• OMOSESSUALISMO

Londra: tre genitori sono meglio di due

Una assurda sentenza assegna
un bambino a una coppia di lesbiche e al gay che aveva provveduto il seme per la fecondazione artificiale.

Royal Courts of Justice - Londra

Metti una cena tra tre amici a Londra. Aggiungi il fatto che i tre commensali sono tutti omosessuali: due donne, che fanno coppia tra loro, e un amico maschio. Condisci il momento conviviale con il dettaglio che a tavola si parla di un contratto: tu maschio ci regali il tuo seme che feconderà una di noi due fanciulle e così potremo avere un bel bambino. Rimane il fatto che – e lo scriviamo nero su bianco nel contratto – tu non potrai vantare nessun diritto sul bebè. Semmai potrai vederlo per cinque ore ogni due settimane.


Letto e firmato, il contratto con i suoi vincoli inizia a star stretto al padre omosessuale il quale, quando il pargolo ha ormai un paio di anni, si rivolge alla giustizia inglese per far valere i suoi diritti di padre biologico. Corsi e ricorsi il caso approda alla Corte di Appello di Londra che dà ragione un po’ a tutti: il bambino avrà tre genitori. Ognuno ha un suo ruolo insostituibile, spiegano i giudici, e quindi il figlio crescerà più che in una famiglia in un’equipe genitoriale omosessuale.


La vicenda batte il guinness dei primati in tema di vandalismo etico e giuridico. Abbiamo infatti una coppia di “fidanzati” formata da due donne lesbiche. Queste due donne decidono di ricorrere alla fecondazione artificiale la quale fecondazione, dato che il donatore è esterno alla coppia, è tecnicamente pure di tipo eterologo (e non poteva essere altrimenti). Il donatore è anch’egli omosessuale. Le donne impongono all’uomo per contratto di non avere in futuro alcun contatto con il figlio. Questi avrà tre genitori, tutti omosessuali. Ed infine il concetto di famiglia diventa come un abito di sartoria: ognuno si sceglie la foggia, la stoffa e il taglio che più lo aggradano. Ammettiamolo: pare che la storia e la sentenza che ha suggellato la stessa sia frutto di un tiro di dadi.


In merito alla sentenza, il corto circuito giuridico che ha portato ad  inventarsi una bislacca famiglia con tre genitori è provocato dal fatto che la regola principe che ha voluto seguire il giudice è quella libertaria dell’assecondamento prono dei desideri del singolo. Se eleviamo in modo assoluto le velleità dell’individuo a diritti, finisce che dobbiamo riconoscere sempre e comunque qualsiasi richiesta di chicchessia, anche priva di un simulacro di giuridicità e al di là del contenuto della richiesta stessa. Vuoi le nozze gay? Il premier David Cameron ha già dato responso positivo. Vuoi la fecondazione artificiale? Ti confezioniamo una legge ad hoc. Vuoi accedere alla provetta magica anche tu che sei single e pure omosessuale? Per un frainteso principio di non discriminazione nulla osta a questa richiesta. Vuoi essere il terzo genitore perché pensi che tre è meglio di due? La Royal Courts of Justice di Londra è del tuo stesso parere e ti accontenta.


Qui siamo ben oltre la tesi kantiana che il diritto deve mediare tra i differenti e spesso non coincidenti desiderata dei consociati. Qui siamo alla sovrapposizione delle pretese di ciascuno, all’affastellamento caotico di ogni richiesta: per non scontentare nessuno si distribuiscono i diritti a tutti come fossero caramelle. E se il buon senso ci dice che un figlio non può avere tre genitori poco importa, tanto peggio per i buonsensisti.

Tutto questo a patto che le richieste ovviamente provengano da persone adulte vaccinate e capaci di intendere e volere. Perché se non sei ancora nato oppure gattoni solamente la musica cambia per te. Infatti in questa storia paranormale, in questa trama degna di una piece teatrale dell’assurdo c’è una clamorosa dimenticanza che riguarda l’attore principale: il figlio. Distribuiamo diritti a tutti eccetto che a lui. Il nascituro non è persona, né soggetto di diritti, tra cui c’è quello di nascere in una famiglia normale. Lui non è soggetto bensì oggetto dei desideri altrui, oggetto perché trattato come una cosa, reificato dal contratto come fosse un’auto da vendere e dalla fecondazione artificiale, merce di scambio nella lite giuridica. Un figlio con una madre di ricambio e un padre accessorio, un figlio a cui si dovrà spiegare il mistero del perché mamma e papà non si amano, ed invece mamma 1 e mamma 2 sì.


La vicenda però è così anomala che procedendo da stranezza verso stranezza per paradosso fa emergere alcune verità antropologicamente inoppugnabili che hanno il salubre sapore della normalità. Primo: anche se sei lesbica la pulsione verso la maternità è insopprimibile. E la maternità, se la logica non è un’opinione, fa a pugni con l’omosessualità. Infatti per essere madre non c’è nulla da fare: ti devi trovare un maschio, cioè un essere umano eterosessuale rispetto a te donna. L’omosessualità non basta a se stessa in tema di maternità. Tanto è vero che la coppia stessa di donne ha dovuto ammettere che pur essendo omosessuali si sentono “tradizionali” e vogliono avere un figlio. Detto in altri termini: puoi inventarti qualsiasi bizzarria affettiva e familiare ma la natura umana con le sue esigenze scolpite a lettere di fuoco nel cuore continuerà a richiamarti ai tuoi compiti naturali, tra cui essere madre.


Lo stesso dicasi per il maschio omosessuale che ha preteso di stare con il proprio figlio, di giocare con lui, di parlargli, di tenergli la mano. Tutte cose da padre, tutte cose che appartengono al ruolo del maschio quando diventa genitore. Certo sussiste la contraddizione: l’ometto in questione vuole far valere i diritti naturali di padre biologico proprio lui che rivendica una condizione innaturale nell’orientamento sessuale. Ma nella contraddizione si aprono inaspettati varchi di normalità. A furia di capitomboli quasi quasi ci ritroviamo in piedi.


A ben vedere, per essere provocatori sino alla fine, la sentenza inglese ha fatto bene a pronunciarsi così. Non si tratta forse – oseremmo dire – di un tentativo seppur maldestro di rimettere ordine in una situazione di sua caotica? L’assetto naturale delle cose esigerebbe che il figlio crescesse con i genitori naturali, cioè la madre lesbica e il padre omosessuale. Il giudice – sebbene non escluda dal menage familiare la compagna della madre – fa rientrare in casa, non proprio dalla porta principale ma dalla finestra, il genitore maschio e quindi in un certo qual modo tenta di inserire in questo quadretto familiare in stile cubista la figura ineludibile del padre. Insomma fatto il danno perlomeno la sentenza ha provato a metterci una pezza, anche se le note stonate rimangono più di una.

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