della federazione e inoltrava una petizione alla Commissione elettorale nazionale chiedendo l’apertura di un’indagine, i suoi sostenitori hanno attaccato e incendiato case e chiese e saccheggiato negozi.

Dalla Croce Rossa giunge notizia di decine di morti, centinaia di feriti e almeno 15mila sfollati. Alle aggressioni islamiche, un gruppo di giovani cristiani di Kano ha risposto incendiando una moschea.
Confermando la storica divisione tra Nord e Sud, Jonathan ha vinto con il 59,64% dei voti soprattutto grazie all’elettorato meridionale.

Al secondo posto si è piazzato Buhari, con il 32,38% delle preferenze, registrate in gran parte al Nord. Il dato positivo, in un Paese abitato da oltre 200 etnie e profondamente segnato da divisioni religiose, è che entrambi hanno ottenuto buoni risultati anche negli stati avversi. D’altra parte, in base alla legge elettorale nigeriana, un candidato, per essere eletto al primo turno, deve ottenere non soltanto la maggioranza assoluta dei consensi, ma anche più del 25% dei voti in almeno due terzi dei 36 stati di cui è composta la federazione.

La seconda buona notizia è che le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, stando ai primi rapporti redatti dagli osservatori internazionali. Proprio per evitare brogli e incidenti le legislative, che in Nigeria precedono le presidenziali e che avrebbero dovuto svolgersi il 2 aprile, erano state rimandate di una settimana a causa di problemi organizzativi. In particolare, non tutte le schede elettorali necessarie erano state distribuite nei seggi. In altre occasioni, a un analogo problema si era ovviato facendo votare gli elettori su semplici fogli di carta il che aveva moltiplicato irregolarità e contestazioni.

Il compito che attende Jonathan è dei più difficili. La Nigeria infatti è uno dei Paesi più poveri del mondo, al 142° posto nell’Indice di sviluppo umano dell’Undp, pur essendo da decenni il primo produttore africano di petrolio. Oltre la metà dei suoi 140 milioni di abitanti vive con meno di un dollaro al giorno, si scalda e cucina con legna e carbone, abita in case prive di acqua corrente e di luce elettrica. Corruzione e malgoverno hanno prosciugato le risorse nazionali per decenni e costretto una generazione dopo l’altra di giovani nigeriani a vivere di espedienti, senza lavoro e senza futuro, mentre capitali astronomici in mano a politici privi di scrupoli finivano in banche straniere e beni immobili fastosi o consumati in lussi sfrenati.

In miseria è il nord, sempre più influenzato inoltre dall’integralismo islamico che è riuscito a imporvi la legge coranica, ma anche il sud dove il petrolio ha portato soltanto conflitti sociali, frustrazione e inquinamento. Una delle promesse elettorali di Jonathan, che è il primo capo di stato nigeriano nato nel Delta del Niger, è la realizzazione di un programma energetico da 10 miliardi di dollari che prevede la costruzione di nuovi centri di raffinazione. Servirà a smettere di acquistare costosa energia dall’estero permettendo di investire in infrastrutture e servizi, darà lavoro a mezzo milione di persone e offrirà migliori condizioni di vita a milioni di cittadini.
Intanto il primo atto del nuovo presidente è stato un appello all’unità: “L’ambizione politica di nessuno può valere il sangue di un nigeriano”.