L'Italia torna al nucleare ma l'indipendenza energetica è lontana
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Via libera alla legge delega che porterà all'accensione del primo reattore italiano fra sette anni. Effetti a lungo termine e consenso politico immediato. Nel frattempo il Paese continuerà necessariamente a dipendere dalle importazioni.
L’Italia torna al nucleare. O almeno ci prova. Il Senato ha approvato definitivamente la legge delega che affida al Governo il compito di costruire, entro un anno, le regole per il ritorno dell’atomo nel nostro Paese. Non ci saranno, promette il ministro dell’ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, le vecchie centrali-monstre dal sapore post-sovietico, ma piccoli reattori, distribuiti diversamente sul territorio, con un ruolo importante delle Regioni nella scelta dei siti.
È una scelta strategica? Certamente può esserlo. Ma è anche una scelta politica che merita qualche domanda. Perché oggi il Governo approva una legge che, nella sostanza, non costruisce ancora nulla. Delega all’esecutivo la parte decisiva: stabilire dove e come sorgeranno gli impianti, come funzioneranno le autorizzazioni, come saranno gestiti sicurezza e rifiuti radioattivi, quali tecnologie verranno adottate e quali incentivi potranno essere concessi. Il Parlamento potrà esprimere un parere sui decreti attuativi, ma non vincolerà il Governo.
La partita vera, insomma, comincia adesso. E durerà anni. Il ministro parla di un primo reattore operativo intorno al 2033-2034. Significa che il nucleare annunciato oggi produrrà, nella migliore delle ipotesi, i suoi primi effetti quando saranno probabilmente cambiati governi, maggioranze, priorità e forse anche una parte degli equilibri energetici internazionali.
Ed è qui che il provvedimento assume anche un evidente valore politico. E’ concreto il sospetto che il Governo abbia costruito questa operazione con il solo obiettivo di arrivare alle elezioni. Basta osservare un dato: il consenso politico della scelta può essere incassato oggi, mentre i risultati concreti saranno eventualmente verificabili tra molti anni. È una peculiarità di tutte le grandi opere di lungo periodo, ma nel caso del nucleare la distanza temporale è particolarmente evidente.
E la storia italiana dovrebbe suggerire prudenza. Sono passati quasi quarant'anni dal referendum del 1987, celebrato sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, che segnò la fine della stagione nucleare italiana. In realtà un secondo tentativo di ritorno all’atomo ci fu tra il 2008 e il 2011, ma anche quello naufragò dopo Fukushima e il referendum del 2011. Il risultato è che oggi l’Italia ricomincia, ancora una volta, quasi da capo.
Trentanove anni sono un tempo enorme per una politica energetica. In questo periodo altri Paesi hanno mantenuto o sviluppato competenze, filiere industriali e capacità nucleari. L’Italia, invece, ha perso continuità industriale e deve ora ricostruire competenze e infrastrutture in un settore nel quale non si può improvvisare.
C’è poi un paradosso nella parola più utilizzata dal Governo: “indipendenza”. Il nucleare può certamente contribuire alla sicurezza energetica e alla decarbonizzazione. Ma una centrale non significa automaticamente indipendenza. Anche un programma nucleare moderno richiede tecnologie, componenti, combustibile e competenze che fanno riferimento a filiere internazionali. E soprattutto non risolve il problema energetico dell’Italia di oggi: se il primo reattore arriverà fra sette o otto anni, nel frattempo continueremo necessariamente a dipendere dalle importazioni.
Per questo sarebbe meglio evitare di presentare il nucleare come la soluzione dei problemi energetici attuali. È, semmai, una scommessa sul sistema energetico italiano dei prossimi decenni. Una scommessa che può essere discussa, sostenuta o contestata. Ma che dovrebbe essere raccontata per quello che è: non una centrale che sta per arrivare, bensì un percorso appena iniziato, con tempi lunghissimi e il rischio concreto che, prima ancora di vedere il primo reattore, l’Italia torni a cambiare idea. Il voto del Senato ha aperto la porta al nucleare. Ma tra una legge delega e una centrale accesa ci sono almeno sette anni, decine di decisioni e, soprattutto, almeno un passaggio elettorale. E forse è proprio questo il punto politico più interessante: il Governo di oggi sta decidendo un futuro che, quando arriverà, potrebbe essere guidato da qualcun altro.
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