• CALABRIA

Mafia e sacramenti, provocazioni pericolose

San Giovanni Paolo II condannò la Mafia come struttura del male. La proposta di monsignor Fiorini Morosini (abolire il padrinato nei battesimi) va letta in questo contesto. Ma sono i parroci che devono rendersi responsabili di certe scelte.

Mons. Fiorini Morosini

Ho conosciuto mons. Fiorini Morosini il 29 settembre di quattro anni fa, a Polsi, nel cuore del dell’Aspromonte. Fino all’anno precedente, nei primi giorni di settembre, in quel Santuario dedicato alla Vergine, ‘a Maronna ra muntagna, si riunivano i capi delle cosche della ndrangheta e, a 900 metri di altezza, in una natura dalla bellezza struggente, concordavano le linee-guida delle attività criminali da svolgere nei mesi seguenti. Proprio lì, nel 2010, in occasione della festa di San Michele, patrono della Polizia di Stato, l’allora questione di Reggio Calabria decide di far celebrare una Messa in onore dell’Arcangelo, e mi invita a rappresentare il governo. In uno dei luoghi-emblema della grande mistificazione – il rapporto fra clan e devozione religiosa – i poliziotti si ritrovano, insieme con tanta gente non in divisa, non per operare blitz, ma per riappropriarsi del senso autentico del culto. Mons. Fiorini Morosini è in quel momento il vescovo di Locri-Gerace, diocesi nella quale ricade Polsi: celebra l’Eucarestia e nell’omelia, senza proclami o enfasi fuori luogo, parla della “necessità di restituire a questo santuario il volto che gli appartiene, quello cioè di luogo di culto e di pietà mariana”.

Il ricordo splendido, ancora vivo, di quella giornata, e delle parole – piene di fede, di coraggio e di ragionevolezza – usate dal presule nell’occasione concorre, insieme con altre considerazioni, a non liquidare in poche battute la sua proposta di sospendere per dieci anni la pratica dei padrini per i battesimi e per le cresime nella diocesi da lui oggi guidata, Reggio Calabria. Il vescovo non presenta un quesito da sondaggio, rispetto al quale chiamare gli spettatori a dire sì o no con i tasti verde e rosso del telecomando; pone un problema che esiste ed è drammatico: quello della strumentalizzazione della fede da parte delle mafie. Quello dello sforzo da parte delle mafie, nelle zone nelle quali sono radicate da secoli, di estendere e di consolidare il proprio consenso nelle popolazioni, appropriandosi dei più evidenti e sentiti riti sacri. È questione che non va risolta né all’insegna di una lettura di superficie, da antimafia allargata, né di considerazioni del tipo “le porte della Chiesa sono aperte a tutti, chi sono io per chiuderle in tutto, o in parte, o a tempo?”.

È un problema che esiste da decenni, e su cui la sensibilità comincia a svilupparsi in epoca relativamente recente. Su di essa ha positivamente inciso il veemente richiamo di S. Giovanni Paolo II nella Valle dei templi di Agrigento, pochi mesi dopo Capaci e via D’Amelio. Quel suo discorso descrive una contrapposizione radicale fra la “civiltà della vita” e la “civiltà della morte”, fra la pressione che la “civiltà della morte” esercita sul popolo siciliano e il “diritto santissimo di Dio”. La condanna, prima che civile, è religiosa: non è lasciato spazio per comprensioni, pur remote o di contesto. La sola strada che i mafiosi hanno di fronte a sé è quella della conversione; ma il “convertitevi!” più che un invito è un ordine: il Pontefice Santo sottolinea questa necessità nel modo più solenne, “nel nome di Cristo crocifisso e risorto”, e ammonisce i “colpevoli” che per loro “verrà il giudizio di Dio!”.

Perché il Papa che alla misericordia di Dio ha dedicato il suo ministero, fino a descriverla in un’enciclica, adopera termini e accenti così decisi, evocando l’inappellabilità del giudizio divino? Wojtyla insegna nel modo più chiaro che la “mafia” non è una semplice sommatoria di colpe individuali, ma è una vera struttura di peccato; l’organizzazione del male che connota l’associazione mafiosa – questa è la novità del discorso di Agrigento – non ha solo un pur pesante disvalore civile: è qualcosa di qualitativamente più grave. Non un mero insieme di cadute frutto della debolezza dell’uomo, ma la preordinazione, la programmazione e la realizzazione di atti contro l’uomo. È un organismo che sorge e opera allo scopo di ledere i diritti di chi non vi si assoggetta, a cominciare da quello fondamentale all’esistenza in vita. È un porsi contro Dio in modo non occasionale, bensì pianificato e strutturato.

Nel tracciare una linea di confine netta fra il popolo siciliano “attaccato alla vita” e i colpevoli della “civiltà della “morte”, Wojtyla ha indicato come doverosa la strada del ripudio della complicità, della contiguità, della collusione, della manifestazione di un consenso anche solo implicito verso la mafia. Dopo un discorso talmente chiaro, è ancora più agevole inquadrare la presunta religiosità dei mafiosi per ciò che è realmente. Tanti di costoro ostentano il possesso, perfino la conoscenza, della Sacra Scrittura, non si separano dalle raffigurazioni della Vergine e dei Santi, adoperano i “santini” nei riti di affiliazione, se non sono latitanti partecipano con evidenza alle processioni, ostentano – per tornare al discorso di partenza – il “padrinato” nei sacramenti che lo richiedono, quasi un anticipo del “padrinato” mafioso, quando l’infante sarà adulto. San Giovanni Paolo II ha fatto cogliere la profanazione insita in queste forme di partecipazione al sacro, perché anche il sacro e la religione vengono ridotte dai mafiosi a strumento utile per il dominio criminale.

Se questo fa da sfondo alla proposta del vescovo di Reggio Calabria, è lecito, con la considerazione dovuta alla persona e al problema che pone, raffigurarsi i pro e i contro della sua eventuale concretizzazione. La prima riserva subito sollevata è la più semplice: così si penalizzano le famiglie estranee a contesti mafiosi; anche la replica è semplice: se vi è una emergenza, le contromisure non possono andare per il sottile, i bravi cristiani capiranno. Altri interrogativi meritano una risposta meno rapida: i sacramenti che mettono in evidenza i capiclan sono soltanto il battesimo e la cresima? Non vi è un problema simile anche quando un esponente mafioso di spicco si avvicina all’altare per ricevere l’Eucarestia, magari in una occasione di particolare visibilità: che fare in questa circostanza? Per certi aspetti, qui la soluzione è più difficile: battesimo e cresima interessano neonati e adolescenti, e secondariamente i padrini, nella Comunione la relazione è direttamente fra Corpo e Sangue di Nostro Signore e mafioso. Il quale, se è tale, è fuori dalla comunione ecclesiale; senza dire che la risposta alla “moratoria” sui padrini potrebbe consistere da parte dei mafiosi proprio nell’intensificazione, a mo’ di sfida, delle occasioni pubbliche di accostarsi all’Eucarestia. Se dell’Eucarestia non si dicesse nulla e ci si limitasse a battesimi e cresime, il quadro non sarebbe coerente; se la moratoria includesse la Comunione, richiederebbe una esposizione non da poco a ogni singolo sacerdote della diocesi.

Quest’ultimo è forse il punto più delicato. Il gesto di mons. Fiorini Morosini è una sorta di tutela avanzata dei propri sacerdoti. Di regola il vaglio sulla idoneità di un adulto a fare da padrino per un battesimo o per una cresima compete al parroco; e dire di no a un mafioso espone a reazioni. La moratoria per dieci anni, a prima vista, permetterebbe al curato di allargare le braccia all’insegna del “io non c’entro, eseguo”. Ma rischia di essere una scorciatoia in un terreno che esige un passo dietro l’altro, senza tanti saltelli. La questione allora è la seguente: è giusto che il gesto coraggioso sia solo quello del vescovo? Non è più logico che, mettendo da parte moratorie, ciascun parroco si assuma fino in fondo le proprie responsabilità, esercitando – è il caso di dire! – come Dio comanda, la funzione di verifica della idoneità di una persona a fare da padrino, escludendo chi sia notoriamente affiliato a una cosca? Rompere la spirale di strumentalizzazione mafiosa della devozione è possibile se lo fanno in tanti. Ciò fa prevedere dei costi da pagare, ma è altrettanto evidente che più si è e meno probabile è che si venga colpiti. Don Puglisi e don Diana entrano nel mirino anche perché i loro colleghi della parrocchia accanto chiudono gli occhi e scendono a patti.

La proposta del vescovo di Reggio Calabria può diventare una salutare provocazione se viene seguita non dall’autorizzazione alla moratoria, ma dalla scelta del suo clero, e del clero delle diocesi maggiormente interessate da questi fenomeni, a rendersi responsabili, sacerdote per sacerdote, nel dire di no al mafioso non solo per il padrinato, ma per portare la statua del Santo in processione, e per avere un ruolo visibile nella comunità del luogo. Così la moratoria diventa a non fuggire dalla propria missione.