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Giornalismo militante

Mentana ammette la faziosità di La7, ora l’Agcom intervenga

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Il direttore del Tg di La7 ha riconosciuto che i programmi della rete di Cairo condividono lo stesso orientamento culturale e una selezione di ospiti fortemente sbilanciata a sinistra. Così il giornalismo diventa tifoseria. Il problema non è solo di La7 e richiede un intervento dell’Agcom.

Editoriali 03_06_2026
Enrico Mentana a "Cinque minuti" sulla Rai, ottobre 2023 (LaPresse)

Con l'avvicinarsi dei ballottaggi delle elezioni amministrative torna inevitabilmente al centro del dibattito pubblico il tema del pluralismo dell'informazione. In una democrazia matura, infatti, il confronto tra idee e sensibilità politiche differenti rappresenta una condizione essenziale affinché i cittadini possano formarsi un'opinione libera e consapevole. È in questo contesto che merita attenzione il caso di La7, emittente che negli ultimi anni ha costruito un'identità editoriale molto riconoscibile e che, secondo numerosi osservatori, appare caratterizzata da una marcata inclinazione critica nei confronti dell'attuale maggioranza di governo.

Assumono particolare rilevanza le recenti dichiarazioni di Enrico Mentana, direttore del telegiornale di La7, pronunciate durante il Festival della Tv di Dogliani. Le sue parole hanno offerto uno spunto di riflessione che difficilmente può essere liquidato come una semplice polemica. Mentana ha infatti riconosciuto i meriti dell'editore Urbano Cairo, del direttore Andrea Salerno e dei principali conduttori della rete, sottolineando come abbiano saputo portare La7 a livelli di ascolto molto elevati. Tuttavia, il direttore del telegiornale ha evidenziato anche un elemento critico: la sostanziale omogeneità dell'offerta politica della rete.

Secondo Mentana, i programmi serali di La7 condividerebbero spesso la stessa impostazione, lo stesso orientamento culturale e una selezione di ospiti fortemente sbilanciata in favore dell’area politica di sinistra. Una situazione che, a suo giudizio, finirebbe per assecondare le aspettative del pubblico abituale dell'emittente ma che rischierebbe di allontanare una parte consistente degli elettori. La sua osservazione è particolarmente significativa quando afferma che un elettore di centrodestra difficilmente potrebbe sentirsi "a casa" guardando molte delle trasmissioni della rete, percependo invece un clima favorevole a una sola parte del confronto politico.

Ancora più interessante è il paragone proposto da Mentana tra La7 e una sorta di "nuova Rai3". Un'affermazione che richiama un tema storico del dibattito mediatico italiano: il rischio che alcune emittenti finiscano per identificarsi troppo chiaramente con una specifica area culturale o politica. Secondo questa lettura, il problema non sarebbe tanto la presenza di opinioni critiche nei confronti del governo, elemento fisiologico in qualsiasi sistema democratico, quanto l'eventuale carenza di un effettivo equilibrio nel confronto tra posizioni differenti. Basta osservare la programmazione politica della rete per comprendere come questa percezione sia ampiamente diffusa. Trasmissioni condotte da giornalisti di grande esperienza come Lilli Gruber, Giovanni Floris e Corrado Formigli sono spesso considerate da una parte del pubblico come fortemente orientate in senso antigovernativo. Non è tanto il singolo commento o la singola intervista a suscitare discussione, quanto piuttosto la continuità di un'impostazione editoriale che, secondo i critici, emerge nella scelta dei temi, nella costruzione delle scalette, nella selezione degli ospiti e nell'enfasi attribuita alle diverse notizie.

Naturalmente, nessuno può pretendere una neutralità assoluta. Ogni testata giornalistica opera inevitabilmente delle scelte editoriali. Tuttavia, quando si parla di un'emittente nazionale che utilizza frequenze pubbliche in regime di concessione, la questione del pluralismo assume una rilevanza particolare. La giurisprudenza costituzionale italiana ha più volte individuato nel pluralismo informativo un valore fondamentale dell'ordinamento democratico. Non si tratta di imporre una parità matematica tra tutte le posizioni politiche, bensì di garantire che il confronto tra idee diverse possa svolgersi in modo effettivo e riconoscibile.

Questa esigenza diventa ancora più stringente durante le campagne elettorali. In tali periodi, il compito delle autorità di garanzia consiste proprio nel vigilare affinché il dibattito pubblico si svolga nel rispetto di criteri di equilibrio e correttezza. Da questo punto di vista, potrebbe essere particolarmente opportuno che l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) continui a monitorare con particolare attenzione tutte le principali emittenti nazionali, compresa La7, verificando che il principio del pluralismo trovi concreta applicazione anche nei programmi di approfondimento e nei talk show.

Le stesse parole di Mentana contengono un monito che va oltre il caso specifico di La7. Il direttore del Tg La7 ha infatti denunciato il rischio che il giornalismo finisca per trasformarsi in una forma di tifoseria, influenzata dalla logica binaria dei social network, dove ogni questione viene ridotta a uno scontro tra amici e nemici. È un pericolo che riguarda l'intero sistema mediatico e che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la qualità del dibattito democratico. Proprio per questo il tema non dovrebbe essere affrontato come una contrapposizione tra favorevoli e contrari a La7. La vera questione riguarda il ruolo che i mezzi di comunicazione svolgono nella formazione dell'opinione pubblica. Una televisione capace di ospitare voci diverse, di favorire il confronto e di rappresentare sensibilità differenti rafforza la democrazia. Una televisione percepita come espressione quasi esclusiva di una sola parte del panorama politico rischia invece di alimentare ulteriormente la polarizzazione già presente nella società.

Le riflessioni emerse a Dogliani meritano dunque di essere prese sul serio. Esse richiamano l'attenzione su un principio fondamentale: il pluralismo non è un ostacolo alla libertà editoriale, bensì una delle condizioni che consentono alla libertà di informazione di svolgere pienamente la propria funzione democratica.