• DOPO LA MORTE DI LI PENG

"Miracolo Cina". Il modello che piace e forse non esiste

A Pechino, il 22 luglio, è morto Li Peng, considerato il principale responsabile del massacro di Piazza Tienanmen. Ha sempre giustificato quegli ordini, considerandoli necessari per la stabilità e la crescita. Il "miracolo" economico cinese, molto ammirato in Occidente, giustifica tutti quei morti? No. E potrebbe anche essere una truffa

Periferia cinese

A Pechino, il 22 luglio, è morto, all’età di 90 anni, Li Peng, considerato il principale responsabile del massacro di Piazza Tienanmen del 4 giugno 1989. Era detto “il macellaio di Tienanmen”. Ha sempre giustificato quell’ordine. Prima di tutto, attribuendone la responsabilità a Deng. Ma soprattutto, considerandola come un passo “necessario” per la stabilità e la successiva crescita economica cinese. 

Il mito della Cina come sistema “stabile” si sgretola a fronte dei dati sulla repressione. Tienanmen è stata solo l’ultimo capitolo di una lunga serie di crimini, commessi soprattutto in epoca maoista come il fallimento del Grande Balzo Avanti, la repressione dei Cento Fiori e la Rivoluzione Culturale: morti nell’ordine delle decine di milioni, probabilmente 35 milioni. Se la storia cinese è intrisa di sangue, il presente non è rose e fiori. La pena di morte usata per numerosissimi capi d’imputazione, il traffico di organi dei prigionieri (che pare continui tuttora), il vasto arcipelago di campi di “rieducazione” nella provincia autonoma dello Xinjiang, la repressione delle rivolte contadine, la persecuzione dei cristiani e di tutte le altre minoranze religiose (https://lanuovabq.it/it/persecuzioni-la-cina-rossa-e-sempre-nemica-di-ogni-fede ), sono testimonianza di un regime che resta totalitario, nei mezzi così come nei fini.

Tuttavia, pare proprio che il fine giustifichi i mezzi, se il fine è la crescita economica. “Fare come in Cina” è un proposito diffuso anche in Occidente. All’inizio del mese è stato tradotto in italiano Il modello cinese edito dall’università Luiss Guido Carli, con prefazione del filosofo Sebastiano Maffettone. Basta leggere la quarta di copertina per rendersi conto di quale sia la tesi dell’autore, Daniel Bell: “Gli occidentali sono abituati a dividere il mondo politico tra ‘buoni’ - i governi democratici - e ‘cattivi’ - i regimi autoritari. Eppure, nella Cina degli ultimi trent’anni (da Tienanmen in avanti, ndr), è emerso con forza un modello diverso, difficile da inserire in una di queste categorie, per struttura, funzionamento e tradizione. È quello della meritocrazia politica, che con la sua straordinaria efficienza e i suoi sorprendenti risultati sembra mettere a dura prova le nostre convinzioni: crescita economica costante, sempre maggiore prestigio internazionale, una macchina amministrativa efficiente sembrerebbero dimostrare che il modello cinese funzioni molto meglio di quelli ai quali siamo abituati”

L’economista e opinionista Loretta Napoleoni, nel suo libro Maonomics del 2013, spiega già nel sottotitolo che il modello cinese deve costituire “L’amara medicina contro gli scandali della nostra economia”. Perché, “La coppia democrazia-capitalismo è in crisi, vittima di una depressione che non è solo finanziaria. Trionfa invece il capi-comunismo visto che mentre la nostra economia va in pezzi, la Cina cresce a ritmi vertiginosi. Più 9 per cento del Pil nel 2009 e un piano di investimenti grandioso: strade, scuole, ospedali, ferrovie, colossali impianti per la produzione di energie rinnovabili. Si può ancora dire che il comunismo è stato sconfitto dalla storia? O è tempo di cominciare a guardare alla società con occhi un po' più a mandorla?”

Ancora in questi giorni, la rivista Forbes ha dato la notizia, subito rilanciata dal Sole 24 Ore in Italia, per cui il fatturato delle aziende cinesi ha superato quello delle controparti americane: “Gli equilibri globali si stanno spostando. E a quanto pare hanno un nuovo padrone: la Cina. La conferma arriva dalla Fortune Global 500, tradizionale classifica sulle maggiori aziende al mondo per fatturato, stilata dall'omonima rivista americana. Ebbene, per la prima volta nella storia di questa rassegna (che è un appuntamento fisso dal 1990), le aziende cinesi presenti nella classifica superano quelle americane: 129 (comprese 10 taiwanesi) contro 121”.

Si porrebbe dunque il dilemma morale: la crescita economica, addirittura da primato mondiale, giustifica tutti quei milioni di morti? Il condizionale è d’obbligo, però. Perché non è affatto detto che il miracolo cinese sia reale. L’Unione Sovietica della stagnazione era solita truccare i suoi dati per far credere al mondo che stesse superando gli Stati Uniti. Secondo uno studio recente della Brookings Institution, i dati sono gonfiati. La crescita del Pil è esagerata rispetto ai dati derivati dalla raccolta delle tasse indirette e ad altri indicatori sulla produzione delle industrie più difficilmente falsificabili.

Secondo lo studio della Brookings, i dati forniti dalle autorità comuniste provinciali sono gonfiati per motivi politici. Sono spinti a raggiungere “quote” di Pil sempre più alte, su ordine di Pechino. Se non le raggiungono, le gonfiano. Sarà poi l’Ufficio Nazionale delle Statistiche a correggere il dato, ma dal 2008 (anno della crisi finanziaria globale) le correzioni sono state meno efficaci e la crescita risulta di 2 punti percentuali annui superiore al reale. Complessivamente, l’economia cinese potrebbe essere del 12% più piccola di quella dichiarata. E’ la stessa dinamica che si ripete in ogni regime comunista: il Pil è un’arma politica, esattamente come il medagliere olimpionico e tutto il resto. Insomma, il “miracolo” potrebbe rivelarsi una mezza truffa. Ma con milioni di morti.