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LA MANOVRA

Meloni cancella gli sprechi grillini ma non basta

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Il Governo Meloni intende assumersi la paternità di molte “sforbiciate”, prima fra tutte quella del Superbonus, dando un’impronta fortemente politica alla manovra. Ma si percepisce ancora una certa impronta statalista negli interventi in economia, a discapito di una reale apertura liberale al mercato.

Politica 30_08_2023

Sulla legge di bilancio il Governo Meloni ha le idee molto chiare: cancellare i bonus grillini, che si sono tradotti in sprechi di denaro pubblico e non hanno favorito la ripresa; aiutare i ceti medi e le imprese, agendo sul cuneo fiscale; ridurre la spesa laddove possibile; incentivare la maternità con mirati interventi di sostegno. Si tratta di scelte condivisibili e anche un po' obbligate, perché la coperta è ancora una volta troppo corta, i vincoli di bilancio imposti dall’Ue sono sempre molto pressanti e l’andamento demografico non induce all’ottimismo per quanto riguarda l’efficacia della riforma del sistema pensionistico.

Al premier vanno riconosciuti coraggio e onestà intellettuale nei proclami di austerità, che potrebbero anche nuocere in termini di consenso, in vista delle elezioni europee, ma che offrono agli italiani una visione chiara e realistica di quello che li attende. Nonostante l’emergenza dei costi energetici pare in parte rientrata, l’impennata dell’inflazione e l’incertezza geopolitica internazionale alimentano ragionevoli preoccupazioni sulla tenuta del sistema Italia, anche perché i benefici dei progetti del Pnrr si vedranno più in là. Nel frattempo, individui, famiglie e imprese devono rimboccarsi le maniche e tirare la cinghia.

Nel mirino della manovra preannunciata dall’esecutivo c’è anzitutto il “superbonus 110%”, quello sulle ristrutturazioni degli immobili, prodotto della demagogia statalista in salsa grillina volta a sostenere con i soldi dei cittadini investimenti improduttivi che hanno drogato il mercato dell’edilizia e rallentato la realizzazione di opere davvero necessarie.

Su questo la Meloni è stata molto tranchant, definendo quel superbonus «una tragedia contabile, una truffa ai danni dello Stato» e puntando il dito contro l’ex premier, Giuseppe Conte, principale artefice di quella misura. Il premier ha anche fornito delle cifre: «Nel complesso dei bonus edilizi introdotti dal Governo Conte 2, compreso il bonus facciate, i documenti dell’Agenzia delle Entrate ci dicono esserci più di 12 miliardi di irregolarità. Alla faccia di chi accusa il centrodestra di essere “amico” di evasori e truffatori. Grazie a norme scritte malissimo, si è consentita la più grande truffa ai danni dello Stato». La Meloni si riferisce alle numerose irregolarità scoperte nelle modalità di fruizione del superbonus 110%, con lavori finanziati e mai eseguiti, costi dei materiali raddoppiati e altri illeciti che dovranno ora essere perseguiti. Il Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti ha rincarato: «Nonostante gli interventi che abbiamo messo in campo, il superbonus ci costa ancora 3,5 miliardi al mese».

Forse questi sussidi saranno serviti per evitare il tracollo elettorale del Movimento Cinque Stelle, ma evidentemente tantissimi danni hanno provocato alla collettività.

Ora si volta pagina e il Governo Meloni intende assumersi la paternità di queste “sforbiciate”, dando un’impronta fortemente politica alla manovra. Può farlo, visto l’ampio consenso popolare di cui godono nel complesso le forze politiche che lo sostengono. Tuttavia, le contraddizioni nella linea dell’esecutivo non mancano e in parte rischiano di vanificare gli effetti benefici dei tagli a sussidi e bonus improduttivi.

In generale si percepisce una certa impronta statalista negli interventi in economia, a discapito di una reale apertura liberale al mercato, in un momento in cui bisognerebbe incentivare in tutti i modi il rilancio produttivo, l’iniziativa economica privata e i consumi. Inoltre, si registrano alcune iniziative che sembrano contraddire lo spirito anti-casta che alcune forze di questo governo dichiaravano di incarnare. Si pensi alla volontà di ripristinare le province o all’atteggiamento tenuto sul tema vitalizi. Senza contare l’intenzione, dichiarata da Meloni, di investire un ente come il Cnel, sfuggito per miracolo in anni passati alle molteplici azioni di spending review, di un compito così delicato come quello di individuare soluzioni praticabili in materia di salario minimo. Tutti interventi che finirebbero per appesantire la struttura dello Stato e per accreditare un’idea di restaurazione anziché di rinnovamento. Un governo che dice di voler costruire un’Italia credibile fuori dai confini nazionali non può permettersi simili passi falsi.