• IL BELLO DELLA LITURGIA

Mosè e la teofania del roveto ardente secondo Chagall

Marc Chagall vedeva nella Bibbia «la fonte a cui hanno attinto, come in un alfabeto colorato, gli artisti di tutti i tempi». Dei suoi 17 dipinti a tema biblico, tre sono dedicati alla figura di Mosè. La sua storia si apre con l’episodio del roveto ardente. Chagall raffigura, nella stessa tela, il primo incontro con YHWH e il suo compimento, ossia la vocazione di Mosè investito della responsabilità di liberare il popolo ebraico, per condurlo alla Terra Promessa.

Marc Chagall, Mosè davanti al roveto ardente, Nizza - Museo Nazionale del Messaggio Biblico Marc Chagall


Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe» (Es 3, 4-6).


«La Bibbia è la fonte cui hanno attinto, come in un alfabeto colorato, gli artisti di tutti i tempi», disse Marc Chagall, che nel 1966 donò alla Francia, e al mondo, le tele del Messaggio Biblico per accogliere le quali a Nizza fu costruito un museo, il primo dedicato a un artista vivente, inaugurato nel 1973 alla presenza del maestro. E ancora: «Ho desiderato lasciarli in questa Casa - nel museo - affinché gli uomini vi trovino una certa pace, una certa spiritualità, una religiosità, un senso della vita».

Di fatto, dipingendo l’epopea del popolo eletto, Chagall ha raccontato la storia di ogni uomo che si concepisce e riconosce in rapporto con Dio. Lo spunto narrativo è suggerito all’artista dai protagonisti della Genesi e del libro dell’Esodo, nonché dai versetti poetici del Cantico dei Cantici, ma è a ciascuno di noi che parlano queste grandi opere. L’architettura espositiva, immersa nel verde naturale dell’antica collina di Cimiez, suggerisce e accentua, già dall’esterno, la spiritualità dell’intero ciclo che era stato pensato, del resto, per la cappella del Calvario di Vence, divenuta residenza dell’artista al rientro dall’esilio volontario negli Stati Uniti.

Dei diciassette monumentali dipinti - che si aprono con una meravigliosa Creazione e si dispongono senza osservare una rigorosa cronologia quanto, piuttosto, seguendo e favorendo suggestioni cromatiche - tre sono dedicati alla figura di Mosè. La sua storia si apre con l’episodio del roveto ardente: il testo pittorico, che come ogni scrittura ebraica è da leggersi da destra verso sinistra, concentra sulla stessa tela il momento del primo incontro con YHWH e il suo compimento, ovvero la vocazione di Mosè investito della responsabilità di liberare il popolo ebraico per condurlo fino alla Terra Promessa.

Il centro della composizione è il cespuglio ardente, pietra d’inciampo per Mosè, che, sulla destra, cade letteralmente in ginocchio. Il bianco della veste, e dell’intera figura, sta a indicare la debolezza della sua natura umana prima dell’incontro con il divino, che qui appare sotto forma di angelo.

Il rosso e il giallo dell’iride che avvolge quest’ultimo richiamano i colori delle fiamme che le sue ali accendono al contatto con i rami dell’arbusto. Le tonalità accese spiccano sul profondo blu e sul verde le cui varie tonalità dominano la tela, richiamando le acque da cui la vita di Mosè è segnata fin dall’origine. Sembrano formare un arcobaleno, simbolo spesso utilizzato per raccontare la teofania e che qui svolge la funzione di collegare i due episodi: sulla sinistra, infatti, un’enorme onda, sotto forma di nuvola luminosa, divide la folla degli Egiziani inseguitori dagli Ebrei che si mettono in salvo, formando insieme un corpo la cui testa è il volto di Mosè, giallo come la luce che ora, finalmente, gli consente di vedere.

Il suo sguardo è rivolto al di fuori del quadro, verso la meta che deve raggiungere, certo della protezione divina che le Tavole della Legge rappresentano e memore delle parole che ha appena sentito pronunciare: «Io sono colui che sono! […] Così dirai agli Israeliti: “Io-Sono mi ha mandato a voi”».