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IL RICORDO

Monsignor Negri, il gusto della fede che si fa cultura

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Il rapporto tra fede e cultura è stato il cuore della riflessione di mons. Luigi Negri. Nel suo modo di scrivere e di parlare si percepiva il pathos dell’uomo innamorato di Cristo. Due riferimenti: don Giussani e Giovanni Paolo II.

Ecclesia 30_06_2023

* Pubblichiamo alcuni passaggi significativi dell’intervento di mons. Corrado Sanguineti, vescovo di Pavia, all’incontro “Fede e cultura: una sfida alla ragione. L’importante contributo di mons. Luigi Negri”, svoltosi il 24 giugno a Milano. Si tratta del primo incontro pubblico promosso dall’Associazione culturale “Tu Fortitudo Mea”, costituita con l’intento di custodire e promuovere la memoria e la conoscenza della persona e dell’opera di monsignor Luigi Negri (1941 – 2021), grande amico ed editorialista della Nuova Bussola Quotidiana.

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(…) Il rapporto tra fede e cultura è stato il cuore della vita e della riflessione di mons. Luigi Negri, ha caratterizzato la sua opera di educatore e di studioso, il suo interesse e le sue numerose pubblicazioni su momenti della storia della Chiesa e su passaggi culturali decisivi per la missione della Chiesa e per la formazione del pensiero moderno e contemporaneo. È nota la dialettica vivace con cui questi temi erano da lui affrontati, senza sottrarsi al confronto con posizioni differenti e alternative, senza rinunciare al gusto della “polemica” non fine a se stessa, ma come espressione di una fede che non ha complessi d’inferiorità verso altre culture e ideologie, non accetta di conformarsi al pensiero dominante, e tende a dare ragione di sé.

In don Negri si percepiva nel modo stesso di scrivere e di parlare, d’entrare in rapporto con i suoi interlocutori, il pathos di un uomo innamorato di Cristo, certo della verità incontrata e vissuta nell’esperienza della fede, dentro un popolo, dentro una storia, con le sue luci e le sue ombre, eppure una storia benedetta da Dio, piena di frutti di bellezza, di cultura, di carità e di santità, una storia di cui non vergognarsi. Per lui, fin dagli anni del suo liceo classico, il Berchet di Milano, nell’incontro con Don Luigi Giussani e nel coinvolgimento nella nascita di quel movimento di studenti che fu Gioventù Studentesca (G.S.) – una novità assoluta nel panorama ecclesiale a cavallo tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del secolo scorso – fu chiaro che la fede cristiana, riscoperta come esperienza presente di Cristo e come risposta esauriente alle domande ultime del cuore, al senso religioso, aveva una dignità culturale, nel senso non accademico che il giovane Luigi Negri cominciava a scoprire, ascoltando don Giussani, partecipando alla vita di G.S.

Fin dai primi anni, don Giussani chiedeva ai suoi ragazzi di vivere un esaltante paragone di tutto ciò che studiavano e leggevano, di tutte le proposte ideali e culturali veicolate nella scuola e nella società, con la loro esperienza elementare, il cuore, quel tessuto di esigenze e di evidenze originali che sono il volto interiore della persona, e con la fede cristiana, percepita come l’ipotesi risolutiva del dramma umano.

(…) Per questo motivo, da subito, i primi giessini, sollecitati e sospinti da don Giussani, iniziarono a fare un lavoro culturale, inteso in questo senso, gettandosi nell’agone della scuola, entrando in rapporto, grazie al loro maestro, con personalità affascinanti della cultura, dell’arte, senza paura. Nacquero così “le schede di revisione” di contenuti scolastici, soprattutto in campo storico e filosofico, per esercitare un sano sguardo critico su luoghi comuni, su “leggende nere” o su pregiudizi diffusi circa l’epoca medioevale, episodi e aspetti della storia della Chiesa, la pretesa opposizione tra fede e scienza nella modernità, fino a rivisitare coraggiosamente il “caso Galileo”.

Ecco, don Negri ha imparato in quegli anni il gusto di una fede che si fa cultura, cioè «coscienza critica e sistematica di un’esperienza» – l’esperienza cristiana come avvenimento di un popolo nella storia – che non teme il confronto, tutta tesa a cogliere e a valorizzare gli aspetti di verità, di bontà e di bellezza presenti in ogni posizione umana, secondo una concezione realmente “ecumenica”, senza decadere in forme d’irenismo, di dialogo a ogni costo, di cedimento alla mentalità dominante e apparentemente vincente.

(…) Potremmo dire che, immedesimandosi con il temperamento e la proposta educativa del suo insegnante di religione, diventato poi amico e padre nel cammino della vita, il nostro don Negri ha messo in gioco la sua intelligenza, la sua affezione, la sua passione per dare carne all’invito che già San Pietro rivolgeva ai primi cristiani: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1Pt 3,15).

(…) Ecco, il gusto dell’apologia, dell’apologetica, che mons. Negri non ha avuto timore di offrire in molti suoi scritti e contributi, è il gusto di dare ragione della speranza che Cristo porta nella vita e nella storia degli uomini, una speranza che ha il volto di un popolo in cammino.

(…) È interessante rileggere in queste pagine degli inizi di G.S. come don Giussani parla della cultura, perché è la concezione che don Negri farà sua e che animerà il suo lavoro, il suo studio, la sua comunicazione con scritti, interventi e mille incontri per tutta Italia, e poi la sua opera pastorale di prete e di vescovo. Permettete che rilegga con voi alcuni passaggi di queste pagine:

«La cultura deve poter offrire agli uomini il significato di tutto. L’uomo veramente colto è chi è giunto a possedere il nesso che lega una cosa all’altra e tutte le cose fra di loro. […] “Il Verbo si è fatto carne” significa che la Razionalità che salva l’universo dall’assurdo non è un’idea astratta o un meccanismo, ma una persona: Gesù Cristo. […] Il richiamo cristiano si propone perciò, in questo caso, come soddisfazione totale all’esigenza di totale comprensione della realtà per cui tutta l’umana coscienza vibra (“Io sono la via, la verità, la vita”). […] Se la persona di Cristo dà senso ad ogni persona e ad ogni cosa, non c’è nulla al mondo e nella nostra vita che possa vivere a sé, che possa evitare di essere legato invincibilmente a Lui. Quindi la vera dimensione culturale cristiana si attua nel confronto tra la verità della sua persona e la nostra vita in tutte le sue implicazioni» (Il cammino al vero è un’esperienza, 13).

Proprio la concezione non accademica e nozionistica di cultura, e insieme la coscienza chiara della dignità “culturale” della fede, come esperienza di un popolo nella storia, sono le radici della consonanza profonda tra il pensiero e la posizione di don Luigi Negri, e del movimento di cui era espressione, come figlio e discepolo intelligente e non ripetitivo di don Giussani, e la testimonianza e la parola di San Giovanni Paolo II. Certamente, insieme a don Giussani, l’altra figura che ha nutrito la riflessione e l’opera di mons. Negri, in una reciproca e feconda interazione, è stata quella del grande Papa polacco, che ha rappresentato, nei primi anni del suo pontificato, una novità, per certi aspetti dirompente, rispetto all’intellighenzia cristiana, ecclesiastica e teologica, prevalente nella Chiesa dell’Europa occidentale e delle Americhe.

(…) La centralità della cultura, in senso umanistico, come espressione della posizione che l’uomo assume, nel legame con il suo ambiente e la sua comunità di appartenenza (famiglia, popolo, nazione, comunità cultuale e religiosa) e come identificazione di un’ipotesi totale di significato dell’esistenza, è un tratto che attraversa il magistero di Giovanni Paolo II e che trova continue corrispondenze e riprese negli scritti e negli interventi di mons. Negri, come docente, come prete educatore e come vescovo.

(…) Testo rappresentativo di questa comune visione del rapporto decisivo tra fede e cultura è un passaggio del discorso di Giovanni Paolo II al Movimento Ecclesiale d’Impegno Culturale – chiamato una volta i Laureati cattolici – del gennaio 1982:

«Se, infatti, è vero che la fede non si identifica con nessuna cultura ed è indipendente rispetto a tutte le culture, non è meno vero che, proprio per questo, la fede è chiamata ad ispirare, ad impregnare ogni cultura. È tutto l’uomo, nella concretezza della sua esistenza quotidiana, che è salvato in Cristo ed è, perciò, tutto l’uomo che deve realizzarsi in Cristo. Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta».

 



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