• CAMBIAMENTO CLIMATICO

Lotta per il clima: ci costerà 1,8 trilioni di dollari

Il Global Center on Adaptation include personaggi quali Bill Gates, Ban Ki Moon e l'attuale direttore della Banca Mondiale. In vista del prossimo vertice sul cambiamento climatico, ha stimato i costi di un piano globale per salvare il mondo dal riscaldamento: 1,8 trilioni di dollari (quasi 2 miliardi di miliardi). E se poi il riscaldamento non c'è?

Global warming

Il Global Center on Adaptation ha sede in Olanda. È un centro nato per combattere il cambiamento climatico. Suo organo operativo è la Global Commission on Adaptation. Ne fanno parte 34 personalità del mondo politico, accademico e degli affari tra le quali spiccano l’ex Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, il fondatore della Microsoft Bill Gates e il direttore generale della Banca Mondiale Kristalina Georgieva. La sua missione è indurre “comunità, città e stati a prepararsi con urgenza, determinazione e lungimiranza agli effetti dirompenti del cambiamento climatico per poter adottare le soluzioni migliori ed economicamente più vantaggiose, ridurre i rischi e diventare più forti”.

Il 10 settembre, in vista del Climate Action, il vertice sul cambiamento climatico che si terrà il 23 settembre al Palazzo di Vetro, la Commissione ha pubblicato un rapporto di 81 pagine nel quale sono indicati gli interventi prioritari per salvare il pianeta e i relativi costi: un piano globale di investimenti per un ammontare di 1,8 trilioni di dollari (1,6 trilioni di euro) da spendere nei prossimi 10 anni, una cifra enorme che però non deve spaventare, assicurano i membri della commissione, perché arrecherà benefici economici per 7,1 trilioni di dollari. 

Calcoli così esatti – 7,1 trilioni, non uno di più non uno di meno! – quando le variabili da considerare sono innumerevoli lasciano sempre un po’ perplessi, ma in questo caso a suscitare perplessità sono i presupposti da cui partono le eminenti personalità della Commissione, vale a dire: che è in atto un cambiamento climatico di origine antropica; che tale cambiamento è causato da eccessive emissioni di gas serra dovute alle attività umane (il consumo di carburanti fossili che produce CO2, il metano emesso dai bovini allevati…), emissioni che fanno aumentare la temperatura della Terra; e che gli effetti del riscaldamento, il global warming, sono catastrofici per la salute dell’uomo e dell’ambiente, fino a provocare la fine della vita sul pianeta.  

 Ma, allo stato attuale, che il clima, per la prima volta nella storia del mondo, stia cambiando a causa delle attività umane è una congettura priva di validità scientifica. Quindi lo è anche la previsione di un costante aumento della temperatura che da essa dipende e che giustifica la richiesta di ridurre drasticamente le emissioni di gas serra, costi quel che costi, e la proposta di iniziative dalle cifre astronomiche per contenere i danni del global warming. Persino sul fatto che l’aumento della temperatura abbia per forza conseguenze devastanti non c’è concordanza. Bjorn Lomborg, ad esempio, il noto ambientalista “pentito”, ex Greenpeace, nel suo libro del 2001 L’ambientalista scettico, lo ha messo in discussione con dati ed esempi convincenti.  

È davvero sconcertante che si pensi di chiedere all’umanità di sacrificare miliardi di miliardi a partire da una congettura, pretendendo di prevenire e limitare dei danni senza la certezza che si verificheranno. Ma la Global Commission on Adaptation lo fa, forte della consueta, consolidata tecnica: creare uno stato di paura, annunciare una catastrofe imminente, avvisare che resta pochissimo tempo, sempre meno, prima che si arrivi al punto di non ritorno. “Ricordate i bei tempi quando avevamo ‘12 anni per salvare il pianeta’? – scriveva il 24 luglio il corrispondente ambientale della Bbc Matt McGrath riferendosi al fatto che nel 2018 l’IPCC, l’agenzia Onu sul cambiamento climatico, sosteneva che, per limitare l’aumento della temperatura a 1,5 gradi Celsius, bisognava ridurre le emissioni di CO2 del 45% entro il 2030 – bene, adesso sembra che ci restino solo 18 mesi. Oggi gli osservatori ritengono che i passi politici decisivi per poter ridurre le emissioni di gas serra devono essere intrapresi entro la fine del 2020”.

La consapevolezza che il 2020 è il termine ultimo, l’ultima occasione per evitare il cambiamento climatico è sempre più chiara e diffusa, spiegava il corrispondente della Bbc citando tra gli altri il principe Carlo d’Inghilterra che in occasione di un ricevimento organizzato per i ministri degli esteri del Commonwealth in un delirio di onnipotenza ha dichiarato: “sono fermamente convinto che i prossimi 18 mesi diranno se saremo capaci di mantenere il cambiamento del clima entro livelli tollerabili e di riportare la natura all’equilibrio necessario per la nostra sopravvivenza”.

La Global Commission on Adaptation globale il 24 settembre, alle Nazioni Unite, intende pertanto annunciare l’avvio dell’ “Anno dell’azione”, l’ultimo utile. Nel corso dell’evento saranno illustrate cinque aree di intervento urgente, improrogabile: sistemi d’allarme, per avvisare in tempo di pericoli imminenti le comunità che vivono su isole e coste (ad esempio, una App per comunicare le condizioni del mare ai pescatori delle Isole Cook); infrastrutture (strade, ponti, case…) costruite in funzione del cambiamento climatico (ad esempio, dipingere di bianco i tetti per raffreddare edifici e quartieri); agricoltura non irrigua (ad esempio, aiutare gli agricoltori a passare a varietà di caffè più resistenti alla siccità per dotarli di mezzi di sussistenza e combattere la fame); piantare foreste di mangrovie e tutelare quelle esistenti, perché le mangrovie possono proteggere dalle tempeste e rendere più produttiva la pesca; acqua, evitarne gli sprechi, custodire le riserve che saranno di importanza vitale con l’aumento delle temperature.

Posto che alcuni progetti potrebbero comunque essere utili – ad esempio, delle App per informare la gente dell’arrivo di un uragano o della piena di un fiume, fare un buon uso delle riserve idriche – la questione fondamentale è dove trovare subito 1,8 trilioni di dollari. La Global Commission on Adaptation ha la risposta. Le persone più colpite dal cambiamento climatico sono quelle “meno responsabili del problema”. Quindi i paesi ricchi “hanno il pressante dovere morale” di rimediare nell’interesse di tutti.

Se invece il global warming non è di origine antropica, a chi tocca provvedere? Se invece le temperature diminuiranno, bisognerà ridipingere i tetti di nero?