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Natale in Nigeria. Ancora sangue

Nei mesi scorsi i terroristi di Boko Haram hanno colpito chiese e comunità cristiane quasi ogni domenica. Non potevano certo sospendere la loro guerra nella notte in cui nasce Gesù. E la messa di mezzanotte, in un villaggio del nord, si è trasformata in tragedia.

chiesa che brucia Nigeria

Nella notte di Natale in Nigeria degli uomini armati hanno fatto irruzione in una chiesa gremita di persone riunite per celebrare la messa di mezzanotte. In pochi secondi hanno ucciso a raffiche di mitra il sacerdote che stava officiando accanto all’altare e cinque fedeli e ne hanno feriti molti altri. Prima di fuggire, hanno dato fuoco all’edificio e ad alcune case.

È successo a Peri, un villaggio alla periferia di Potiskum, nello Yobe, uno degli Stati settentrionali della federazione nigeriana a maggioranza musulmana in cui il fondamentalismo islamico ha fatto proseliti negli ultimi anni rendendo sempre più difficile la vita alle minoranze cristiane originarie del sud del paese.

È il terzo anno consecutivo che le festività natalizie in Nigeria vengono funestate da stragi di cristiani. Nel 2010 erano state colpite le comunità cristiane di Maiduguri, capitale dello stato di Borno, confinante con quello di Yobe, e quelle di Jos, la capitale dello stato centrale di Plateau: in tutto i morti erano stati 41 e quasi 100 i feriti. Peggio ancora è andata lo scorso anno, perché il numero dei cristiani uccisi è quasi triplicato e perché i terroristi sono riusciti a mettere a segno persino nella capitale Abuja un attentato che da solo è costato la vita a 35 persone.

Autori delle stragi sono i militanti di Boko Haram, il movimento armato nato dieci anni fa per ottenere l’adozione della legge coranica in tutta la Nigeria e che nel 2010, dopo che un cristiano del sud, Goodluck Jonathan, è stato eletto presidente della federazione, ha deciso di liberare dalla presenza dei cristiani i 12 Stati del nord in cui, violando la costituzione, è già stata adottata la shari’a.

Da allora aggressioni e attentati si sono moltiplicati e si contano ormai oltre 1.400 vittime. Sempre più spesso si tratta di cristiani. Negli scorsi mesi i terroristi hanno colpito chiese e comunità cristiane quasi ogni domenica. Le ultime settimane hanno visto intensificarsi ancora le loro attività.

Dopo i massacri del 25 novembre, nelle città settentrionali di Kano e Jaji, costati la vita a 14 fedeli, il 2 dicembre sono state bruciate tre chiese e alcuni posti di frontiera con il Camerun a Gamboru Ngala, nello stato di Borno, a 140 chilometri dalla capitale Maiduguri, roccaforte di Boko Haram. In quel caso non si sono registrate vittime all’interno delle chiese che probabilmente in quel momento erano vuote, ma due poliziotti sono stati uccisi. Quasi nelle stesse ore, i terroristi hanno preso di mira il quartiere cristiano di Chibok, sempre nel Borno.

Sono arrivati di notte, al grido “Dio è grande” hanno assaltato diverse case, le hanno incendiate e hanno sgozzato dieci cristiani, “come agnelli sacrificali”, per usare le parole di un testimone. Altri due villaggi sono stati attaccati subito dopo: sei le vittime in questo caso e almeno un migliaio di profughi, fuggiti nel vicino Niger per sottrarsi alla violenza. Il 10 dicembre teatro di un attacco di Boko Haram è stata Potiskum. Questa volta il bersaglio era una banca – assaltando banche, postazioni militari e centrali di polizia i miliziani si riforniscono di armi e di denaro – e lo scontro a fuoco scatenatosi durante il tentativo di rapina ha causato 15 morti.

Per finire, il 20 dicembre una trentina di terroristi hanno rapito un ingegnere francese prelevandolo in un albergo, a Rimi, nello stato settentrionale di Katsina, e uccidendo due poliziotti nel corso dell’operazione. Il 24, nel rivendicare il rapimento, hanno spiegato l’azione come atto di protesta per il sostegno di Parigi a un intervento armato nel nord del Mali contro i tre movimenti fondamentalisti islamici che da otto mesi ne hanno preso il controllo imponendovi la shari’a.

Proprio in quei giorni il governo del Borno accusava i reparti militari impegnati in un’offensiva contro Boko Haram di eseguire arresti arbitrari di giovani tra i 15 e i 35 anni, presunti terroristi, e inoltre invitava la popolazione a denunciare alle autorità abusi del genere. L’accusa potrebbe essere fondata, ma può anche riflettere la scarsa collaborazione delle autorità del nord alla lotta contro Boko Haram che in effetti è uno dei motivi del successo dei terroristi i quali, anzi, sembra possano contare sul sostegno di non poche personalità politiche.

Indirettamente, poi, giova a Boko Haram il risentimento alimentato nella popolazione del nord nei confronti del sud cristiano e dei suoi leader, primo fra tutti il presidente Jonathan, accusati di discriminare gli stati settentrionali e di non farli partecipi dei proventi del petrolio estratto nelle regioni meridionali del Delta. Una recente proposta di legge, intesa ad assegnare ai governatori degli stati meridionali produttori di petrolio il 10% delle entrate derivanti dallo sfruttamento dei giacimenti, ha fatto insorgere i governatori e i parlamentari del nord e non farà che aumentare le tensioni.