• LA RIFLESSIONE

Lucrezia Borgia e la verità

Il 18 aprile di 540 anni fa nasceva Lucrezia Borgia, figlia del futuro papa Alessandro VI. Che razzolò male, ma insegnò bene. L’esempio dei Borgia ricorda che non bisogna fare l’errore di rendere le creature oggetto della fede. Che è fatta di verità eterne.

Il 18 aprile del 1480 nasceva Lucrezia Borgia, figlia di Rodrigo Borgia, che poi (dal 1492 alla morte) sarà papa Alessandro VI. Molto si è detto di Lucrezia e della famiglia Borgia, tanto che il loro nome è divenuto come il simbolo della corruzione nella Chiesa. Certamente molti membri della famiglia, a cominciare da Alessandro VI, non erano degli stinchi di santo, ma bisogna stare molto attenti nel fare l’errore di rendere loro l’oggetto della fede piuttosto che dei pellegrini più o meno zoppi sulla via della salvezza eterna.

La vita di Lucrezia fu travagliata per il fatto di essere figlia di una famiglia potente, quindi coinvolta in matrimoni per allacciare alleanze, accuse e gossip di ogni tipo. Immaginiamo per comodità che tutto quello di cui i Borgia furono accusati fosse sostanzialmente vero. Come influirebbe questo sulla verità della pretesa cristiana? Non influirebbe affatto. I Borgia, come qualunque altro peccatore (noi inclusi), non sono appunto l’oggetto della fede, essa non dipende dal fatto che i suoi “aderenti” siano più o meno degni.

In un’intervista con Riccardo Cascioli sulla Nuova Bussola (2013), Vittorio Messori riprendeva l’esempio di papa Borgia e della sua famiglia per spiegare che non seguiamo le persone in quanto persone, siano pure Papi, ma le seguiamo finché insegnano, malgrado la loro indegnità, la retta dottrina:

«Ognuno ha il suo carattere, il suo stile, ma non è questo quello che conta. Il Papa c’è soprattutto per una funzione: il magister e il custos fidei, custode e maestro della fede, il resto è tutto accessorio. A papa Bergoglio guardo come maestro e custode della fede, ma se lui ha certi gusti, un certo stile, un certo modo di muoversi e di parlare, non me ne può fregare di meno. Sono cose che fanno parte della straordinaria, meravigliosa varietà che il Padreterno ha voluto darci. Un papa non va giudicato dallo stile e dal carattere, ma dal suo insegnamento, perché questo è il suo compito. Faccio spesso l’esempio del papa Borgia: lui razzolava male, anzi malissimo, ma predicava bene. Seguo il papa Borgia non nel suo esempio ma nella sua predicazione. Fu un papa estremamente ortodosso, quindi a me non disturba affatto che poi andasse a letto con la figlia. Me ne dispiace, lo vorrei anche coerente, però se non lo è pazienza. È papa lo stesso se mi insegna la buona dottrina».

Queste osservazioni del celebre scrittore possono senz’altro dare fastidio a qualcuno, ma sono vere. A volte mi sento fare degli appunti sulle vite non proprio esemplari di musicisti e pittori... certo dispiace, ma con la loro arte e musica, pur se da terra, cercano di puntare il dito verso un’altra dimensione, non su loro stessi. Questi artisti poi se la vedranno con il Signore, ma il loro messaggio, quando si dedicano all’arte sacra, non è di seguire il loro esempio, ma di predicare la dottrina cattolica.

Sulla stessa Lucrezia non possiamo che invocare la misericordia di Dio, non dimenticando che essa fu comunque, da quello che sappiamo, sempre molto legata alla dimensione religiosa, essendo stata educata nel primo convento domenicano di Roma, quello di San Sisto sulla via Appia conosciuto oggi come San Sisto Vecchio, vicino al Circo Massimo, convento a cui rimarrà sempre legata.

Romano Amerio, nel suo fondamentale testo Iota Unum, scriveva:

«E qui conviene formulare la legge stessa della conservazione storica della Chiesa, legge che è insieme il criterio supremo della sua apologetica. La Chiesa è fondata sul Verbo incarnato, cioè su una verità divina rivelata. Certo le sono date anche le energie sufficienti a pareggiare la propria vita a quella verità: che la virtù sia possibile in ogni momento è un dogma di fede. La Chiesa però non va perduta nel caso che non pareggiasse la verità, ma nel caso che perdesse la verità. La Chiesa peregrinante è da sé stessa, per così dire, condannata alla defezione pratica e alla penitenza: oggi la si dice in atto di continua conversione. Ma essa si perde non quando le umane infermità la mettono in contraddizione (questa contraddizione è inerente allo stato peregrinale), ma solo quando la corruzione pratica si alza tanto da intaccare il dogma e da formulare in proposizioni teoretiche le depravazioni che si trovano nella vita».

Certo, come diceva Messori sopra, dispiace se noi siamo indegni dell’annuncio cristiano, questo ci amareggia e a volte ci fa allontanare dalla pratica cristiana. Ci amareggia vedere sacerdoti non all’altezza, vescovi e cardinali che non annunciano con forza la dottrina perenne, laici che non hanno il coraggio della loro fede. Tutto questo scoraggia, non neghiamolo. Ma malgrado tutto questo, non dimentichiamo mai che tutte le indegnità, a cominciare dalle nostre, non sono la parola “fine” sulle verità eterne della nostra fede.

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