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CONFESSIONE DI UN CLIMATOLOGO

Nella ricerca sul clima, solo il catastrofismo è premiato

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Un climatologo, Patrick T. Brown, si confessa con un articolo su The Free Press: per essere pubblicati sulle riviste più prestigiose e fare carriera, i climatologi sono spinti ad essere più catastrofisti. Ma è scienza?

Editoriali 07_09_2023
Desertificazione

Per essere pubblicati su riviste prestigiose e fare carriera, i climatologi devono focalizzare i loro studi sugli effetti del cambiamento climatico, omettendo le altre cause degli eventi estremi e suggerendo esclusivamente soluzioni che riguardino la riduzione delle emissioni di gas serra. Ad ammetterlo è un climatologo, Patrick T. Brown, che su The Free Press ha scritto “Ho evitato di scrivere tutta la verità per far pubblicare il mio articolo sul cambiamento climatico”.

Lo studio di Brown riguardava l’impatto del cambiamento climatico sugli incendi, sull’onda delle fiamme estive che hanno divorato varie regioni dell’America, dalle Hawaii al Canada. Il ricercatore non nega affatto che vi sia questo impatto: il cambiamento climatico è un fattore importante per spiegare il fenomeno degli incendi. Ma il punto vero è che non è l’unico. Ci sono altri fattori che entrano in gioco e lo stesso autore ammette che l’80% degli incendi negli Stati Uniti siano provocati dall’uomo, per dolo o per colpa. Per essere pubblicati, però, è meglio concentrarsi solo sul cambiamento climatico, perché è ciò che interessa all’editore.

Scrive Brown: «Lo studio che ho appena pubblicato - Climate warming increases extreme daily wildfire growth risk in California - si concentra esclusivamente sul modo in cui il cambiamento climatico ha influenzato il comportamento degli incendi estremi. Sapevo di non dover cercare di quantificare aspetti chiave diversi dal cambiamento climatico nella mia ricerca perché avrebbe diluito la storia che riviste prestigiose come Nature e la sua rivale, Science, vogliono raccontare». La sua non è un’eccezione. Da quel che riferisce si tratterebbe di una regola generale: «Per dirla senza mezzi termini, la scienza del clima è diventata meno attenta a comprendere le complessità del mondo e più a servire come una sorta di Cassandra, avvertendo urgentemente il pubblico dei pericoli del cambiamento climatico».

Per scrivere un pezzo da buona Cassandra, l’autore cita tre semplici regole, da seguire se si vuole essere pubblicati sulle riviste più influenti, guadagnare citazioni e proseguire nella carriera accademica. La prima, appunto, è quella di parlare solo di cambiamento climatico e non di altre eventuali cause dei fenomeni studiati: «Questo tipo di inquadramento, con l'influenza del cambiamento climatico considerata irrealisticamente in modo isolato, è la norma per i documenti di ricerca di alto profilo. Per esempio, in un altro recente e influente articolo di Nature, gli scienziati hanno calcolato che i due maggiori impatti del cambiamento climatico sulla società sono le morti legate al caldo estremo e i danni all'agricoltura. Tuttavia, gli autori non menzionano mai che il cambiamento climatico non è il motore dominante di nessuno di questi impatti: le morti legate al caldo sono in calo e i raccolti sono aumentati per decenni, nonostante il cambiamento climatico».

La seconda regola è: ignorare provvedimenti pratici che permettano all’uomo di adattarsi al cambiamento climatico e mitigarne gli effetti. «Studiare le soluzioni, anziché concentrarsi sui problemi, semplicemente non susciterà l’interesse del pubblico o della stampa. Inoltre, molti scienziati del clima tendono a considerare l’intera prospettiva dell’adattamento tecnologico al cambiamento climatico come un'idea sbagliata; l'approccio giusto è quello di ridurre le emissioni. Quindi il ricercatore esperto sa che deve stare alla larga dalle soluzioni pratiche».

La terza è: impressionare il pubblico con numeri grandi: «Il nostro lavoro, ad esempio, avrebbe potuto concentrarsi su una metrica semplice e intuitiva come il numero di ettari in più bruciati o l’aumento dell'intensità degli incendi selvatici a causa del cambiamento climatico. Invece, abbiamo seguito la pratica comune di esaminare la variazione del rischio di un evento estremo - nel nostro caso, l'aumento del rischio di incendi che bruciano più di 10mila acri in un solo giorno».

Il sensazionalismo è dunque la norma, ad esempio «… è prassi comune valutare gli impatti sulla società utilizzando l'entità del cambiamento climatico a partire dalla rivoluzione industriale, ma ignorando i cambiamenti tecnologici e sociali avvenuti in quel periodo. Questo ha poco senso da un punto di vista pratico, poiché i cambiamenti sociali nella distribuzione della popolazione, nelle infrastrutture, nei comportamenti, nella preparazione ai disastri, ecc. hanno influenzato la nostra sensibilità agli eventi meteorologici estremi molto più di quanto non abbiano fatto i cambiamenti climatici a partire dal 1800. Lo dimostra, ad esempio, il drastico calo delle morti per disastri meteorologici e climatici nell'ultimo secolo. Allo stesso modo, è pratica comune calcolare gli impatti per spaventosi scenari ipotetici di riscaldamento futuro che mettono a dura prova la credibilità, ignorando i potenziali cambiamenti nella tecnologia e nella resilienza che ridurrebbero l'impatto».

Gli articoli divulgativi o i servizi nei telegiornali sono attinti da questi studi e sono, a loro volta, molto spesso, resi ancor più sensazionalistici tramite selezione dei dati e dei dettagli che possono far più notizia. Questo ci dà la misura di quanto sia distorta l’informazione che ci arriva, quale prodotto finito, sul cambiamento climatico e i suoi effetti. E possiamo essere certi che non è solo nella climatologia che viene seguito questo approccio: siamo appena usciti da tre anni di pandemia dove, praticamente, vinceva il dibattito chi "urlava di più". Erano le previsioni dei milioni di morti di istituti di ricerca prestigiosi (come l’Imperial College di Londra) a dettare le soluzioni più draconiane dei governi europei.

Sia nel caso del clima che in quello del Covid, la dinamica è semplice. Chi lancia l'allarme attira l'attenzione, la sua ricerca diventa "importante" e degna di finanziamenti. Chi la riporta, sul proprio giornale, vende più copie. Chi traduce il catastrofismo in politica si sente indispensabile e come tale verrà percepito dall'elettorato. È una situazione in cui vincono tutti. Tranne la verità.