• IL DUELLO/4

Meglio il rarefatto Petrarca o l’inimitabile Dante?

Petrarca e Dante sono diventati emblemi di due modalità espressive differenti. La poesia del primo rappresenta la scelta per una letteratura di stampo spiritualista, come nel Canzoniere, che ha segnato la nostra tradizione letteraria. Invece, il modello dell’Alighieri, con il suo realismo descrittivo, è stato visto come irraggiungibile all’interno della letteratura non solo italiana ma mondiale.

Se pensiamo che Dante nacque nel 1265 e Boccaccio scomparve nel 1375, è senz’altro corretto affermare che nell’arco di cent’anni si posero le basi di una lingua, quella italiana, che sarebbe nata alta e letteraria, e sarebbe stata invidiata da tanti altri scrittori nel mondo. Potremmo anche dire che pochi decenni dopo la nascita della letteratura italiana nel 1224 con il Cantico di frate Sole di san Francesco il livello artistico si eleva come non è capitato in nessun’altra letteratura al mondo. Francia, Spagna, Germania, per fare qualche esempio, hanno conosciuto il loro secolo d’oro dal punto di vista letterario molto più tardi rispetto alla nascita.

Le tre Corone fiorentine (Dante, Petrarca e Boccaccio) sono in maniera indubitabile gli scrittori che più di tutti hanno influenzato la nascita della lingua e della letteratura italiane. Pochi altri poeti possono essere comparati a loro nella nostra tradizione, probabilmente Ariosto e Tasso nel Cinquecento. Non stiamo certo qui mettendo in discussione il pregio artistico di altri capolavori della nostra storia, non si vuole fare una graduatoria degli autori più apprezzabili. Quel che è certo, però, è che Trecento e Cinquecento sono i secoli d’oro della nostra letteratura che più hanno determinato il panorama non solo nostrano, ma anche europeo.

Per secoli in Italia si discusse su quale delle tre Corone fiorentine fosse da imitare. Non intendendo qui sintetizzare la complessa questione linguistica, ci limitiamo a ricordare che nel Cinquecento, nelle Prose della volgar lingua, Pietro Bembo indicò come modello da imitare per il volgare Petrarca nella poesia e Boccaccio nella prosa. Dante è escluso. Per quali ragioni? Forse perché rappresenta un modello inimitabile, irraggiungibile, così vario e complesso che chiunque avrebbe fallito nell’immane sforzo di compararsi a lui.

È pur vero che la Commedia ottenne un successo immediato, confermato dal numero incredibile di copie manoscritte che hanno tramandato il capolavoro (all’incirca ottocento). Ci manca purtroppo l’autografo. Le copie venivano corredate con le postille; fin dai primi decenni dopo la morte di Dante iniziarono ad essere stesi commenti, mentre dopo - nella seconda metà del Trecento - lo studio dell’opera era già consolidato. A Boccaccio venne commissionata la lettura pubblica del testo a Firenze, una lettura che ci ricorda tante operazioni contemporanee di divulgazione, come quelle realizzate da Vittorio Sermonti a Milano o da Roberto Benigni nella stessa Firenze. Boccaccio si dovette purtroppo fermare al canto XVII dell’Inferno. Essere dantista divenne un titolo onorifico.

Dante fu considerato padre della lingua italiana, nel contempo il migliore rappresentante della cultura cristiana e medioevale, proprio come Omero rappresentava la grandezza della poesia greca antica e Virgilio il punto di riferimento della classicità latina. La sua opera entrò nel Pantheon dei capolavori universali, divenne un riferimento ideale, repertorio d’immagini, di personaggi, di storie, di versi a cui attingere, più che un vero e proprio modello da imitare.

Pochi nella storia della letteratura, non solo italiana, ma addirittura occidentale e mondiale, avrebbero provato poi a cimentarsi nell’elaborazione di un testo che potesse assomigliare o competere con la Commedia. Le imitazioni furono solo parziali; gli spunti riguardavano singoli episodi. Pensiamo a quante opere nacquero dalla vicenda di Francesca da Rimini (Inferno V): nessun personaggio, tra quelli scaturiti dalla poesia di un artista, può vantare d’essere divenuto protagonista, nell’Ottocento e nel Novecento, di oltre duecentocinquanta opere teatrali, racconti e poesie, di più di trecento dipinti, sculture e incisioni, di oltre centocinquanta musiche e melodrammi, creati da autori di ogni lingua e Paese. La Commedia sarebbe, però, rimasta un’opera a sé, modello irraggiungibile e, in un certo senso, con cui non si poteva pensare neppure di competere.

Dall’epoca umanistica, incentrata sulla lingua latina e improntata a regole e canoni, iniziò una sorta d’incomprensione, potremmo anche dire di svalutazione della Commedia, opera non inquadrabile in norme classiche e, per questo, considerata da taluni barbara.

A partire dall’apprezzamento di Giambattista Vico nel Settecento e di Foscolo all’inizio dell’Ottocento ripartì una rivalutazione che avrebbe visto l’opera dantesca divenire cardine del Romanticismo e del patriottismo e godere di una fama internazionale nell’epoca contemporanea.

Anche la fortuna dell’opera del Petrarca fu incredibile fin da subito. Se la prima biografia del poeta realizzata da Boccaccio valorizzò la sua produzione latina e nell’umanesimo quattrocentesco l’attenzione prevalente rimase sui testi in latino, la fama e l’influenza del Canzoniere sarebbe divenuta presto notevole: nacque addirittura il fenomeno del petrarchismo, che si sarebbe diffuso ampiamente nel Cinquecento con l’imitazione della lingua petrarchesca e dell’immagine di Laura come donna ideale. La venerazione del Petrarca proseguì con Tasso che ancora considerava Petrarca eccellente poeta, secondo solo a Dante. Il Barocco anticlassicista e refrattario a norme troppo rigide fu insofferente al modello petrarchesco, mentre il Neoclassicismo settecentesco lo apprezzò di nuovo, quasi esclusivamente dal punto di vista formale. Fu il Romanticismo ottocentesco a considerare particolarmente attuale l’inquietudine, la sensibilità, la spaccatura tra reale e ideale del Petrarca. Nel Novecento non viene meno l’influenza della versificazione, della musicalità e del lessico petrarcheschi.

Petrarca e Dante sono diventati emblemi di due modalità espressive differenti. La poesia del primo rappresenta la scelta per una letteratura di stampo spiritualista, slegata dalla realtà, rarefatta e indefinita, come nel Canzoniere, che ha segnato la tradizione letteraria italiana, mentre il modello di Dante, osannato come inimitabile, con la sua concretezza, il realismo descrittivo, la potente e icastica rappresentazione ha lasciato ben poche tracce all’interno della letteratura dei secoli successivi.

Gianfranco Contini sintetizza in maniera potente la scrittura del Petrarca con l’espressione di «monolinguismo linguistico» e con «plurilinguismo» l’ardita sperimentazione in cui si cimenta l’Alighieri.

Nel saggio L’Inferno e il Limbo (1949), Mario Luzi vede il trionfo del Limbo del Petrarca sull’Inferno di Dante all’interno della tradizione letteraria italiana in cui si è affermata la linea eterea, imprecisa, rarefatta, compiaciuta e introspettiva petrarchesca sulla concretezza e sulla potenza narrativa dantesca, prevalendo la dimensione elitaria ed esclusiva della poesia del Petrarca su quella popolare di Dante. Per Mario Luzi il fare poetico è «accrescere l’esistente». A suo dire esiste, però, anche una seconda modalità del far poesia, che è quella di «commentare l’esistente». Dante e Petrarca divengono emblemi di queste due modalità espressive. Inutile dire che la stima di Luzi è tutta per Dante. Nella poesia, a detta di Luzi, si esprime l’anima profonda del poeta. Per questo la creazione poetica non può essere ridotta ad un aspetto parziale dell’uomo (politica, visione ideologica, ecc.). L’uomo è, infatti, per sua natura essenzialmente homo religiosus.

Ha definitivamente vinto la tendenza petrarchesca nella versificazione oppure deve essere ripreso il modello di Dante e deve oggi incominciare a dire la sua? Non può esistere una grande poesia che sia al contempo per tutti, popolare, nel senso che sia accessibile, comprensibile, pensata per tutti?