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IL LIBRO

Loraine, l’Anastasia del Titanic

La vicenda della pseudo-Anastasia, che per decenni fece credere di essere la figlia dello zar sopravvissuta all’eccidio del 1918. E quella di Loraine che pretendeva di essere una superstite del Titanic. Due vite parallele descritte in un saggio di Gianni Fochi, ricco di dettagli.

Cultura 08_03_2022

Gianni Fochi insegnava chimica alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha pubblicato un pamphlet dall’esplicito titolo La chimica fa bene, col quale è entrato a pieno diritto nei ranghi dei «nostri». Ora che è in pensione si è cimentato con uno stranissimo libro che sta a metà strada tra il saggio e il romanzo, potremmo dire un saggio storico vivacizzato, ma ricchissimo di dettagli autentici. Loraine, l’Anastasia del Titanic (pp. 187).

Si legge veloce come una sceneggiatura e pare di assistere a un film di Marlowe interpretato da Humphrey Bogart. Ed eccoci al contenuto. Chi sia stata Anastasia lo sanno tutti, anche grazie al film omonimo con Yul Brinner che diede un Oscar a Ingrid Bergman. Tanto famosa è la storia che pure la Disney ha voluto cimentarvisi con un cartone animato. L’ultima figlia dello zar, sopravvissuta all’eccidio di Ekaterinburg e circolante per l’Occidente smemorata nei panni di una donna che, per decenni, tenne tutti nel dubbio: è davvero lei o è una truffatrice? Solo quando lei e quelli che le credevano furono defunti si poté andare in loco a vedere. Cioè, solo dopo il tracollo dell’Urss, andando a scavare a Ekaterinburg, fu possibile fare la conta degli scheletri, analizzarli con le moderne tecniche e stabilire che no, la giovanissima Anastasia era morta lì nel 1918, massacrata con la sua famiglia dal capo bolscevico Sverdlov, che passò alla storia sovietica perché in suo onore Ekaterinburg divenne Sverdlovsk e tale restò per settant’anni.

Fochi, nel suo descrivere due vite parallele, ripercorre passo passo la vicenda della pseudo-Anastasia e ci fa chiedere come mai furono in tanti a crederle, anche nobili ex zaristi e imparentati coi Romanov, dal momento che la donna in questione non parlava una parola di russo.

Ed eccoci all’altra Anastasia, che però si chiamava Loraine e col suo caso appassionò, anche lei per settant’anni, il pubblico e i media, questa volta americani, canadesi e inglesi. Loraine era una tizia che pretendeva di essere sopravvissuta da bambinetta al naufragio del Titanic. Suo padre era irlandese e ingegnere progettista dello stesso mega-transatlantico. Risultava affondato con la moglie, la cameriera, la piccola e la bambinaia. Ma la nostra Loraine raccontava che no, il padre era riuscito ad affidarla a un certo mister Hyde, che l’aveva portata in salvo. Hyde era uno pseudonimo come l’omonimo di Stevenson. Costui aveva messo le mani su un sostanzioso malloppo consegnatogli da un passeggero ubriaco e temeva di doverlo restituire. Così, si era infrattato nell’America profonda con la bambina che, in una specie di rimorso, aveva provveduto a crescere. Ora era morto e Loraine era diventata adulta. Ma dal momento che il fratello dell’ingegnere irlandese padre di Loraine era un ricchissimo uomo d’affari canadese, metà dell’opinione pubblica pensò che era all’eredità che la presunta Loraine mirava.

Seguì una caterva di processi, avvocati, investigatori privati, perfino tentativi di ricatto. La cosa si trascinò per decenni e continuò con i figli e pure con i nipoti. Fino a che non venne inventato il sistema dell’indagine sul Dna. E solo allora fu posta la parola fine alla tela di penelope: quella non era Loraine. La vera riposa nel «cuore dell’oceano» dal 1912.