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Mullally in Vaticano, la pseudobenedizione si doveva evitare

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Ricevendo la primate anglicana, Leone XIV ha menzionato i «nuovi problemi» sorti tra Roma e Canterbury, uno dei quali era proprio di fronte a lui: la sedicente arcivescova reduce dalla sceneggiata di "benedire" a due passi dalla tomba di Pietro mentre un vescovo si segnava, in barba alla verità sacramentale.

Ecclesia 28_04_2026
(Vatican Media via AP) Associate Press/ LaPresse

Si conclude oggi, martedì 28 aprile, il viaggio a Roma di Sarah Mullally, nominata l’ottobre scorso arcivescovo di Canterbury, primate della chiesa anglicana, ed insediatasi ufficialmente il 25 marzo. Ieri, la tappa più significativa del pellegrinaggio è stata caratterizzata dall’incontro con Leone XIV, seguito dalla preghiera in comune, nella Cappella di Urbano VIII.

Il Papa, che ha ricordato i sessant’anni della dichiarazione comune tra Paolo VI e Michael Ramsey che avviò il dialogo ecumenico tra la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana, ha esortato ad «essere costanti nelle nostre preghiere e nei nostri sforzi per rimuovere qualsiasi pietra di inciampo che ostacoli la proclamazione del Vangelo». Leone XIV non ha però nascosto la difficoltà e complessità di questo dialogo: «Sebbene siano stati compiuti molti progressi su questioni storicamente divisive, negli ultimi decenni sono sorti nuovi problemi, rendendo il cammino verso la piena comunione più difficile da discernere. So che anche la Comunione anglicana sta affrontando molte delle stesse questioni al presente».

Non è difficile arguire che uno di questi «nuovi problemi» sorti negli ultimi decenni, che sta dividendo anche la stessa Comunione anglicana, era presente in carne ed ossa davanti al papa. Non si tratta delle qualità morali della signora Mullally, ma del fatto oggettivo che la sua nomina costituisce il triste consolidamento di uno dei più importanti punti di rottura, nella storia recente di dialogo ecumenico tra la Chiesa cattolica e gli anglicani, ossia la possibilità di conferire gli ordini sacri del diaconato, del presbiterato e dell’episcopato alle donne.

La prima “apertura” da parte anglicana alle ordinazioni sacerdotali femminili arrivò con il Sinodo del 1987, la cui decisione venne poi confermata nel 1992. Occorrerà attendere invece il 2008 per registrare il via libera per le ordinazioni episcopali in rosa, che in meno di vent’anni ha portato la chiesa anglicana, per la prima volta nella sua storia, ad avere un primate donna. E, ironia della sorte, o, se preferite, scherzi della Provvidenza, l’ “arcivescovessa” si è trovata come interlocutore un pontefice che porta lo stesso nome di quello che nel 1896, nella lettera apostolica Apostolicæ curæ, aveva dichiarato in modo definitivo essere nulle e invalide le ordinazioni anglicane.

Sembra però che in Vaticano non abbiano propriamente colto le conseguenze di questa dichiarazione, e nemmeno dell’insegnamento altrettanto definitivo di Giovanni Paolo II circa l’impossibilità di conferire gli ordini sacri alle donne. La fotografia dell’ “arcivescovessa” benedicente presso la tomba dell’Apostolo Pietro, con mons. Flavio Pace, dal 2024 segretario del Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, che china il capo e si fa il segno della croce, sta facendo molto discutere. E giustamente.

In Vaticano dev’esserci un problema con le comunicazioni, non meno che con le benedizioni. Ed un problema piuttosto serio. Il Dicastero per la Dottrina della Fede, con la dichiarazione Fiducia supplicans, aveva preteso di benedire ciò che non è possibile benedire (i.e. le coppie omosessuali); ora, il Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani permette che benedica chi non può benedire. Leone XIV ha appena fatto in tempo a rimettere a posto la necessità che l’oggetto della benedizione sia ordinato, chiarendo che non possono essere benedette le coppie omosessuali, ma solo le persone, che subito in Vaticano ne combinano un’altra, questa volta riguardo al soggetto che può impartire le benedizioni.

Certo, anche un laico può benedire qualcuno o qualcosa, nel senso che può invocare la benedizione di Dio, come quando un genitore traccia il segno di croce sui propri figli prima di andare a dormire o prima che escano di casa. Ma non risulta che la signora Mullally sia la madre di mons. Pace ed è piuttosto evidente che la gestualità benedicente dell’ “arcivescovessa” appare decisamente sacerdotale: l’immagine parla più di molti discorsi. Un vescovo che si china per ricevere la benedizione della signora Mullally crea come minimo un po’ di confusione in materia di sacramentali e ordini sacri, perché per un cattolico normale quella gestualità indica propriamente una benedizione sacerdotale. E la signora Mullally non è sacerdote né vescovo per due ragioni di estrema importanza: perché l’ordinazione di una donna è nulla e perché le ordinazioni anglicane sono invalide. Non è questione di rispetto reciproco né di ospitalità liturgica, ma di rispettare e custodire la verità del segno sacramentale; che messaggio passa quando si permette ad una “episcopessa” di benedire nel cuore della Chiesa cattolica e quando un vescovo cattolico si inchina per ricevere quella benedizione?

La risposta non è difficile; difficile invece è pensare alla buona fede di chi ha architettato questa sceneggiata. Difficile è anche ritenere che il segretario di quel Dicastero che dichiara di avere come guida il decreto del Concilio Vaticano II, Unitatis Redintegratio, non abbia letto proprio la conclusione dello stesso: «Questo sacro Concilio esorta i fedeli ad astenersi da qualsiasi leggerezza o zelo imprudente, che potrebbero nuocere al vero progresso dell'unità. Infatti la loro azione ecumenica non può essere se non pienamente e sinceramente cattolica, cioè fedele alla verità che abbiamo ricevuto dagli apostoli e dai Padri, e conforme alla fede che la Chiesa cattolica ha sempre professato».



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