• IN VIAGGIO CON ENEA/36

Lo scontro finale tra Enea e Turno

Enea non ha vinto perché la sua virtus è stata superiore a quella di Turno. L’eroe troiano ha primeggiato, perché così ha voluto il Cielo. La sua pietas ha accondisceso al volere degli dei, ha onorato il padre e la patria, non gli ha permesso di perdonare un nemico che aveva ucciso e disonorato un suo amico. 

Siamo giunti all’atto finale dell’Eneide, in un percorso che, tra anticipazioni e ricordi del passato, pellegrinazioni e guerre, ha portato il protagonista nella terra ove nascerà il nuovo popolo discendente dai Troiani.

Il narratore invoca una divinità di cui non è esplicitato il nome per poter raccontare le stragi compiute dai capi dei due eserciti avversari:
Ora quale nume mai mi esporrà con i versi
tante sventure e stragi crudeli e uccisioni di capi,
e quanti per tutta la pianura ora ne incalza Turno,
ora l’eroe troiano? O Giove, volesti che lottassero
con tale tumulto genti che sarebbero vissute in eterna pace?

Non riportiamo il lungo elenco dei morti nei due schieramenti opposti. Enea si dichiara costretto a combattere contro il re Latino, perché i patti sono stati violati. La regina Amata, vedendo Enea procedere senza ostacoli e non scorgendo la schiera di Turno, crede che il giovane sia caduto in battaglia “e sconvolta la mente da improvviso dolore, si proclama causa, colpa e origine dei mali, e molto parlando delirante nell'angoscioso furore,” s’impicca ad una trave con il suo mantello purpureo.

La figlia Lavinia, disperata per la morte della madre, si strappa con le unghie i fluenti capelli e si graffia le guance. Il marito Latino “va con la veste stracciata sgomento per la morte della sposa e la rovina della città”, e si cosparge di polvere i capelli. Come ha potuto Amata giungere a tanto, fino al suicidio al solo pensiero della morte di Turno? Che sia segretamente innamorata di quel giovane prode e bello?

Alla notizia del suicidio di Amata la folla si dispera. In realtà, Turno non è morto. Ancora combattivo, insegue pochi nemici, sempre più sfiduciato. La sorella Giuturna insiste perché Turno proceda nell’inseguimento dei nemici. Turno è ormai stanco: chiaramente dice alla sorella che l’ha riconosciuta quando, travestito da Camerte, ha spronato i Rutuli a violare i patti. Ora, dopo la morte di tanti amici, si recherà allo scontro finale contro Enea: gli dei dell’Olimpo l’hanno abbandonato, ma almeno gli dei Mani lo possano accogliere nell’aldilà.

Finalmente Turno comunica alla sorella la decisione:
Sorella i fati ci sovrastano. Smetti gli indugi,
andiamo dove mi chiamano il dio e la dura Fortuna.
Devo affrontare Enea e soffrire la morte
Non più mi vedrai inglorioso sorella. Ti prego,
lascia che prima divampi di questo furore.

Turno si appropinqua alle mura. Quando Enea sente il nome del nemico, lascia le altissime rocche e le imprese intraprese, ergendosi gigantesco in mezzo agli altri soldati come il monte Athos o l’Erice o ancora il monte Appennino “quando freme di elci ondeggianti”. Tutti gli scontri cessano per dare spazio al duello finale. Il terreno è ormai libero di tutti i soldati delle opposte fazioni aprendosi in un’ampia distesa. Lo scontro tra i due capi assomiglia ai cozzi di due tori che si scontrano a testa bassa in aspra battaglia.

Il padre degli dei Giove depone il destino dei due contendenti sui piatti della bilancia. Non sappiamo quale esito abbia dato il peso, anche se tutti i lettori sanno che Enea uscirà vincitore, divenendo fautore di una nuova stirpe che dominerà la terra.

Ad inizio del duello “la perfida spada” di Turno si infrange. Il narratore ci avverte che in realtà quella spada non è quella di Turno, che, saltando giù dal carro, aveva afferrato inavvertitamente la spada dell’auriga Metisco, non la sua preparata nelle fonderie di Vulcano. Turno fugge per tutta la pianura ed Enea lo incalza, nonostante si senta un po’ ostacolato nella corsa dal dolore al ginocchio (ferito da una freccia e guarito, come ricorderete, dall’intervento della madre Venere). Turno reclama la sua spada ai Rutuli, mentre Enea minaccia di uccidere chiunque intervenga nel duello. La lancia di Enea si è conficcata in un oleastro sacro a Fauno, reciso dai Troiani in modo irrispettoso per poter combattere in campo aperto. Enea cerca di strappare la lancia dall’albero, senza riuscirci, mentre Turno invoca il dio Fauno:
o Fauno, ti prego, abbi pietà, disse, e tu, ottima Terra,
trattieni il ferro, se sempre osservai il vostro culto,
che invece gli Eneadi profanarono in guerra.

Se gli uomini non intervengono al duello finale, gli dei diventano una volta ancora protagonisti delle vicende umane. La dea daunia Giuturna, assunto l’aspetto dell’auriga Metisco, restituisce la spada al fratello Turno. A questo punto, indignata per l’intervento della ninfa, Venere rompe gli indugi, strappa la lancia dall’albero e la restituisce al figlio Enea.

Il combattimento può ora riprendere: l’uno, Enea, confida nella lancia, l’altro, Turno, nella spada. Vedendo la sposa Giunone nascosta tra le nubi a spiare il duello, Giove decide di parlarle, ingiungendole di porre fine alle ostilità nei confronti di Enea e di non interferire più nello scontro:
Che cosa prepari? Con quale speranza rimani tra le gelide nubi?
Fu giusto violare un dio con ferita mortale?
O rendere a Turno la spada smarrita (che potrebbe infatti
Giuturna senza di te?), e accrescere le forze ai vinti?
Desisti, infine, e piegati alle mie preghiere.

Il destino è già segnato nel cielo. Le parole di Giove sono categoriche ed inequivocabili. Giunone riconosce di aver indotto Giuturna ad aiutare l’infelice fratello. Ora, finalmente, lascerà la battaglia, ma desidera che i Latini siano tutelati: non dovranno mutare il loro nome in Troiani o Teucri, né tantomeno cambiare lingua o costumi. Giove concede alla sorella e sposa Giunone quanto lei desidera: gli Ausoni (o Italiani) conserveranno la loro lingua e i costumi; i Troiani non li soggiogheranno, ma si uniranno con le donne della terra dove sono giunti; nascerà un nuovo popolo di sangue misto (troiano e latino), che sarà insuperabile per devozione (pietas) e che sarà devoto a Giunone come nessun’altra stirpe.

Giove invia una figlia della Notte (non Megera che alberga nel Tartaro) perché si rechi in forma di civetta da Turno, gli insinui il torpore nelle membra. Quando Giuturna vede la civetta, si scioglie e si strappa i capelli, “colpendosi il volto con le unghie e il petto coi pugni”. Abbandona ormai il campo, riconoscendo i comandi di Giove, e si lamenta di dover sopravvivere alla morte del fratello, essendo lei immortale. Infine, si inabissa nel fiume.

Turno è atterrito non tanto da Enea, ma dalla civetta che gli preannuncia la morte. L’eroe dei Rutuli afferra un macigno e cerca di lanciarlo contro Enea, ma la forza gli manca e non gli consente di colpire il troiano. Le ginocchia ormai vacillano e il sangue gelido gli si rapprende. Turno non sa dove scappare e attende l’arrivo del colpo. Enea lancia l’asta che vola come nero turbine, squarciando lo scudo, la corazza e trapassando la coscia. Turno cade a terra, mentre i Rutuli gridano, atterriti. Le ultime parole del grande combattente colpito sono di supplica: Turno chiede al pio Enea di avere pietà della vecchiaia del padre Dauno e di restituirlo a lui vivo oppure, se ciò è impossibile, già cadavere. Riconosce la sconfitta e concede Lavinia in sposa all’avversario. Mosso da pietà, Enea sta per concedere la grazia, quando vede il balteo di Pallante, portato sulle spalle del supplice. Ricordandosi dell’amico Pallante, Enea si vendica e affonda la lama nel petto. “A quello le membra si sciolgono nel gelo,/ e la vita con un gemito fugge sdegnosa tra le ombre”.

Enea non ha vinto perché la sua virtus (coraggio, forza militare) è stata superiore a quella di Turno. L’eroe troiano ha primeggiato, perché così ha voluto il Cielo. La sua pietas ha accondisceso al volere degli dei, ha onorato il padre e la patria, non gli ha permesso di perdonare un nemico che aveva ucciso e disonorato un suo amico. Solo il perdono portato dal cristianesimo potrà arrivare potrà arrivare a questa esperienza di misericordia.

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