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Mussolini contro Sturzo: quel “sinistro prete”

Sin dalla “marcia su Roma” il fondatore del Partito Popolare considerava un pericolo l’ascesa di Benito Mussolini. La sua opposizione era motivata dalla stessa fedeltà alla Chiesa. Al congresso del 1923 prevalse la sua linea di “disincagliare” il partito dal fascismo e da allora ebbe inizio la rappresaglia del regime nei suoi confronti.

Sinistro prete. È così che Benito Mussolini definiva sprezzantemente don Luigi Sturzo. Un appellativo conquistato grazie alla sua intransigenza antifascista che salvò la faccia ai popolari a dispetto di quella corrente, i cosiddetti Cattolici Nazionali, favorevole all’avvento del fascismo al potere.

Il sacerdote di Caltagirone assistette alla marcia su Roma dalla villa del suo amico principe, Rufo Ruffo della Scaletta. Dalle finestre di quella residenza, divenuta la vera sede del PPI nel periodo immediatamente precedente all’evento di cui ricorre oggi il centenario, don Sturzo vide con i suoi occhi alcuni preti festeggiare le squadracce fasciste che avanzavano dietro ai labari con i teschi disegnati. E provò tristezza ed angoscia, capendo sin da subito la pericolosità di Mussolini senza cadere nel tranello di molti altri dirigenti del PPI che lo ritenevano un male minore e quasi necessario.

All’indomani della marcia, contrario ad ogni collaborazione, Sturzo non partecipò alla direzione del partito che diede il via libera alla partecipazione popolare nel gabinetto Mussolini. Nel governo di coalizione entrarono due ministri e quattro sottosegretari popolari, dando a buona parte della dirigenza PPI l’illusione che l’approdo a Palazzo Chigi sarebbe bastato a Mussolini per riportare alla legalità il fascismo e per ripristinare la normalità in un Paese finito sul ciglio della guerra civile. La marcia su Roma, a dire la verità, lasciò interdetti anche gli esponenti popolari meno ostili al fascismo ma l’intenzione mussoliniana di coinvolgere liberali e popolari in un gabinetto di unità nazionale fugò i dubbi.

Un fedele ritratto di questo stato d’animo emerge dalle carte del senatore “cattolico nazionale” Filippo Crispolti che scrisse: «Confesso che il primo istante in cui appresi, lontano da Roma, l’avvento di quest’ultimo [Mussolini], ne fui turbatissimo, sia per il modo rivoluzionario con cui esso avveniva, sia perché, avendo pure notizia della singolarità dell’uomo, non ne conoscevo né potevo immaginarne la capacità d’uomo di Stato. Ma quando vidi che egli accoglieva nel suo Ministero, uomini sicuri di varie parti; che la sera stessa della rivoluzione riusciva a frenarla; che impediva all’esercito ogni parteggimento in proprio favore; che pochi giorni dopo, maltrattando la Camera, esprimeva la sua riverenza al Senato come l’aveva espressa al Re; che si mostrava subito padrone di tutti i congegni statali, sentii in me una vivissima propensione per lui».

Ecco, Sturzo non cadde nell’inganno e nei mesi successivi al 28 ottobre 1922 continuò a denunciare la pericolosità di Mussolini e dei suoi, confortato purtroppo dal persistere delle violenze squadristiche contro le sezioni del PPI. «C'è una misura – scrisse il prete siciliano – che più volte manca ai fascisti, ed è la legalità e il senso del rispetto alla legge».  Determinato a sgomberare dal campo l’idea che con il fascismo potesse nascere un’alleanza organica, Sturzo volle fortemente – contro il parere dell’ala destra del partito – che si tenesse il IV congresso del partito nell’aprile del 1923. A Torino, il fondatore “disincagliò dal collaborazionismo” – citando le parole da lui stesso usate – il PPI cercando il miracolo di tenerlo unito, evitando così la fuoriuscita dei filofascisti.

La linea sturziana prevalse con l’approvazione di un ordine del giorno che non ammetteva “cambiali in bianco” a Mussolini e condizionava il mantenimento dei ministri popolari al rispetto «dell'integrità del Parlamento, delle libertà costituzionali» e di una legge elettorale proporzionale. Nel suo discorso sottolineò l’incompatibilità della concezione dello Stato propria del popolarismo con quella fascista. Un modo per far saltare quel governo che – come scrisse – «ci priva persino delle garanzie esterne e legali dell'esercizio dei diritti politici» perché Mussolini si aspettava dal congresso un’adesione totale del PPI al fascismo e invece incassò una bocciatura senz’appello. La vittoria di Sturzo segnò la sconfitta di Mussolini che, non potendolo accettare, fece dimettere i membri popolari dal suo governo.

Da lì in poi cominciò la rappresaglia contro il “prete sinistro” sui giornali filofascisti e aumentarono le violenze contro le sedi del partito e delle organizzazioni cattoliche culminanti nel vigliacco omicidio di don Giovanni Minzoni.  «I fascisti di tutta Italia – scriveva Il Giornale d'Italia pochi giorni dopo questo episodio – dopo le recenti istruzioni del Duce, sono avvertiti che il nemico di oggi non è più il sovversivismo rosso, ma il popolarismo sturziano».

Questo clima d’odio e le pressioni del presidente del Consiglio portarono la Santa Sede a chiedere un passo indietro come segretario al prete di Caltagirone, non solo per evitare “imbarazzi” ma probabilmente anche con l’intenzione di proteggere la sua incolumità fisica visto il boom di minacce perché la notizia fu commentata dall’Osservatore Romano che esaltava “la dirittura morale” proprio nel momento in cui era diventato nemico numero uno delle camicie nere. Poi le dimissioni dalla direzione ed infine l’esilio a Londra, mentre il PPI – perso il suo fondatore e leader – si spaccava sulla legge Acerbo. Dal ritiro forzato all’estero, Sturzo si dimostrò ancora una volta il più lucido sul fascismo e previde in anticipo ciò che sarebbe successo il 25 luglio 1943. Con la sua intransigenza ha riscattato la simpatia con cui una parte del mondo cattolico impegnato nel PPI guardò alla marcia su Roma e a quanto vi seguì subito dopo.

La sua opposizione, d’altra parte, non era scindibile dalla sua devozione alla Chiesa: Sturzo, infatti, lottò sin da subito contro il fascismo perché in esso vide «un sistema politico che vuole fare della Religione uno strumento di dominio; mentre tende alla deificazione della Nazione-Stato» ritenendo che non esistesse «concezione più pagana e più ripugnante allo spirito di civiltà ed ai principii del Cristianesimo».

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